I resti di Babele 70. Il Salento inventato dai poeti

Si ha l’impressione  che i poeti sappiano che l ’identità autentica di un luogo è scritta nella sua parte nascosta, invisibile: che esiste da prima che le sue forme diventassero così come appaiono nel presente che gli uomini e il tempo hanno determinato; esisterà anche quando quelle forme  saranno cambiate perché altri uomini e altro tempo le cambieranno.

L’identità è costituita  dall’essenza, dalla materia primordiale, dal lievito che lo ha generato.

E’ la memoria del tempo. E’ quella che il filosofo James Hillman definisce l’anima dei luoghi.

L’anima dei luoghi è una complessa combinazione di elementi fisici, biologici, antropici, di archetipi, miti, sistemi simbolici, immaginazioni, fantasie, proiezioni, percezioni.

Ma è anche l’intima qualità delle relazioni che si stabiliscono tra un luogo e le esistenze che lo abitano, che in esso si riconoscono, con cui condividono i destini.

Forse il motivo o il movente della prevalenza dell’immaginario è costituito dal fatto che noi, qui, da sempre, siamo richiamati dai misteri, dalle velature, da quello che è nascosto e che di tanto in tanto si presenta come un fantasma, dal magico, dal metamorfico, dall’ambiguità del chiaroscuro. Siamo richiamati dal mito. Ma soprattutto, siamo noi stessi a trasformare in mito i fatti della natura e della Storia. Per esempio: abbiamo trasformato in mito il morso della tarantola; abbiamo trasformato in mito l’assedio e il saccheggio di Otranto. Tanto con il morso quanto con l’assedio abbiamo costruito letteratura. Fernando Manno, in “Secoli fra gli ulivi” ha trasformato in mito tutto quello che veniva sfiorato dal suo sguardo o dalla sua memoria. La poesia salentina del Novecento ha testimoniato la condizione di un paese legato a nodo stretto al passato e, allo stesso tempo, proteso verso l’orizzonte di un’epoca nuova che gli si stagliava davanti.

Ma soprattutto ha raccontato l’esperienza dell’uomo di quel luogo, sospeso tra un richiamo malinconico di  madre, un impulso viscerale di restare a vegliare la casa, e il desiderio prepotente di andare via lontano, di oltrepassare i confini segnati con il sangue di antichi affetti.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, giovedì 30 aprile 2026]

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