
E frate Emanuele spiega il perché di “ tanto segreto […]; nel Medioevo i corpi dei santi erano trafugati da città rivali o smembrati per ottenere reliquie. Perugia, nemica storica di Assisi, avrebbe fatto di tutto per impossessarsi di Francesco. O, forse, fra Elia voleva solo proteggere la tomba da ogni profanazione, garantendo al Poverello quella pace che aveva tanto amato in vita. Fatto sta che da quella notte del 25 maggio del 1230, nessuno seppe dove fosse esattamente sepolto il Santo. Col passare del tempo si affievolì la memoria storica e nacquero delle leggende. Si diffuse la credenza che il corpo fosse rimasto incorrotto, miracolosamente elevato in piedi, intatto e quasi vivo, con gli occhi aperti verso il cielo. Si diceva che riposasse in una misteriosa terza chiesa sotterranea, insieme a sette compagni, anch’essi incorrotti. Il mistero si infittì nel 1607, quando un frate di nome Tinassi raccontò di aver scoperto una chiesa sotterranea serrata da una porta di bronzo. In essa, su una tavola situata sopra un altare, vide ‘il corpo del glorioso padre san Francesco in piedi con faccia rivolta verso detta porta’. Secondo il suo racconto, in seguito non trovò più l’apertura da cui era entrato nella chiesa. Storia o invenzione? Ma papa Paolo V, allarmato decretò che chiunque osasse cercare la tomba sarebbe stato immediatamente scomunicato. Il divieto restò in vigore per due secoli”.
Fra’ Emanuele continua: “Nel 1755 Benedetto XIV autorizzò segretamente Fra Bonaventura Tebaldi, ministro generale dei Conventuali, a indagare. Furono scavi notturni, condotti nel massimo riserbo. Tebaldi scoprì che l’altare maggiore conteneva solo una “culla” di pietra vuota, e che la famosa ‘terza chiesa’ sotterranea era, come lui stesso annotò una “mera frottola”. Ma, attraverso una fessura nella roccia, Tebaldi intravide qualcosa: un’urna, più in profondità. Non ebbe però il tempo di raggiungerla. Benedetto XIV morì nel 1758 e con lui anche il segreto dell’indagine. Tebaldi rispettò il silenzio imposto dal papa, ma intanto in un opuscolo, datato 1664, che raccontava le leggende sulla tomba, aveva annotato: ‘E’ una bella impostura. Non vi fidate”.
Nel 1806 c’erano stati altri lavori da parte del Ministro generale dell’epoca fra’ Nicolò Papini, che aveva scavato una galleria e i lavori si fermarono alla colata di calcestruzzo che dal XV secolo ostruiva la parte superiore del sepolcro dove si trovava il sarcofago. In realtà il Papini fu costretto a fermarsi non per le difficoltà dello scavo, ma per le difficili vicende politiche del tempo che portarono all’occupazione da parte di Napoleone Bonaparte dell’Umbria.
Il sarcofago travertino
Nell’estate del 1818, dopo la caduta di Napoleone, il ministro generale dell’Ordine, fra’ Giuseppe De Bonis chiese al papa Pio VII di riprendere le ricerche per il ritrovamento del corpo del santo. Si decise di riprendere i lavori partendo dal punto in cui si erano fermati 12 anni prima. Il 21 ottobre cominciarono gli scavi di notte e “per quasi due mesi, cinque frati (fra’ Antonio Latini, fra’ Clemente Rizzi, fra’ Tommaso Rondoni, fra’ Vincenzo Jernico e fra’ Pio Ganora, scavarono di notte un cunicolo sotto il trono pontificio, puntando verso l’altare maggiore. Lavorarono alla luce tremolante delle fiaccole. Con picconi e scalpelli battevano sulla roccia dura del Subasio. ‘Le botte rumorose dei picconi sui massi rimbombavano fuori della Chiesa, annotò fra’ Bartolomasi, e i secolari venivano di notte alla porta della basilica a sentirli’. Gli assisani capirono, e già si mormorava che i frati stessero cercando Francesco. Il segreto ormai era impossibile da mantenere”. Si giunse alla massa di calcestruzzo che venne frantumata e si giunse nel loculo sepolcreto di forma rettangolare. Si era perciò in presenza della ’stanza’ situata sotto l’altare maggiore di cui si conosceva l’esistenza.
Fra’ Emanuele riprende: “Il 12 dicembre 1818, fra Tommaso diede l’ultima picconata. Il muro cedette. Attraverso l’apertura, i frati videro una grossa lastra di pietra. Sotto, un’inferriata massiccia con sbarre incrociate. Ancor più sotto, un sarcofago di travertino bianco. Avvicinarono le lanterne. Attraverso i fori quadrati della grata si vedeva, dentro il sarcofago, uno sceletro umano. Cesare Mariani, mastro muratore presente alla scoperta, testimoniò che ‘dai fori dell’inferriata esalava un soavissiomo odore’. Era quello il corpo di Francesco? Fra Zabberoni, custode del sacro Convento, fermò tutto. Prima di procedere oltre, serviva l’autorizzazione pontificia per un’indagine ufficiale. L’ingresso del cunicolo fu sigillato. I frati giurarono il silenzio. Ma la notizia trapelò in pochi giorni”.
Spoglie senza nome
Tra il dicembre 1818 e il gennaio del 1819 il dubbio tormentava tutti. Il sarcofago non aveva iscrizioni. Perché frate Elia non aveva inciso le iniziali C.S.F. (Corpus Sancti Francisci)? Lo scheletro inoltre era supino e non ‘in piedi, intatto, con gli occhi aperti’. Qualcuno avanzò un’ipotesi inquietante: è forse lo scheletro di fra Guglielmo, l’ultimo compagno di Francesco, sepolto secondo le cronache vicino alla tomba del santo maestro? Il 17 gennaio 1819, Pio VII nominò quattro vescovi dell’Umbria come Delegati apostolici per procedere con le indagini”.
Il processo fu meticoloso e durò fino alla fine del mese: interrogatori di testimoni diretti degli scavi, sopralluoghi nella cripta, apertura del sarcofago, esame delle ossa da parte di medici e chirurghi, analisi degli oggetti trovati. “Il 28 gennaio fu aperto il sarcofago: la pesante lastra di copertura fu rimossa. Si tagliarono gli anelli di ferro che tenevano la massiccia inferriata saldata al sarcofago e finalmente vescovi e periti poterono vedere chiaramente il contenuto. Nel sarcofago c’erano: uno scheletro umano supino, lungo 139 centimetri; dodici monete, trenta grani d’ambra (una corona da preghiera), un anello, una pietra informe vicino al cranio (forse il capezzale), frammenti metallici ossidati. I medici esaminarono lo scheletro: maschio adulto, età media, ossa ben conservate, anche se il cranio era frammentato. Nove denti ben visibili. Compagine ossea tipica di un uomo di circa 50 anni. Le ossa furono poi estratte e riposte in tre cassette di legno sigillate. Tutto fu inventariato, pesato, descritto nei minimi particolari.
Identità provata.
I verbali del processo, centinaia di pagine, furono inviati a Roma, dove l’avvocato concistoriale, Giuseppe Guadagni, fu incaricato di preparare la dimostrazione giudiziale dell’identità.
Non c’erano prove materiali dirette (nessuna iscrizione sulla tomba), ma Guadagni costruì un’argomentazione storica serrata, basata su cinque pilastri:
1. Il luogo. Tutti i documenti papali avevano detto per sei secoli che Francesco era stato sepolto sotto l’altare maggiore. Nessuna fonte aveva mai indicato un altro posto.
2. La sepoltura straordinaria. Solo per un santo si costruisce una tomba così: sarcofago monolitico protetto da due inferriate di ferro massiccio, nel punto più sacro della Basilica.
3. La morte. Gli antiquari romani Carlo Fea e Alessandro Visconti esaminarono le monete e le datarono tra il 1167 e il 1230, perfettamente compatibili con la morte di Francesco (1226) e la sepoltura (1230).
4. Tradizione ininterrotta. Ogni Papa, da Gregorio IX, aveva confermato che “lì riposa il corpo di Francesco”. Nessun Pontefice aveva mai dubitato.
5. L’assenza di alternative credibili. Chi altri poteva meritare una sepoltura così onorevole sotto l’altare maggiore di una nuova Basilica? Fra’ Guglielmo era un compagno, non il fondatore dell’Ordine.
Una commissione cardinalizia esaminò tutto, e il 17 luglio 1820 votò all’unanimità “constare de identitate corporis Sancti Francisci”; è provata l’identità del corpo di san Francesco”.
“Il ministro generale Giuseppe De Bonis informò l’Ordine con lettera circolare del 2 agosto 1820 del parere positivo della Commissione che aveva espresso parere positivo e quindi la Chiesa aveva dichiarato che il corpo ritrovato sotto l’altare maggiore della basilica inferiore era quello del santo. La notizia giunge in Assisi il 4 agosto; in città furono organizzati solenni festeggiamenti dal Comune, dalla diocesi e dalle famiglie francescane. Il vescovo di Assisi Maria Giampé diede ordine che a mezzogiorno dello stesso giorno in cui era giunta la notizia si suonassero a festa le campane delle chiese della città e della diocesi, mentre il Comune ordinò che la sera e nei giorni successivi fossero illuminati con le fiaccole la Basilica di S. Francesco, i loggiati delle case e la Rocca Maggiore
Il 20 settembre 1820, dopo due anni dall’ inizio degli scavi, Pio VII pronunciò il giudizio definitivo: quello era davvero il corpo del Poverello di Assisi. Ad Assisi esplose la gioia. Suonarono tutte le campane della città. La sera furono illuminate con fiaccole la Basilica, la Rocca Maggiore, i palazzi pubblici. Il Comune, attraverso il Gonfaloniere e i magistrati, organizzò per Domenica 24 settembre, d’intesa con i canonici della cattedrale, la celebrazione solenne della messa ‘in musica con violini e cantori forestieri, e canto del Te Deum’.
Erano stati invitati i rappresentanti di tutte le famiglie francescane con a capo il custode del Sacro Convento Bonaventura Zabberoni, per gli Osservanti il Ministro provinciale e il guardiano della Porziuncola, per i riformati il Ministro provinciale e il guardiano di S. Damiano, il guardiano e vicario dell’Eremo delle Carceri e di Chiesa Nuova, il Ministro provinciale dei Cappuccini con il suo Vicario. Prima dei Vespri cantati, il Priore della cattedrale offrì agli ospiti un rinfresco di gelati […]. La popolazione partecipò in massa alla festa sparando dovunque mortaretti, invece due bombe a salve furono fatte esplodere rispettivamente davanti alla cattedrale di S. Rufino e l’altra nella piazza del Comune. Infine fu fatto salire al cielo ‘un pallone volante’, mentre la sera per concludere i festeggiamenti ci fu un meraviglioso spettacolo di fuochi d’artificio. Fra Emanuele riporta: “A Roma, il 17 settembre, Pio VII in persona aveva partecipato alla Messa solenne nella basilica dei santi XII Apostoli. Dopo quasi sei secoli di mistero, la Chiesa poteva finalmente dire: Francesco è qui. E’ sempre stato qui, dove frate Elia lo aveva deposto nel 1230. Nel 1824 fu costruita una prima cripta neoclassica per permettere ai fedeli di venerare la tomba. Le ossa di Francesco furono collocate in un’urna di bronzo dorato. Nel 1932 la cripta fu completamente rinnovata dall’architetto Ugo Tarchi in forme più semplici e coerenti con lo stile della Basilica. L’urna fu posta dietro l’altare, nella nuda roccia del Subasio, dove si trova ancora oggi.
Dal 22 febbrario al 22 marzo di quest’anno, per la prima volta nella storia, le spoglie mortali di Francesco vengono esposte per la venerazione. Dopo 800 anni, finalmente è possibile vedere con i propri occhi quello che frate Elia aveva nascosto con tanta cura. La storia della tomba perduta e ritrovata ci ricorda una verità profonda. Come disse Giovanni nel suo Vangelo: “ se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Francesco fu sepolto come un seme nella roccia del Subasio. Quel seme è germogliato in una foresta che oggi abbraccia il mondo intero”.
Appendice

San Francesco è morto la sera del 3 ottobre, ma la Chiesa lo festeggia il 4 ottobre in quanto secondo la tradizione medievale il giorno liturgico del giorno dopo (quindi il 4) iniziava dopo il tramonto del sole del giorno 3 ottobre.
Il 18 giugno 1939 papa Pio XII lo proclamò patrono d’Italia insieme a Santa Caterina da Siena. Da allora ogni anno una diversa regione italiana si reca in pellegrinaggio in occasione del Transito (passaggio dalla vita terrena a quella eterna) del Santo portando l’olio per alimentare la lampada che arde giorno e notte e che è davanti alla tomba del Santo. La prima regione è stata il Lazio, nel 2025 è stato scelta la regione Abruzzo per l’offerta dell’olio per l’anno 2026. La Puglia è stata negli anni 1952, 1969, 1987, 2007, 2022. La lampada è stata disegnata dall’architetto Ugo Tarchi (1887-1978). Sulla lampada votiva è inciso un verso dantesco tratto dal XXVI canto, v. 33 del Paradiso “Non è che di suo lume un raggio”, variante comune di “altro non è che di suo lume un raggio”. Dante si trova nel cielo delle stelle fisse e viene interrogato da San Giovanni Evangelista sulla natura dell’amore. Dante afferma che ogni bene creato, ogni amore terreno e ogni cosa buona fuori da Dio non è altro che un raggio della luce divina. Il verso sulla lampada simboleggia S. Francesco come raggio della luce di Cristo.
Ricognizioni: dopo quella del 1818, nel 1977 l’allora Ministro Generale Vitale Bommarco notò segni di corrosione nella cassa metallica e un allentamento delle griglie protettive (A. Pescari). Questo spinse papa Paolo VI ad autorizzare il 17 gennaio 1978 una nuova ricognizione ufficiale per garantire l’incolumità dei resti. Il 24 gennaio l’urna fu trasferita nella Sala Capitolare del Sacro Convento per le analisi. Sotto la guida del professore Nicolò Valentino Miani (1926-2017, docente di Anatomia Umana presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Roma), l’esame anatomico rivelò: le ossa dei piedi apparivano deformate con una forma “a piccola barca”. Negli ultimi anni Francesco evitava di poggiare le punte dei piedi per il dolore, probabilmente legato alle stimmate o a gravi patologie ossee; struttura piuttosto esile, calcolata intorno a 1,57-1,58 m. Le ossa furono lavate e riposte in una teca di plexiglass trasparente; fu tolto l’ossigeno e sotituito con azoto per eviare lo sviluppo di microrganismi. Ci fu poi la prima ostensione pubblica tra il 15 febbraio e il 3 marzo 1978 e in quella occasione ad Assisi “una fiumana incontenibile di fedeli e religiosi giunse”. Un’altra ricognizione fu fatta nel 1994; era un controllo privato che non riscontrò cambiamenti di rilievo. Il 24 marzo 2015, nel silenzio della Basilica chiusa, il professore Miani guidò i lavori insieme al Ministro Generale Marco Tasca e al custode Mauro Gambetti. Nonostante il passar dei decenni, il sistema dell’azoto aveva funzionato, la cassa in plexiglass era intatta e lo stesso prof. Miani dichiarò che” non sarà necessario riaprire la tomba per i prossimi 40 o 60 anni”. In base a questi dati viene pianificata l’ostensione del 2026 che in realtà è la seconda ostensione, ma la prima così prolungata.
La Basilica è monumento nazionale dal 1902 e dal 2000 è patrimonio dell’UNESCO.
Il 4 ottobre 2026 torna ad essere festa nazionale dopo essere stata abolita nel 1977, anno in cui il Governo Italiano decise con la legge n. 54 del novembre 1977 di eliminare alcune festività non considerate essenziali per ragioni di produttività. L’iter normativo per il ripristino di tale festività è iniziato a seguito dell’appello fatto un anno fa da Davide Rondoni, poeta e presidente del Comitato Nazionale per le celebrazioni per l’ottavo centenario della morte del Santo. Dopo il voto unanime della Camera del 23 settembre 2025, quello del Senato del 1° ottobre 2025 e il via libera da parte della Commissione Affari Istituzionali, e la promulgazione del Presidente della Repubblica in data 8 ottobre 2025, la legge 151/2025 è entrata in vigore dal 1° gennaio 2026.
Bibliografia
Vita prima di S. Francesco d’Assisi di fra Tommaso da Celano.
www.sanfrancescoassisi.org I festeggiamenti in Assisi per la riconosciuta identità del corpo di S. Francesco di fra Felice Auteri.
www.sanfrancescoassisi.org Una tomba difficile da scoprire di fra Felice Auteri.
www.corrieredellumbria.it L’epopea del corpo di San Francesco: il segreto di Frate Elia, il ritrovamento del 1818, la prima ostensione e le ultime ricognizioni. Tutte le tappe più importanti riguardanti le spoglie del Poverello in otto secoli di storia. A. Pescari 21 febbraio 2026
E. Rimoli, Il mistero della tomba perduta. Messaggero di sant’Antonio, marzo 2026.




































































