di Antonio Devicienti

Maestro,
nello scriverLe mi rivolgo anche, se mi è consentito esprimermi così, al Suo Ebraismo che è accogliente e ascoltante e amorevole.
Sono, questi, anni molto amari e bui.
Poiché il Suo Ebraismo subisce ed esperisce costantemente l’esilio, la sottrazione, la mancanza, la distruzione, il disprezzo e mai, mai restituisce il disprezzo, la distruzione, la mancanza, la sottrazione, l’esilio, ma sempre, sempre ribadisce ascolto e accoglienza, pietas e compassione, cosmopolitismo e ospitalità, per questo vengo a cercarvi rifugio e conforto.
Grazie al suo Ebraismo, Maestro, mi lascio permeare dal deserto che, svuotandola, colma la mente di amore per il vivente, sfoglio il libro del mondo udendovi risuonare migliaia di lingue, milioni di storie, imparo la sacra necessità del dialogo.
Una casa fatta delle lettere dell’alfabeto, ogni lettera chiamata a comporre parole di speranza e di fratellanza; una casa fatta di memoria, ma che non alberga odio né risentimento; una casa nomade e poliglotta. Una casa di nomi, tanti e diversi.
Un Sinai che apre all’altro, varco verso l’incontro.
Una Gerusalemme costruita di pietre che si colorano d’oro al sole e che risuona di molte lingue – e diverse.
Un Cairo dirompente di libri e di voci.
Una Parigi approdo e nuova partenza – perché si parte sempre di nuovo ogni volta che la penna tocca il foglio e ricomincia a scrivere…
[A. D.]





































































