di Gianluca Conte

Tra i rapporti più complessi, controversi e affascinanti della storia italiana del Novecento vi è, senza alcun dubbio, quello tra Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio. Due figure di straordinaria forza carismatica, accomunate dalla vocazione alla grandiosità, al culto della parola, al disprezzo per la mediocrità borghese (perlomeno a parole!) e al sogno di un’Italia nuova, potente e imperiale. Il loro sodalizio, oscillante tra ammirazione e rivalità, tra alleanza e diffidenza, plasmò in maniera decisiva sia la cultura politica che l’estetica del potere nell’Italia del primo dopoguerra.
Un elemento interessante da mettere subito in rilievo è che tra i due non si trattò mai di un’influenza a senso unico; difatti, D’Annunzio forgiò un linguaggio e una ritualità politica che Mussolini assorbì e trasformò in strumento di governo; ma fu il futuro Duce a saper capitalizzare politicamente ciò che il Vate aveva seminato nell’immaginario collettivo. Studiare il loro rapporto significa comprendere le radici profonde del fascismo italiano, un movimento che nacque anche dalla fusione di letteratura e politica, di mito e violenza.





































































Analisi puntuale e esaustiva, inquadrare il periodo storico, ancor prima di analizzare i fatti, lo ritengo essenziale per una lettura la più possibile oggettiva.