Salento a inchiostro di china: Regina tra due mari. Lecce Antica e nuova e il suo territorio

di Daniele Capone

 Scriveva Cesare Brandi nell’introduzione al celebre resoconto del suo itinerario attraverso la Puglia: «Un libro dedicato a una regione, in cui non si voglia offrirne né la guida né la storia, può facilmente cadere in un colloquio privato, al quale sia indiscreto convitare il lettore. E non nego che tale possa essere il pericolo di questo libro, se non ambisse a proporsi come il modo stesso di rivelarsi della Puglia a chi la ricerchi nella sua antica umanità, nel suo antichissimo aspetto, nelle sue sorprendenti e inattese fioriture artistiche».[1]

 Il famoso storico dell’arte, accattivante scrittore, nel suo lavoro si proponeva di costituire un filtro alle «candidature varie che di se stessa pone la Puglia a chiunque la percorra né con occhio distratto né col cuore altrove»[2]. Egli, al pari di Piovene, era uno degli ultimi della lunga serie di viaggiatori inglesi, irlandesi, francesi, tedeschi che dalla fine del XVIII agli inizi del XX secolo si erano spinti sino a Lecce. Alcuni di costoro sono noti a un vasto pubblico, in quanto editori come Congedo, Capone, Adda e altri hanno pubblicato le loro opere di viaggio, un tempo assai lette nei loro paesi d’origine (era l’epoca del grand tour che ha prodotto capolavori letterari: si pensi al Viaggio in Italia di Goethe e ai libri di Stendhal dedicati a Roma, Firenze, Napoli)[3]. Questi, al pari di Piovene, visitando Lecce, restarono affascinati non dai singoli – innumerevoli – interessantissimi monumenti, ma soprattutto, mi azzardo a dire, dall’aura poetica che si respira nella città antica, che negli anni Cinquanta-Sessanta, a differenza di quella di oggi, era abbastanza scrostata, ingrigita, corrosa, sostanzialmente degradata.

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