di Antonio Errico

Ogni libro di Antonio Prete è un’avventura di esplorazione nell’universo dei testi: delle storie che essi custodiscono, di memorie, sentimenti, emozioni, concetti, linguaggi, suggestioni. Ogni suo libro è analisi profonda, ermeneutica serrata, interpretazione come un corpo a corpo con i linguaggi, con le parole, lucidissimo scandaglio delle profondità di un verso. Ma non di rado, anzi spesso, ogni suo libro richiama – evoca – un’immagine d’infanzia, l’eco di una voce che canta nel meriggio fra le foglie di tabacco, un trasalimento, una fantasticheria, riflessi di colori. Richiami, rinvii, echi, percezioni, suggestioni, attraversano sempre la scrittura di Prete. Perché il gesto della mano che scorre sul foglio richiama e sintetizza la conoscenza, l’esperienza, l’emozione di tutta una vita, tutte le letture, le proprie scritture. Ogni sua interpretazione è sempre un viaggio che orienta lo sguardo ora sul paesaggio testuale ora su un particolare del paesaggio; lo sguardo osserva, scruta, indaga, discerne, individua l’elemento che di quel paesaggio si costituisce come condizione unica, irripetibile, essenziale. Parte da lì, da quella irripetibilità, e tesse riferimenti provenienti da sfere diverse del sapere, raduna testi e autori, li chiama a testimoni delle sue rappresentazioni del pensiero. Antonio Prete ha origini a Copertino, tra gli ulivi e il santuario della Grottella, tra il mito di Giuseppe Desa, il frate asino, il santo dei voli, e il desiderio del mare, tra racconti di madre e sapori di fichidindia. Da anni vive in altri luoghi; ha insegnato letterature comparate all’università di Siena. Dice che la comparazione è sguardo che accetta la mobilità del punto di osservazione, che sa dislocarsi, decentrarsi, farsi obliquo, simultaneo, essere sguardo sull’altro ma anche dell’altro.




































































