Heidegger e il nazismo

di Gianluca Conte

«Il Führer stesso e lui solo è la realtà tedesca presente e futura e la sua legge».

M. Heidegger

«Nel 1934 riconobbi il mio errore politico».

M. Heidegger

Martin Heidegger è universalmente riconosciuto come uno dei filosofi più influenti del Novecento. La sua opera principale, Essere e tempo (Sein und Zeit, 1927), ha ridefinito i termini del pensiero ontologico occidentale, aprendo percorsi inediti all’ermeneutica, all’esistenzialismo e alla fenomenologia. Eppure, accanto alla grandezza speculativa, la sua figura porta un’ombra che la storia non ha mai cessato di interrogare (e noi con essa), ovvero il suo rapporto con il nazionalsocialismo.

La questione non è marginale né riducibile a un mero incidente biografico. Heidegger aderì al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) il primo maggio 1933, fu nominato rettore dell’Università di Friburgo e sostenne pubblicamente, per un certo periodo, il regime di Hitler. La domanda che gli storici, i filosofi e, più in generale, i critici del suo comportamento si pongono da decenni è se tale coinvolgimento fosse un errore contingente e, almeno in parte, superato, oppure se affondasse le radici nel profondo della sua stessa filosofia.

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