
Per comprendere le scelte di Heidegger occorre collocarle nel clima della Germania weimariana. La Repubblica di Weimar attraversava una crisi profonda dettata dall’umiliazione postbellica, dall’instabilità economica, dalla frammentazione politica e da una diffusa sensazione di «nichilismo culturale». In molti intellettuali tedeschi si era radicata l’idea che la modernità tecnico-scientifica avesse smarrito il senso dell’essere, e che fosse necessario un rinnovamento radicale. Heidegger condivideva questa diagnosi, e la sua riflessione sulla «dimenticanza dell’essere» lo portava non solo a riproporre il grande tema dell’ontologia classica, ma anche a guardare con interesse ai movimenti che promettevano una rivoluzione spirituale della nazione tedesca, in cui si avvertivano delle eco fichtiane.
Il 21 aprile 1933, Heidegger venne eletto rettore dell’Università di Friburgo. Nel suo discorso inaugurale, L’autoaffermazione dell’università tedesca, tenne un’orazione fortemente ideologica, in cui evocava la missione storica del popolo tedesco e il ruolo guida della scienza al servizio dello Stato. Il discorso, pur non menzionando esplicitamente Hitler, si inscriveva perfettamente nella retorica nazionalsocialista del momento e fu salutato positivamente dalla stampa di regime. Nei mesi successivi Heidegger si mostrò attivo sostenitore del nazismo: partecipò a comizi, firmò appelli pubblici a favore di Hitler, scrisse lettere di sostegno a studenti nazisti e denunciò alcuni colleghi considerati politicamente inaffidabili. Pur senza mai diventare un ideologo organico del partito, la sua collaborazione fu concreta e tutt’altro che puramente formale.
Gli studiosi hanno proposto diverse interpretazioni per spiegare il coinvolgimento di Heidegger. Una prima lettura, di tipo biografico-psicologico, sottolinea l’opportunismo accademico: il filosofo avrebbe visto nel nuovo regime un’occasione per esercitare un’influenza culturale che altrimenti non avrebbe avuto, aspirando a diventare il «filosofo del Reich». Questa lettura è avvalorata da alcune lettere private, in cui Heidegger esprime aspettative di guida spirituale del movimento.
Una seconda interpretazione, avanzata in particolare da Hugo Ott e Victor Farías, pone l’accento sulle consonanze filosofiche; difatti, la critica heideggeriana alla modernità, il mito del Volk, l’esaltazione della terra e del destino, il rifiuto del liberalismo e del marxismo trovavano echi nella retorica nazionalsocialista. Non si tratterebbe dunque di un errore contingente, ma di una convergenza strutturale tra certi nuclei del pensiero heideggeriano e l’ideologia del regime.
Una posizione più sfumata è quella di pensatori come Hans-Georg Gadamer o di parte della scuola ermeneutica: Heidegger avrebbe frainteso il nazismo, scambiandolo per una «rivoluzione spirituale» capace di rinnovare la cultura europea, salvo poi rendersi conto dell’errore e ritirarsi progressivamente dall’impegno politico. Questa lettura tende a separare nettamente la filosofia dall’adesione politica, trattando quest’ultima come un incidente biografico.
Già nel febbraio 1934, meno di un anno dopo la nomina, Heidegger si dimise dal rettorato. Le ragioni precise rimangono dibattute, ma in questa decisione ebbero rilevanza la delusione per la scarsa influenza effettiva esercitata sul movimento, i contrasti con i funzionari del partito, e forse i primi segni di distanza critica dal regime. Tuttavia, Heidegger non lasciò il NSDAP, infatti, rimase iscritto fino al 1945, né espresse mai una condanna pubblica del nazismo durante gli anni del regime.
Ciò che rese il caso ancora più controverso fu il comportamento di Heidegger nel dopoguerra. Sottoposto a un processo di denazificazione, venne temporaneamente sospeso dall’insegnamento. La commissione, presieduta da Adolf Lampe, giunse alla conclusione che il filosofo avesse svolto un ruolo attivo nel sostenere il regime, e raccomandò la sua sospensione. Karl Jaspers, amico di lunga data, pur esprimendo rispetto per l’opera filosofica, scrisse nella sua relazione che la modalità di pensiero heideggeriana presentava caratteri di «potenziale pericolo» per i giovani. Ma il nodo più lacerante rimane il silenzio. Heidegger non chiese mai perdono alle vittime del nazismo, non scrisse mai una parola pubblica di condanna dell’Olocausto. Quando nel 1949 pronunciò alcune conferenze sulla tecnica moderna, accostò la produzione industriale di cadaveri nei campi di sterminio alla meccanizzazione dell’agricoltura come esempi equiparabili dell’«essenza della tecnica», una formulazione che suscitò indignazione e che molti interpretarono come una minimizzazione morale dello sterminio.

Il dibattito, già molto acceso, subisce una nuova scossa con la pubblicazione, a partire dal 2014, dei Quaderni neri (Schwarze Hefte), i diari filosofici scritti da Heidegger tra gli anni Trenta e gli anni Settanta. Questi taccuini, che il filosofo aveva lasciato come ultima parte della sua opera omnia, contengono passaggi esplicitamente antisemiti, in cui gli ebrei vengono associati al dominio del calcolo, alla tecnica mondiale e al nichilismo moderno.
La pubblicazione dei Quaderni neri ha riacceso con nuova virulenza il dibattito; infatti, non si tratta più soltanto di un’adesione politica contingente, ma di pregiudizi antisemiti che attraversano il pensiero speculativo stesso. Il filosofo Peter Trawny, curatore dei volumi, ha coniato l’espressione «antisemitismo ontostorico» per descrivere il modo in cui il pregiudizio antiebraico si insinua nelle categorie filosofiche di Heidegger. Altri studiosi, come Donatella Di Cesare, hanno sviluppato analisi approfondite di questi testi, concludendo che il legame tra la filosofia e il nazismo in Heidegger fosse più profondo di quanto molti difensori avessero ammesso.
Le conseguenze personali per Heidegger furono significative, anche se non devastanti. La sospensione dall’insegnamento durò fino al 1949–50, quando gli fu consentito di tornare a insegnare come professore emerito. Il filosofo visse questi anni in un relativo isolamento, ritirandosi spesso nella sua baita di Tödnauberg, nella Foresta Nera, dove continuò a scrivere e a ricevere un ristretto circolo di allievi e ammiratori.

Sul piano delle relazioni personali, il caso più celebre e doloroso è quello di Hannah Arendt. La giovane filosofa era stata sua allieva e amante negli anni Venti. Ebrea, era dovuta fuggire dalla Germania nazista. Eppure, dopo la guerra, la Arendt scelse di riconciliarsi con Heidegger e di contribuire alla sua riabilitazione, in particolare attraverso un importante saggio del 1971. Questa scelta suscitò e suscita tuttora perplessità, interpretata da alcuni come un atto di lealtà intellettuale e da altri come una forma di complicità incomprensibile.

Diversa fu la scelta di Paul Celan, poeta ebreo sopravvissuto all’Olocausto, che nel 1967 visitò Heidegger nella sua baita. Celan sperava in una parola di riconoscimento, in un gesto di pentimento, ma quella parola non arrivò, e la sua poesia Todtnauberg, scritta dopo l’incontro, testimonia con lacerante amarezza l’attesa delusa.
Sul piano accademico e intellettuale, il dibattito non si è mai concluso. Filosofi come Jürgen Habermas, Emmanuel Lévinas e Jacques Derrida hanno affrontato in modo diverso la questione: come si può continuare a leggere e insegnare Heidegger alla luce di tutto questo? La risposta prevalente, sebbene controversa, è che l’opera filosofica mantenesse una rilevanza imprescindibile, ma che non potesse più essere letta in modo innocente, senza tenere conto del contesto biografico e ideologico in cui venne prodotta.
Il caso Heidegger è emblematico di una domanda che la filosofia del Novecento non può eludere: in che misura la vita di un pensatore contamina o illumina il suo pensiero? Non si tratta di ridurre la filosofia alla biografia, né di assolvere quest’ultima in nome della grandezza speculativa; si tratta piuttosto di praticare una lettura critica, consapevole dei nodi irrisolti.
Heidegger non fu semplicemente un intellettuale che «sbagliò partito» per qualche mese. Il suo coinvolgimento fu attivo e convinto, almeno inizialmente, e sorretto da risonanze filosofiche profonde. Il silenzio postbellico e le tracce antisemite nei Quaderni neri rendono impossibile una piena separazione tra l’uomo e il pensatore. Al tempo stesso, sarebbe semplicistico liquidare l’intera opera come espressione del nazismo, poiché la sua analisi dell’esistenza, della tecnica, del linguaggio e dell’essere ha fecondato generazioni di filosofi in tutto il mondo, spesso in direzioni radicalmente opposte a quelle del regime che egli sostenne.
Forse la lezione più onesta che possiamo trarre è che la grandezza intellettuale non immunizza dall’errore morale, e che l’errore morale non annulla la grandezza intellettuale. Tenere insieme queste due verità, senza cedere né all’agiografia né alla demonizzazione, è il compito difficile ma necessario di chiunque voglia fare seriamente i conti con uno dei capitoli più inquietanti della storia della filosofia moderna.




































































