Jules Guesde: dal socialismo al nazionalismo

     Un tale risveglio di attività e di iniziative di innovazione economica non poteva che essere, d’altra parte, l’espressione coerente della peculiarità morfologica di una comunità, come quella magliese, posta tra un più stimolante territorio latamente leccese e la proiezione naturale verso il sud del Capo leucadico, le cui popolazioni, prevalentemente rurali, erano, però, anch’esse, almeno in parte significativa, ispirate dai primi nuclei di una più aperta mentalità borghese. Difficilmente, così come accerteranno studi e approfondimenti di analisi e di storia economica, tanti inediti bisogni sociali avrebbero potuto rimanere inevasi. Quindi, di potersi sottrarre alla funzione attrattiva esercitata da un ceto dinamico, quale quello magliese, supportato da una giovane enclave cittadina tendenzialmente mercantile e imprenditoriale. Di non rinunciare, insomma, alle opportunità, seppure ancora precoci, costituite dalla più moderna gestione del risparmio, dell’intrapresa organizzativa urbana e dell’impiego finanziario del risparmio stesso.

     Se e quanto questo panorama salentino di ordine storico-sociale e ideologico-culturale rilevi rispetto alla “meteora” magliese di Jules Guesde, è azzardato dirlo. Sino ad oggi, lo straordinario scavo dei due attrezzatissimi ricercatori, Franco Frisullo e Paolo Vincenti, al cui lavoro dobbiamo le nostre riflessioni, può soddisfare parzialmente le nostre curiosità, assecondando il merito di doverne allargare, tuttavia, il campo di indagine. Chi, come Jules Guesde – sembra financo lapalissiano ribadirlo – è in fuga dalla propria patria lontana e si trova sotto l’ipoteca di una condanna a cinque anni di reclusione, aggravata da una multa di 4000 franchi (con sentenza del tribunale di Montpellier del 22 giugno 1871), in quanto “arringapopolo” e reduce dalla semaine sanglante comunarda, ha ben altro a cui pensare. Anche perché, trattandosi di un rivoluzionario, e non certo di un teorico (pantofolaio) della cattedra, alla sua macchina critica non sarebbe potuta sfuggire (e restare impregiudicata), accanto alle emergenze illuminate, la piaga dolorosa dell’arretratezza che lo circondava. In particolare quel clericalismo (e quietismo e illiberalismo reazionario) che nel nostro Mezzogiorno furono lo stigma ideologico e la cifra prevalente della condizione sociale ancora per lungo tempo patita dalla massa delle plebi meridionali indigenti. Il che non impedì certamente a Guesde di intrecciare rapporti non banali col milieu intellettuale cittadino più avvertito, in particolare la famiglia Romano, il direttore didattico Ingravalle, il prof. Refolo e G. De Donno fu Giacomo. Sicché la puntuale, circostanziata e, a suo modo, audace investigazione storiografica dei nostri amici studiosi, riesce ad integrare la fisiologica provvisorietà delle fonti reperibili sui disiecta membra guesdiani e, sulla scorta di interessanti scoperte, a tentarne una più generale ricomposizione metodologica e narrativa. Perché ciò avvenga persuasivamente – e non per cortigiane giustapposizioni di superficie – occorre, ovviamente, attingere al corpus dottrinario che connota la personalità e l’opera del Comunardo, teorico, scrittore, ideologo, giornalista e organizzatore politico, ministro, rivoluzionario e patriota, tra i più eminenti esponenti del movimento operaio e della costruzione programmatica del socialismo, moderno e contemporaneo assieme. Tema, questo, ovviamente, formidabile sin dalla sua impegnativa tassonomia ermeneutica, ma che esula – data la complessità del personaggio, l’intensità e organicità delle sue relazioni – dai limiti che ci siamo autoimposti. Anche se, a nostro giudizio, la preziosa occasione del presente saggio su Jules Guesde a Maglie suggerisce di allargarne utilmente l’orizzonte conoscitivo.          

     Anzitutto la citazione, per così dire di ambiente ideologico territoriale, da parte degli autori, della lettera “in francese” dell’aprile 1873, inviata da Lecce, da Domenico Bernardini a Frederick Engels, con cui il commerciante (“non operaio”) chiede di iniziare una corrispondenza epistolare sui temi dell’organizzazione internazionale del lavoro (come si evince dall’Istituto Giangiacomo Feltrinelli, 1964). Inoltre, la notizia, tratta da «L’Émancipation» del 9 ottobre 1904, dell’espulsione di Guesde da Maglie “avendo fondato una sezione dell’Internazionale”[1]. E qui resterebbe proficuamente da indagare perché il suo soggiorno magliese di lavoro al liceo Capece, dal 1° novembre 1875 al novembre 1876, si concluse a causa della vigenza del mandato di espulsione emesso nei suoi confronti per i fatti della Comune, tanto che il 20 novembre 1876 Jules Guesde fu sostituito nell’insegnamento di Letteratura francese dal prof. Francesco Martini. Per meglio comprendere il clima ideologico e culturale e, più ancora, il punto di vista straniero dello stesso Jules Guesde sul movimento popolare italiano, non vanno trascurati i tre brevi articoli comparsi su «Le Radical»[2]. I tre testi di Jules Guesde, tutti del giugno 1872, costituiscono un attento e costante osservatorio delle singole sezioni del movimento operaio e proletario europeo a ridosso della Commune di Parigi. I giudizi di Jules Guesde (reduce dalla pesante condanna da parte del tribunale di Montpellier) nei confronti dell’Italia non sono certo lusinghieri, anzi, talvolta manifestano qualche punta di troppo in acredine e alterigia, per certi aspetti tipicamente francesi. In parte, ma solo in parte, il tono – che non risparmia neppure le eminenti figure di Mazzini e di Garibaldi – può essere addebitato alla diversità di condizioni, sia ideologico-culturali sia politiche, delle due nazioni. La questione sociale di quel periodo, infatti, presenta sui due fronti, aspetti non omologabili. E neppure i livelli di povertà e l’habitat materiale dei due Paesi lo sono. È una tale situazione, pertanto, che emerge distintamente dalla acuta analisi guesdiana: il livello più avanzato e, per così dire, di classe, degli operai francesi, mentre, attardato sul triste fenomeno del brigantaggio e vittima dell’influenza delle camorre, un pezzo significativo di Mezzogiorno italiano. L’intero tessuto sociale – e Guesde lo monitora per tratti rilevanti – appare ben differenziato e da ciò non può che derivare la complessità ideologica francese della rappresentanza politica rivoluzionaria a fronte, invece, della frammentazione e del settarismo (ancora fortemente regionalistici) del giovane Stato italiano nella sua fase aurorale. Si manifesta, perciò, quasi come un vero e proprio paradosso, dovuto ad una ironica astuzia della ragione storica, il fatto che di lì ad un lustro, il grande rivoluzionario d’oltralpe, si guadagni con merito il primo place di professore di Letteratura nel Convitto Capece di Maglie, nel remoto près d’Otranto del Sud d’Italia, dove non potrà che constatare “la civiltà degli abitanti”.

Passiamo ora, dopo questa lunga digressione, alla terza informazione, altrettanto rilevante e ricca di implicazioni teoriche, che riguarda la plausibile conversione al marxismo da parte di Guesde durante il periodo italiano, suffragata, secondo l’autorevole James H. Billington (1986), con l’edizione del primo giornale marxista in Francia, «L’Egalité», fondato da Guesde nel 1877, appena rientrato in patria dall’esilio magliese[3].

     Non appare casuale, d’altra parte, che tale avvicinamento al marxismo (la parola conversione appare forzata) ruoti attorno alla riflessione guesdiana sui temi prevalentemente economici del socialismo, in un contesto ideologico in cui divampa il fuoco della polemica tra Marx e le socialdemocrazie europee, avviate verso un gradualismo e riformismo inaccettabili dal fondatore – secondo la vulgata – del (cosiddetto) socialismo scientifico. Non si trascuri, infatti, che, seppure pubblicato per decisione di Engels solo nel 1891, proprio del 1875 è La critica al programma di Gotha dello stesso Karl Marx, vale a dire l’aspra presa di posizione contro l’unificazione, realizzata a Gotha, dei due partiti socialisti tedeschi, dietro la quale Marx coglieva una pericolosa ispirazione ideologica esercitata dall’influenza di Ferdinand Lassalle, deceduto nel 1864.             

     Ora, quasi coevo, nel 1876 (ma “Ecrite en 1875”) – su un fronte del tutto diverso, ma pur sempre nel groviglio della discussione dirimente tra struttura economica e realizzazione politica rivoluzionaria – Jules Guesde indirizza uno scritto dal titolo Della proprietà. Lettera al senatore Lampertico. Opera, assai plausibilmente, elaborata a Maglie e, circa quarant’anni dopo, riproposta in lingua francese nella più ampia pubblicazione: Çà et là; De la propriété: Lettre au sénateur Lampertico[4].

     La breve, ma densa domanda-risposta alla pubblicazione del terzo volume Economie des Peuples et des Etats del cattolico Lampertico, apparsa poco dopo su «La plebe» di Milano e divulgata in un opuscolo di una trentina di pagine, analizza con brillantezza le aporie conseguenti – a suo parere – dai “sophismes dont les diverses ècoles économiques”. In particolare, rimarca Guesde in premessa, contro:

“une soidisant nouvelle économie politique, dont vous êtes en Italie la plus haute personnification […] j’ai pensé qu’il ne nous convenait pas de paraître fuir le debat sous prétexte que: A vaincre sans péril, on triomphe sans gloire ” (p. 3). 

     Segue, a questo limpido grido di guerra teorica, una vera e propria (quanto asciutta) iperbole dialettica, allorquando, stigmatizzando le ambiguità e le oscillazioni del senatore in tema di proprietà (virgolettate nel testo), Guesde osserva acutamente e, direi, pur non rinunciando ad evidenti suggestioni utopiche proudhoniane, compiendo un “net pas en avant” nella critica sistematica[5]:

“La propriété se presente dans le passé “en état de transformation successive e continue”: donc, elle ne se transformera plus. Elle a toujours eu jusqu’à nos jours un caractère collectif ou social qu’elle conserve encore par endroit: donc, elle ne le réacquerra jamais”.

     Ed ecco la stoccata, magistrale e dirimente:

“Quelle logique! quel souci surtout de l’expérience pour un partisan déclaré de la méthode expérimentale!” (p. 5).

     All’ “économiste impénitent” Lampertico, il nostro socialista rivoluzionario non può che rimproverare in conclusione – così come innumerevoli volte ha fatto e farà Marx nella sua critica all’economia politica borghese – di avere correttamente individuato la storicità sociale della proprietà, ma di non trarre l’insegnamento pedissequo, di ordine politico-fattuale (trasformativo e pratico), di abolirla o modificarla radicalmente. Si tratta, in questo passaggio cruciale della formazione ideologica, di arricchire il bagaglio scientifico di prevalente matrice fisiocratica con i nuovi apporti di una visione più attenta ai rapporti sociali del capitalismo.

     Ci si chiederà, giustamente, perché insistiamo su questo punto. Perché costituisce il problema essenziale che investe il passaggio – diciamolo metaforicamente – dalle “armi della critica alla critica delle armi” (Marx). Ossia perché il discrimine tra una concezione naturalistica del diritto di proprietà, giustificatrice in ultima istanza dell’immodificabilità della proprietà privata stessa, e, al contrario, l’assalto politico (non meramente ideologico-critico!) alla “eternizzazione dei mezzi di produzione” del sistema capitalistico, che su essa proprietà si basa, apre l’epoca nuova del socialismo. E segna, seppure in maniera disomogenea e irregolare, gli assetti statuali e l’intera fisionomia giuridico-ordinamentale del ‘900, comprese le democrazie sociali post-belliche di circa un secolo fa. Saranno i nuovi livelli di socializzazione dei mezzi (e dei rapporti) di produzione, ancorché imprevedibili, a plasmare, infatti, valori di giustizia e di uguaglianza, conflitti inimmaginabili e contraddizioni universali radicalmente inediti. Tali da assumere sia veste politica, sia giurisdizione istituzionale antagonistiche e alternative rispetto alla società di classe erroneamente ritenuta immobile e inscalfibile.

     Di fronte a temi di questa portata Jules Guesde ha studiato, riflettuto, lottato. Nella sua vita avventurosa e randagia per necessità politiche, si legò di amicizia con i maggiori attori del pensiero e della politica progressivi. Tra questi strinse legami di collaborazione con i due generi di Karl Marx, Charles Longuet e Paul Lafargue, mariti, rispettivamente, di Jenny e Laura. Dopo il Congresso di Marsiglia dei lavoratori socialisti del 1879, soprattutto grazie a Paul Lafargue, poté incontrare il grande vecchio comunista almeno in un paio di circostanze, oltre che avvalersi epistolarmente del suo prezioso consiglio teorico e politico.

     L’intenso e fecondo dibattito dell’ultimo Ottocento, al quale nel cenacolo londinese del Moro parteciparono, tra gli altri, figure del calibro di Bebel, Bernstein, Kautsky, ispirò molte e assai importanti scelte guesdiane. E, in effetti, anche se il fondatore del movimento internazionale dei lavoratori viveva tempi assai aspri, risponde alle attese dell’impaziente rivoluzionario francese e “lo aiuta a redigere gli statuti del partito” che definisce “l’autentico partito operaio”[6].      

     Che non si tratti di una risposta qualunque, imprigionata nel tran tran speculativo delle filosofie dottrinarie del tempo e in parte ancora soffuse di un’aura escatologica, lo si arguisce dalla celeberrima asserzione marxiana: “Quello che è certo è che io, io non sono marxista!”[7]. In tal modo chiariva uno spazientito Marx, che – come acutamente sottolinea Jacques Attali – “lui ha elaborato una scienza, non una setta”. Si tratta ora, per un “anatomista della società civile” (ampiamente purgato da astratti residui dialettici e storico-materialistici della propria “preistoria” hegeliana) di incidere concretamente nella realtà politica. Pertanto, di fissare temi traducibili in procedure, meccanismi tecnici, regole di funzionamento e strategie di un programma per competizioni elettorali specifiche e, soprattutto, ad opera di moderni esponenti politici socialdemocratici e non di intransigenti e radicaleggianti massimalisti romantici. In questo senso ci pare interessante sottolineare che – a stare alle autorevoli parole di Isaiah Berlin – “Il fondatore della socialdemocrazia francese, Jules Guesde, gli sottopose il programma del suo partito, che Marx corresse drasticamente”[8].

     Quel “drasticamente”, oltre a riferirsi al filtro marxiano contro le scorie ideologiche bakuniane, ma anche proudhoniane e blanquiste, probabilmente segna – a nostro giudizio – specialmente l’insistenza (e il fine persuaso e persuasivo) di conquistare il potere mediante l’organizzazione di “un’appropriazione collettiva […] perseguita con tutti i mezzi che il proletariato ha a sua disposizione, incluso il suffragio universale, il quale verrà trasformato, dallo strumento di inganno che è stato finora, in strumento di emancipazione”[9].

     Un rigo dopo, a conclusione del testo, viene ribadito il principio della partecipazione del soggetto proletario alle elezioni, con la cogente chiusa attaliana: “È definitivo, il socialismo non può giungere che dalle urne” (p. 260). La conferma della svolta – che non esiterei a definire epocale – di questa collaborazione marx-guesdiana, è tutta nella menzione della manifestazione operaia parigina del 23 maggio 1880 che costringe il governo “ad accordare l’amnistia agli ultimi Comunardi”. Compreso, immagino, lui stesso, che, appena dieci anni prima dovette riparare a Maglie.                    

     Se, quanto e come Jules Guesde sia debitore al geniale filosofo ebreo di Treviri, creatore della più grande contraddizione storica laica dell’antagonismo anticapitalistico, rimane ancora problema irrisolto, forse irrisolvibile, senza trascurare, tuttavia, tra i tanti studi guesdiani, le fondamentali osservazioni di Claude Willard su “de retour en France et l’évolution de Guesde vers le marxisme”[10]. Così come, su questo aspetto, altrettanto preziosa appare l’analisi di Joseph Genuzio[11]. Penso, infatti, che il lascito marxiano più fecondo nelle menti più fervide e realizzatrici consista ancora nella buona congettura che “Nel caso degli stati democratici, egli non esclude tuttavia la possibilità di una transizione non violenta”[12]. Che, per l’appunto, ad un tale patrimonio di lotte e di idee, da parte di chi ha dichiarato di non essere marxista, le “varie sistematizzazioni postume, ovvero i ‘marxismi’ “, offrano l’occasione di “due direttrici del pensiero di Marx, una utopico-teleologica, l’altra storico-evolutiva”[13]. Ora, non è difficile arguire, che i migliori scolari di Marx, e tra questi senza professarsi marxista, Jules Guesde, seguano senz’altro la seconda, cioè quella “connessa dal concetto di pratica sociale: è solo attraverso l’attività pratica, la prassi, che l’uomo può modificare tanto se stesso quanto il mondo e arrivare a comprendere le proprie azioni”[14].

     Se il destino di Marx è vicino alla conclusione e si chiuderà appena tre anni dopo, nel 1883, a Jules Guesde, più giovane di ventisette anni, rimarrà, invece, da percorrere ancora un lungo tratto di strada. Quale che sia stata la natura del suo marxismo (comunque affatto particolare e non peregrina!), la sua traccia nella storia del socialismo e del nazionalismo francese risulta corposa e ricca di stimoli esplorativi. Un quarantennio, circa, di impegno politico e di lavoro intellettuale che, a tratti, contraddisse palesemente gli ideali stessi della sua militanza più cristallina, come “il voltafaccia” del 1914. Contingenza che, negli schieramenti contrapposti dell’anteguerra, si presentò ineludibile per una parte significativa dell’intellettualità di sinistra (più spesso massimalista e rivoluzionaria). Jules Guesde sposò convintamente, talora dogmaticamente, il nazionalismo sacro del fanatismo sciovinista, giungendo già nel 1886 dalle pagine di «Le Cri du Peuple» («L’Invasion», 26 agosto) a definire “sarracins”, cioè crumiri, i lavoratori italiani emigrati in Francia. Segno, questo, inequivocabile di ingratitudine e di xenofobia da parte di chi in Italia, da esule socialista, non aveva certo potuto lamentare inospitalità e persecuzione[15]. Egli immaginò erroneamente, seguendo una ingannevole equazione storicistica, che il conflitto mondiale tra potenze imperiali e imperialistiche, avrebbe potuto propiziare una rivoluzione sociale analoga a quella gloriosa del 1789. Niente di più sbagliato, naturalmente, per noi che possiamo comodamente avvalerci di un formidabile senno di poi.

     Più grave ancora, tuttavia, può apparire – in stretta aderenza alla nostra drammatica vicenda storica – la cupa congettura di un coinvolgimento, durante il Governo Viviani dell’agosto del 1914, del ministro Guesde, per il tramite del suo segretario Dumas, nel finanziamento all’ancora socialista Mussolini, allo scopo di fomentare l’ingresso italiano in guerra contro le potenze degli imperi centrali.               Forse la sua torsione, insieme ideologica ed esistenziale, si può misurare oggi, mitigando sia un giustificazionismo di maniera, sia antistorici accanimenti settari. Tenuto conto che il precipitato storico di quell’epoca si squadernò radicalmente imprevedibile entre les deux siècles e, come la katastrofé del teatro greco, consegnò al pensiero critico una indecifrabile responsabilità politica e etica, può essere, allora, di un qualche interesse – una volta manifestata schietta gratitudine agli storici Franco Frisullo e Paolo Vincenti che ci hanno fatto riscoprire il professore di Maglie – riflettere riassuntivamente sul bilancio della complessa e fascinosa personalità di Guesde per mano di Jean-Numa Ducange. Questi, non limitandosi al profilo agiografico, incide, invece, utilmente, il nodo attuale di ogni riflessione seria sull’idea socialista e la sua vitalità. Vale a dire: “In tempo di crisi politica non c’è alcun dubbio che le preoccupazioni sull’identità politica riaffioreranno. La storia di un uomo come Jules Guesde è dunque ben più che un elemento di interesse storico: ci permette di capire come si costruisce un’ideologia attraverso le sue concrete forme politiche. Un’identità politica che non sarebbe comprensibile senza le tracce lasciate dalla Comune di Parigi”[16].

     È bello che queste tracce continuino ad affiorare da un breve esilio magliese di tanto tempo fa e ci aiutino a pensare.

[in “Note di Storia e Cultura salentina”, Società Storia Patria Puglia Sezione del Basso Salento, n.XXXV, 2025, Edizioni Grifo, Lecce, 2025]


     [1] Biographie de Jules Guesde, in «L’Émancipation: Journal hebdomadaire, organe socialiste de la Region Valenciennes», cit.

     [2] Jules Guesde, Lettres de Rome, Parigi, anno II, rispettivamente: n. 156, 4 giugno 1872, pp. 2-3, n. 163, 11 giugno 1872, pp. 2-3; n. 177, 27 giugno 1872, pp. 2-3.

     [3] James H. Billington, Con fuoco nella mente, le origini della fede rivoluzionaria, cit., p. 454.

     [4] Jules Guesde, Çà et là; De la propriété: lettre au sénateur Lampertico; La Commune; Le collectivisme devant la 10e Chambre, cit.

     [5] Jules Guesde. Textes choisis (1867-1872), cit., p. 15.

     [6] Jacques Attali, Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo, Roma, Fazi Editore, 2006, pp. 259 e 260.

     [7] Ibidem.

     [8] Isaiah Berlin, Karl Marx, Milano, Adelphi 2021, p. 284.

     [9] Ibidem.

     [10] Claude Willard, Lettre de Guesde a Marx, 1879, pp. 102-103, cap. V, pp. 16-19.

     [11] Joseph Genuzio, Jules Guesde et Emile Zola, cit.,in particolare pp. 12-18.

     [12] Luciano Canfora, Eric Hobswaum, Marx e i suoi scolari, Stilo Editrice, 2023, p. 157.

     [13] Ivi, p. 157.

     [14] Ivi, p. 153.

     [15] Matteo Sanfilippo, Studi Emigrazione/Migration Studies, XLIX, n. 187, 2012. 

     [16] Jean-Numa Ducange, In ricordo della Comune di Parigi e di Jules Guesde. https://transform-italia.it/la-nascita-del-marxismo-in-francia-in-ricordo-della-comune-di-parigi-e-di-jules-guesde, 15 marzo 2021.

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