Nuovo Zibaldone Salentino XVI

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Metamorfosi. La trasformazione della città avviene non solo nella forma dei cambiamenti urbanistici e architettonici, una nuova strada, una nuova costruzione, una casa che non c’è più, ecc., ma anche delle persone. All’angolo della piazza sostava sempre Rossano (i nomi qui sono tutti di fantasia, come i fantasmi) ed io mi ci fermavo a parlare con lui ogni volta che passavo da lì in moto; poi vedevo Totò con la sua sigaretta in mano che mi tagliava la strada, distratto dalle sue immaginazioni artistiche; e poi ancora Franco che aveva sempre fretta di tornare nel suo studio per terminare l’opera; e che dire di Enrico che faceva il suo giro a bordo della motoretta e ogni volta che mi incontrava, mi ricordava i giorni della giovinezza! E potrei citarne molti altri. A me piace pensare, quando vedo un papà, che spinge una carrozzina, o una mamma, che tiene per mano la sua creatura, mi piace pensare che siano proprio questi bambini le persone scomparse, rinate con un altro nome e sotto altre sembianze; e che alla fine la trasformazione della città sia solo di facciata, dietro la quale ci sono sempre loro, i nostri amici, gli amici di ognuno di noi, che hanno voluto farci uno scherzo, fingendo di abbandonarci per sempre, mentre invece continuano a seguire le nostre mosse con gli occhi degli infanti.

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Inventare un racconto. Nel bel libro sopra citato Storia di un’amicizia, Ermanno Cavazzoni riporta un pensiero di Gianni Celati, che mi piace citare ad uso dei numerosi scrittori contemporanei: “Inventare invece un racconto di sana pianta diceva che è sempre qualcosa di incerto, qualcosa che stai ad aspettare e arriva se vuole lui, con la sensazione spesso di stare truffando, come a scuola quando aspetti che ti passino il compito.” (p. 183) Celati insegna che l’invenzione non è mai frutto della volontà dello scrittore, il cui compito si riduce ad accompagnare, trascrivere il racconto quando esso “arriva”, il che vuol dire quando una necessità superiore richieda che l’invenzione si tramuti in verità letteraria. E’ la necessità che ha fatto nascere la Beatrice dantesca e il don Chisciotte di Cervantes, l’Orlando di Ariosto e l’Amleto di Shakespeare, la volontà degli autori ha solo assecondato la necessità che questi personaggi e le loro storie prendessero vita. Pertanto, lo scrittore che pensa di poter “inventare un racconto di sana pianta” è un truffatore, non inventa nulla, ma copia un lavoro non suo. Costui non ha atteso l’arrivo del racconto, ma, travolto dal mito del successo, ha temuto di non farcela, non ha avuto fiducia che improvvisamente alla sua mente gli si presentasse l’invenzione tanto a lungo attesa, non ha avuto la pazienza di attendere – e l’attesa non è un’attesa inerte, ma sommamente laboriosa – , ma ha preferito passare il tempo sperando che il compagno di banco gli passasse il compito per far bella figura davanti al professore distratto.

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Senza freni. Carmelo aveva una bicicletta con freno a contropedale, insolita tra i nostri pari, che azionava per lasciare lunghi solchi sulla terra battuta del campetto, invidiato da tutti. I normali freni del manubrio, che tutti noi avevamo in dotazione alle nostre biciclette ci facevano solo vergognare. Ma quando, un giorno di primavera, al nostro gruppo di ragazzini si aggiunse Piero, che si era appena trasferito nel nostro quartiere, arretu allu Nachi, e sfoggiò la sua bicicletta senza parafanghi e senza freni, tutte le attenzioni furono per lui. Volete sapere come frenava? Inseriva tra il copertone della ruota posteriore e il telaio la scarpa destra, all’altezza del tallone, e il risultato era ottimo: le sue scie di terra smossa sulla ghiaia o sul terreno battuto non avevano nulla da invidiare a quelle che lasciava Carmelo col freno a contropedale; per le frenate meno spettacolari usava lo stesso metodo, ma applicato alla ruota davanti. Indubbiamente, la bicicletta più povera era la più desiderabile.

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Confessione. “L’adoravo, e lei un giorno mi disse: non ti amo. Allora capii che adorare non è amare e che io dunque mi ero ingannato.”

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Doxa e alètheia. Bisogna prendere posizione, e cioè farsi un’opinione delle cose del mondo e poi esserne convinti dopo averne vagliato l’assunto e le sue ragioni; e anche difenderla nell’eventuale contraddittorio, almeno quel tanto che regga al confronto, fino al limite del ragionevole dubbio, oltre il quale saremmo fanatici ad insistere. In tal caso conviene ripiegare e cambiare opinione. Ma già gli antichi greci sapevano che la doxa non ha in sé verità e che solo l’alètheia può acquietare la nostra vita. Così è quando scriviamo e diciamo quello che pensiamo, prendendo posizione come fossimo dei soldati in vista del nemico. Non dovremmo mai dire contro qualcuno o qualcosa e neppure a favore di qualcuno o qualcosa, perché ogni livore, anche il più lieve, come il più piccolo moto di immediata ammirazione, ci porta fuori strada, privandoci dell’incanto della scoperta, che, quando giunge, guai a farsela sfuggire!

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Parádeisos . Un giorno dovrò scrivere qualcosa dei giardini delle case di città, che prima s’aprivano numerosi sul retro come per offrire un pezzetto di campagna alla famiglia inurbata. Erano perlopiù ortali piantati ad agrumeto, un limone (in primis, anche a scopo terapeutico), un mandarino, un arancio; ma poi anche, se lo spazio consentiva, un pesco, un albicocco, un nespolo, un cachi. Sulla sommità dei muri luccicavano a sera, alla luce dei lampioni stradali, i montaliani cocci di bottiglia, bastanti da soli a farci desistere da ogni impresa temeraria. Una verandina minuscola sul fronte della casa, ma dietro, quanto più spazioso era possibile, l’hortus conclusus, il regno della madre di famiglia, operosa e fiera nel suo piccolo paradiso. Riparato da venti e burrasche, forniva garanzia, ogni anno, di un frutto abbondante e teneva fresco d’estate. Io e Antonio tornavano a casa, un po’ affamati, per l’ora di cena, dalla passeggiata serale, rasentando i muri dei giardini, da cui ciuffi di vegetazione fuoriuscivano misti a pomi maturi, quasi una provocazione! La metamorfosi della città ha travolto la più parte di questi luoghi invisibili, compresi i cocci di bottiglia, nel frattempo divenuti fuorilegge, ed ora bisogna andare in campagna per ritrovarvi il ricordo.

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Il sentire. Nel silenzio profondo dell’ora pomeridiana, sul punto di cedere al sonno, ho pensato a Wittgenstein, che a proposito del vedere scrive: “L’illimitatezza dello spazio visivo è nella massima evidenza quando non vediamo nulla, in completa oscurità.” (Osservazioni filosofiche, cit., p. 240). Perché ciò che vale per il vedere non dovrebbe valere per il sentire? L’illimitatezza delle parole, dei discorsi, delle storie, in una parola, di tutto quanto è stato detto, è quando non sentiamo nulla, in completa sordità.

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Capitalismo della finitudine. Questa è la definizione che Arnaud Orain, La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine, Einaudi, Torino 2026, p. 4, dà dell’attuale fase del capitalismo: “Il capitalismo della finitudine è una vasta impresa navale e territoriale di monopolizzazione di beni – terre, miniere, aree marittime, schiavi, magazzini, cavi sottomarini, satelliti, dati digitali – portata avanti da Stati-nazione e compagnie private con l’obiettivo di generare un reddito rentier situato al di fuori del principio della concorrenza.” Forze smisurate si muovono sulla superficie terrestre, col solo scopo di accaparrare ognuna per sé il maggior numero di risorse. Il liberismo economico, fondato sulla libera concorrenza, mostra il suo vero volto, trasformandosi in un insaziabile animale predatore. Pertanto, la conclusione dello studioso non può che essere questa, riassunta nello “slogan del capitalismo della finitudine: non ce ne sarà per tutti.” (p. 241). Il che vuol dire che non tutti avranno un posto a tavola al banchetto del capitalismo, a molti non rimarranno che le briciole e forse neanche queste.

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Ispirazione. Che cos’è l’ispirazione? Provo a dirlo con una similitudine di Giorgio Agamben, Quaderni, volume II, 1981-1984, Quodlibet, Macerata 2025, p. 382: “Come se qualcuno, sentendosi toccare sulla spalla, vedesse, volgendosi, già tesa oltre in avanti la mano che l’ha sfiorato, la sua propria mano, e, sorpassato dalla sua stessa andatura, osservasse incredulo e felice il sé che, da dietro, l’ha scavalcato.”. Non solo l’ha scavalcato – aggiungo -, ma se ne va dritto per la sua strada, senza voltarsi, e lascia il suo doppio indietro, come se l’avesse incontrato per caso e non intendesse mantenere alcun rapporto con lui: uno sfioramento, un semplice tocco della mano non può essere l’inizio di una relazione. Ma guai a ignorarlo! Così l’opera, se è frutto dell’ispirazione, ben poco ha a che fare con colui che le diede la vita e che, assolto il suo compito, rimane indietro e alla fine scompare.

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Pesci piccoli. Il capitalismo ha gettato sul mondo una grande rete. Forse, bisognerebbe farsi piccoli piccoli per sfuggire alle sue maglie.

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