Le celebrazioni a Lecce per la liberazione di Roma e del Papa dai nazifascisti


Colonna di Tank Destroyers M10 americani accanto al Colosseo il 5 giugno 1944. 

     Come se non fosse bastato il suono delle campane, la conferma ufficiale si ebbe con la comparsa di un manifesto murale, con l’invito via radio del papa Pio XII a pregare per ringraziare Dio e la conseguente esortazione del vescovo di Lecce, mons. Alberto Costa, ai fedeli a presentarsi in cattedrale per partecipare al Te Deum di ringraziamento.

     Lunedì 5 furono affissi in città i manifesti del vescovo, del Commissario al Comune, del Fronte Nazionale e di alcuni partiti, tra i quali spiccava quello della Democrazia Cristiana:“Cittadini, la Città Eterna, anima della Patria e dell’Umanità, è finalmente liberata.

     Un fremito di commozione pervade tutti i cuori, nella certezza che la folgorante vittoria segni una tappa decisiva nella guerra del nostro riscatto.

     O Roma o morte! Fu il grido della passione italica; e Roma è tornata alla Patria.

     Profonda e universale sia la riconoscenza per le gloriose Armate che combattono in nome della libertà, ed hanno strappato la prima Capitale europea al duro servaggio.

     Innanzi alle vestigie di Roma il fragore delle armi è cessato, e la oscena barbarie ha celebrato la sua sconfitta.

      Rendiamo omaggio al Sommo Capo del mondo cristiano, che anche nelle grigie ore della battaglia ha levato alta la parola ammonitrice. Salutiamo i soldati d’Italia, che hanno partecipato alla liberazione, e i Patrioti, oscuri ed indomiti eroi, che nel nome sacro di Roma fanno della vita suprema offerta.

     Sia gloria ai Caduti, che col sangue irrorano le vie e le piazze d’Italia! Il loro olocausto valga a redimerci della vergogna di un fosco passato, e sia auspicio di giorni che immancabilmente verranno, in cui l’Umanità potrà ancora una volta salutare Roma, faro di civiltà, madre del diritto, simbolo di pace”.

     La mattina di martedì 6 una grande folla si radunò in Piazza Sant’Oronzo da cui partì un lungo corteo al suono degli inni della Patria. Giunto sul piazzale antistante la Casa del Popolo, il sottosegretario di Stato alla Guerra, on. Mario Palermo (1898-1985), tenne un vibrante discorso in cui rimarcò l’entusiasmo degli italiani per la liberazione di Roma e la grandezza della Capitale, maestra di civiltà e di pace; salutò poi, in nome degli italiani, gli eserciti alleati, che con coincidenza significativa avevano operato, insieme alla liberazione della Capitale d’Italia, lo sbarco vittorioso in Normandia.

     Dopo essersi ricomposto, il corteo si diresse al monumento ai Caduti, dove fu deposta una corona di alloro.

     I festeggiamenti proseguirono in cattedrale, gremita all’inverosimile da persone di ogni ceto sociale. Sull’emiciclo del Coro sedevano le autorità e i rappresentanti dei partiti politici. Erano presenti l’on. Palermo in rappresentanza del ministro della Guerra, il rappresentante delle Forze Armate, il prefetto della provincia, il commissario prefettizio del Comune di Lecce.

     Nel corso della cerimonia il vescovo mons. Costa tenne un lungo e ponderato discorso, che riportiamo integralmente.

     “Autorità, V.do Capitolo, Signori, Cantemus Domino (Leviamo il cantico al Signore, Exodus, XV, 1, ndr), e nel cantico si trasfonda l’impeto della gioia e della riconoscenza.


Roma 1944. Le truppe americane attraversano via del Corso.

     Roma è libera: dopo nove mesi di ansie, di voti, di preghiere, Roma, la città eterna, la madre, la madre del Giure (del diritto, nella sua accezione più ampia, ndr), il faro della civiltà, la città destinata a stendere lo scettro sul mondo o per la forza delle armi o per la potenza della Religione; ‘Roma, fatale sempre / o col brando dei Cesari percuota / i troni tutti quanti, o colla Fede / tragga al suo carro incatenato il mondo’ (Giacomo Zanella, Milton e Galileo, vv. 166-167, 1868, ndr).

     Roma è libera, e con Roma è libero il Papa.

     Per nove mesi, avulsi dal Vicario di Cristo, dal Pastore universale, da Lui, che nel cuore vasto come le arene del mare sente ripercuotersi i dolori e i gemiti del mondo! Nove mesi di angoscia e di lutto; ma non disperammo; e nel tempo della tribolazione, sull’esempio del Profeta regale: ‘Ad Dominum cum tribularer clamavi’ (Al Signore ho gridato nella tribolazione, Salmi biblici, XXIX, 1, ndr); sull’esempio dei primi fedeli, che incessantemente pregavano per la liberazione dell’Apostolo Pietro tenuto in ceppi da Erode, abbiamo pregato Dio per la liberazione del Papa; e quel Dio, ‘che atterra e suscita, che affanna e che consola’, ci ha ascoltato: ‘ Ad Dominum cum tribularer clamavi, et exaudivit me’ (… e mi hai esaudito, ndr); Pio XII è libero.

     Il Padre è stato restituito ai figli, il Pastore al gregge, il Maestro ai discepoli; e da oggi, ci è dato comunicare con Lui, riversare il n ostro sul suo cuore, sentire da Lui la parola del conforto, da lui ricevere le norme e le direttive, cui ispirare la nostra condotta in mezzo alle tenebre del momento che attraversiamo.

     ‘Cantemus Domino’ (Exodus 15: 1, 20-21, ndr); cantiamo al Signore l’inno della lode e del ringraziamento, e sia piena la nostra lode, sia sonora: ‘sit laus plena, sit sonora (Lauda, Sion Salvatorem di San Tommaso d’Aquino, v. 13, ndr) sia espressione non solo di grazie, ma dei propositi santi, che ora rinnoviamo, e deponiamo ai piedi del Papa: amare il Papa, obbedire al Papa, pregare per il Papa.

    Amiamo il Papa; è il padre affettuoso, sollecito del bene non solo spirituale, ma altresì materiale dei figli. Che cosa non hanno fatto i Papi, nel corso dei secoli, per alleviare le sventure, lenire le sofferenze, soccorrere le miserie dei popoli? Le pagine della storia sono troppo eloquenti e,  a caratteri d’oro, hanno segnato i nomi dei Leoni, dei Gregori, degli Innocenzi, dei Pii, che sono stati gli Angeli della Provvidenza nelle epoche più calamitose per la Società.

     Che non ha fatto, nell’altra grande guerra, Benedetto XV? Ben ce lo dicono le parole incise sulla base del monumento eretto dai figli dell’Islam al grande Pontefice presso le rive del Bosforo: ‘Al benefattore dell’umanità, l’Oriente’.

     E che cosa non ha fatto, in questi anni di guerra, Pio XII, per tergere le lagrime delle madri, delle spose, per soccorrere gli orfani, per andare incontro ai prigionieri, ai profughi, ai miseri che lottano colla fame?

     Obbediamo al Papa; il Papa è il dolce Cristo in terra; la sua parola è la parola di Cristo; chi ascolta il Papa ascolta Cristo, chi disprezza il Papa disprezza Cristo: ‘Qui vos audit, me audit; qui vos spernit, me spernit’ (Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me, Vangelo secondo Luca, 10, 16, ndr). I comandi del Papa, i suoi consigli, le sue direttive siano la regola della nostra vita, chè, giusta l’energica espressione di S. Ambrogio, dov’è Pietro ivi è la Chiesa: ‘ubi Petrus, ivi Ecclesia’ (Ambrogio, Explanatio in Psalmos, Commento al Salmo 40/41, ndr), e dov’è la Chiesa, ivi è la salvezza.

     Preghiamo per il Papa: come Cristo, così il Papa è, e sarà sempre, segno di contraddizione: ‘Signum cui contradicetur’ (Il segno cui sarà contraddetto, Vangelo di Luca, 2, 34, ndr). ‘Segno d’immensa invidia / e di pietà profonda, d’inestinguibil odio, / e d’indomato amor’. (Alessandro Manzoni, Il cinque Maggio, vv. 57-60, ndr).

     Al Papa, perciò, non mai mancheranno le amarezze, i dolori; la via del papa è la via del Calvario: il calice del papa è il calice del fiele e dell’aceto.

     A noi, da figli teneri e devoti, rendere meno aspra la via, a noi temperare l’amarezza del calice del Padre, col prendere parte a’ suoi dolori, col dividere le sue amarezze, col pregare il Signore che lo conservi, lo vivifichi, lo prosperi sulla terra, e non lo abbandoni alle brame de’ suoi nemici.

     Parlo a Lecce cattolica, che vanta una tradizione magnifica di amore e di attaccamento al Papa; e a Lecce cattolica dico: Per la tua salvezza, per la tua gloria, sempre, in ogni evento, tieni fede alla consegna: col Papa, per il Papa, nel Papa!

     Signori, Roma è libera, e libero è il Papa; la liberazione di Roma e del papa sia auspicio e pegno della prossima liberazione dell’Italia.

     Oh, spunti, spunti presto il giorno in cui, come oggi, ne sia dato raccoglierci in questa superba cattedrale, dinanzi all’altare, sotto lo sguardo del celeste Patrono S. Oronzo, per rinnovare il cantico, che, ora sciogliamo dai cuori e dalle labbra, a rendimento di grazie a Dio, ad implorazione dei celesti favori e dei superni aiuti sugli Alleati, sui nostri Combattenti, su quanti sono stati nelle mani dell’Onnipotente, gli artefici della liberazione di Roma e del Papa.

     ‘Cantemus Domino: Te Deum laudamus. Te Dominum confiterum …’ (Cantiamo al Signore – vedi sopra -. Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore, San Niceta vescovo di Remesiana, vv. 1-2, ndr)”.

     A conclusione della dotta orazione del prelato, venne cantato solennemente il Te Deum di ringraziamento. Dopo che fu impartita la benedizione, tutte le autorità presenti di avvicinarono a mons. Costa per ringraziarlo.


4 giugno 1944, la Liberazione di Roma cominciò dalle periferie (via Casilina).

Bibliografia

Archivio storico della cattedrale “Maria SS. Assunta” di Lecce, Carte di mons. Alberto Costa;

M. Cancogni in AA.VV, Dal 25 luglio alla Repubblica, ERI, 1966;

E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, 2 voll., Torino, G. Einaudi Editori, 2001;

U. Gentiloni (a cura di), 4 giugno 1944. La liberazione di Roma nelle immagini degli archivi alleati, Ediz. Illustrata, Skira, 2004;

 L’Ordine: corriere salentino, a. 39, 9 giugno 1944;

M. Musu, E. Polito, Roma ribelle. La Resistenza nella capitale 1943-1944, Roma, Teti editore, 1999;

A. Parisella (a cura di), Il museo racconta. La liberazione di Roma dall’occupazione nazista, Gangemi Editore, 2017;

V. Paticchia (a cura di), Percorsi della memoria. 1940-1945 La storia, i luoghi, con la collaborazione di Paolo Zurzolo, Clueb, Bologna, 2005;

G. Ranzato, La liberazione di Roma. Alleati e Resistenza, Roma-Bari, Laterza, 2019.

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1 risposta a Le celebrazioni a Lecce per la liberazione di Roma e del Papa dai nazifascisti

  1. Antonio De Blasi scrive:

    Leggo con tanto interesse gli scritti pubblicati su questo sito inerenti alle cerimonie, ricorrenze e manifestazioni culturali, sociali, civili e religiose che si svolgevano a Lecce dalla fine dell’Ottocento alla prima metà del Novecento. Lecce era una città viva e partecipativa, entusiasta della propria identità. Se ci fosse stato in quel periodo, a differenza di oggi, il riconoscimento di città della cultura, le sarebbe sicuramente stato assegnato. E oggi? Lecce sembra una città dormiente, avvolta da un triste grigiore e apatia socio-culturale. Ciò che la caratterizza è la superficialità, l’edonismo, l’effimero (vedi movida, feste private, ecc.).

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