di Eugenio Imbriani

Questo è un libro composito (si dirà: ma quale libro non lo è) nel quale torno a toccare alcuni dei temi su cui ho avuto modo di soffermarmi in anni recenti: ho ripreso e rielaborato materiali predisposti per convegni e articoli, alcuni dei quali già pubblicati, e li ho mescolati con testi che ho composto per questa occasione, cercando di tenermi legato a un filo conduttore: il rilievo che hanno nelle vite quotidiane saperi e comportamenti che non rispondono a un rigoroso protocollo, a direttive sociali esattamente codificate. Gli antropologi hanno voluto indagare principalmente sulla diversità, sulle stranezze delle pratiche sociali, hanno illustrato la varietà delle forme di vita. Ho immaginato l’antropologia culturale come un pensiero zoppo, che non procede con passo trionfante su strade spianate e nel lindore dei laboratori, ma tra idee confuse e ragioni che si fondano su logiche non sempre tra loro compatibili.
Il libro non vuole presentare un resoconto delle teorie sulla magia di cui abbiamo notizia, del tipo Malinowski dice, Mauss ribadisce, Frazer precisa… (tuttavia qualcosa ci sarà), ma scenari in cui pensieri e azioni si agitano, magari in contrasto tra loro, e producono dinamiche in cui i significati cambiano, si perdono, si recuperano, si inventano. Lévi-Strauss ha spiegato che la specie umana deve la sua sopravvivenza alla molteplicità di caotiche esperienze esistenziali: molte inutili, altre deleterie, altre suicide, finché la roulette non si è fermata sul numero fortunato. Non sappiamo fin dove ci porterà l’attuale condotta della parte “più avanzata” dell’umanità: i segnali non sono buoni; Leopardi affermava che la natura umana non è che adattabilità: forse non aveva torto, ma ai suoi tempi il progresso (diremmo il capitale, la finanza, il potere, la tecnologia…) da lui tanto deprecato non avevano ancora messo a dura prova la pazienza del pianeta.




































































