Nel primo capitolo mi sono proposto di seguire la riflessione di de Martino sulla magia fino alla conclusione del suo percorso, interrotto presto, purtroppo; il risultato non è banale, e forse solo adesso ho compreso bene, dopo esserci passato e ripassato tante volte, il senso del suo concetto di presenza, che è l’ovvietà del mondo. La magia muove a mantenere o ripristinare l’ovvietà del mondo che ci circonda, quello delle nostre abitudini, quando vacilla e gli strumenti forniti dalla ragione, o dalla compassione, non bastano a tenerlo in piedi.
Nel secondo capitolo, il tema di fondo è la bestialità che si annida negli uomini, nel corpo e nella testa, la difficoltà di controllarla con gli strumenti della politica e della religione, e la necessità di lasciarle uno spazio, meglio se in forme istituzionalizzate; attenzione, però, anche l’intelligenza può produrre mostri da combattere, se le autorità decidono che di mostri si tratta.
Nel terzo capitolo parlo di un incontro con un anziano bravo muratore, che spiega con precisione quali siano le abilità e gli strumenti del mestiere, con un linguaggio che svela gli aspetti simbolici di operazioni che pure hanno lo scopo praticissimo di tenere in piedi i muri su cui poggiano le volte; l’applicazione delle tecniche si sposa con la conoscenza specifica dei materiali, del territorio da cui provengono, e l’uso appropriato delle metafore.
Nel quarto capitolo emerge più esplicitamente il tema della relazione tra uomini e mondo, attraverso la riflessione di antropologi come Sahlins e Ingold, che molto hanno scritto sulla dimensione spirituale attribuita alla natura in molte popolazioni, che la modernità ha cercato di ridimensionare o di annullare, senza, peraltro, riuscirci; a tal proposito, propongo l’esempio di alcune pratiche domestiche del tutto abituali nel periodo natalizio (l’allestimento dell’albero di Natale e altro da andare a spulciare).
Il quinto capitolo è dedicato all’importanza e all’utilità dell’incolto, purtroppo spesso demonizzato, in nome di un addomesticamento igienico e ordinato che gli uomini destinano a se stessi (salvo produrre sporcizia tossica e pressoché ineliminabile). Si comincia con i fiori, si chiude con le cosiddette malerbe.
Il sesto capitolo è dedicato al pensiero magico: lo spunto è dato da un lavoro di Susan Greenwood secondo cui la magia non è un sistema di pensiero inferiore o precedente o primitivo o meno avanzato rispetto a quello scientifico, ma diverso; va rivalutata, a suo parere, la posizione di Lévy-Bruhl, che questa diversità aveva analizzato nei termini di una peculiarità logica, basata sul principio di partecipazione, lo stesso, facendo i giusti contrappesi, che ha caratterizzato il pensiero naturalistico rinascimentale.
L’ultimo capitolo è quasi interamente ispirato dalla ricerca sul sacro di Pier Paolo Pasolini, secondo cui quella esperienza nella società dei consumi è andata perduta, soggetta alla laicizzazione indotta dal mercato e dalla comunicazione omologante e ancor a maggior ragione, potremmo aggiungere, acquista una nuova facies nei processi di patrimonializzazione a cui lo scrittore, morto nel 1975, non può aver assistito: ma il sacro che lui cerca chissà se è mai esistito.
Licenzio queste pagine mentre nel mondo impazzano guerre, annientamento volontario di intere popolazioni, respingimenti di migranti, in un contesto climatico devastante. Allora spero, ma è davvero pretendere troppo, che questo libro fornisca un sia pur minimo apporto a uno scongiuro potente, nel quale trovino posto tutte le divinità esistenti e inventate (quelle buone), armate di corni e fiche, forbici e ferri di cavallo, amuleti apotropaici, sale e pungitopo, allontanino i torti pensieri di Crono e ammansiscano la terra. [e. i.]
Lecce, 5 marzo 2026
[Introduzione a Un mondo Magico, Progedit, Bari, 2026]




































































