I resti di Babele 74. Vittorino Curci e i miti che non ci hanno abbandonato

di Antonio Errico

Come un corpo a corpo con la contemporaneità: con le sue storie, le sue ambiguità, i significati bruciati, quelli svuotati, con i sentimenti snaturati, le ragioni incerte, la caduta delle certezze, i simboli spenti, gli interrogativi balordi, le risposte stentate. Nella Terra dell’inquietudine di Vittorino Curci, edito da Musicaos, accade tutto quello che può accadere in un luogo qualsiasi del mondo, in un giorno qualsiasi del mondo. Come nel Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa, in fondo. Come nella più densa poesia del Novecento italiano ed europeo, in fondo. Allora Vittorino Curci si addentra nei territori del reale, li attraversa, li esplora, individua quelli che sono i nodi fatti più forte, gli sfilacciamenti, le rugginosità; guarda con lucidità, non si spaventa mai, qualche volta si lascia prendere da una sensazione di pietà per i tempi come sono diventati, per le illusioni che si sono sfarinate, per una umanità che si ritrova come “mammiferi spiaggiati”. Qualche volta si commuove.  Poi, però, dichiara che  “i miti non ci hanno abbandonati”. A me sembra di intuire che uno dei pochi miti che non ci hanno abbandonato, o che non abbiamo abbandonato, sia quello della parola che si conforma in letteratura. Vittorino stesso ne costituisce una conferma. Una adesione totale alla poesia per tutta un’intera vita.

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