Un costante impegno ad asciugare il linguaggio, a lasciargli il nucleo dell’origine, il movimento essenziale, la durezza, a volte, dell’espressione, a volte una intenerita sentimentalità. Ipotesi d’interpretazione: perché Vittorino Curci lascia aperte – spalancate- innumerevoli finestre ermeneutiche, per cui i significati dipendono da quella finestra dalla quale ci si mette a guardare. Ma c’è una condizione che non si subordina al punto di vista. La condizione dell’onestà della sua poesia. Che ricorda quello che diceva Umberto Saba agli inizi del secolo passato, nel 1911: ai poeti non resta altro da fare che la poesia onesta. Vuol dire anche onestà nei confronti della stessa poesia, della parola stessa, della “carne del linguaggio”. Scrive: “Dalla distanza della scrittura chi giudica giudica se stesso”. Già. Non ci sono altri da giudicare. Si giudica soltanto se stessi. “E’ una poesia che interroga continuamente se stessa, prendendo le mosse dall’esperienza personale”, scrive Luciano Pagano nella nota in quarta di copertina. Forse è questa la poesia onesta. Forse è nel sentirsi addosso tutta la responsabilità di quello che accade in qualsiasi giornata del mondo in un qualsiasi luogo del mondo, nella consapevolezza, un po’ serena e un po’ disperata, che quello che accade il poeta non lo può cambiare. Il poeta no, certamente. La poesia sì, invece, probabilmente. Magari senza che nessuno se ne accorga; magari mentre qualcuno si chiede, a proposito di chi racconta la storia, “dove vuole arrivare?”.
Con questo libro, Vittorino Curci dà conferma che non vuole arrivare da nessuna parte, con le sue storie in versi. Vuole continuamente ripartire, con ogni verso, scrutare i paesaggi, interpretarne i segni, per comprendere di più, per raccontare di più, con meno parole. Soltanto con quelle parole che risultano necessarie, indispensabili, urgenti. Che non accettano illusioni. Ma nemmeno rimpianti.
[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, giovedì 28 maggio 2026]




































































