L’altra storia dell’Università del Salento: incontri con studiosi, idee, libri e metodi di lettura

Con queste mie semplici parole ho voluto porgere uno spunto breve, per presentare come esempio di presenza culturale ‘feconda’ la permanenza a Lecce di Romano Luperini, che insegnò nella nostra Università ‘Critica letteraria’, a cominciare dai primi anni ottanta del secolo scorso.

Poter ascoltare le sue lezioni e dialogare con Lui  era ‘gaia scienza’ per la mente, soprattutto perché era possibile aprire i confini del discorso sulla letteratura come ‘non solo’ disciplina, della lettura dei testi come pratica di decostruzione compositiva dell’opera e della comprensione come apertura oltre il commento, per un ruolo attivo-dialogico autore-lettore, oltre l’unificazione del metodo delle analisi, con pretesa di discorso scientifico, ai fini di un’interpretazione ‘liberatrice’ del testo dal suo significato univoco e letterale, come preteso discorso costitutivo, dunque ‘disciplinato’, dell’autore-proprietario.

Ringrazio ancora Luperini, per il tempo che trascorrevamo insieme nel dialogare su Benjamin, su Paul de Man e pure sulla decostruzione di Derrida: nelle sue parole era da cogliere anche la militanza verso la promozione gramsciana e lukàcsiana dell’idea di letteratura, intorno alla quale si formò un gruppo motivato di giovani studiosi di appartenenza interuniversitaria: Lecce, Pisa, Roma, Siena.  

Il gruppo, coordinato da Luperini, collaborò per la nascita di una rivista quadrimestrale, dal titolo significativamente dantesco, “L’ombra d’Argo”, da affidare alla pubblicazione della leccese Casa editrice Milella, nata in seno alla nostra Università: il primo numero uscì nel 1983; ricordo ancora l’entusiasmo che ne accompagnò l’edizione ed anche la commozione mista a gratitudine. Si raccomandava la pubblicazione ad una Casa editrice ‘in periferia’, pur trattandosi di una rivista che si voleva coraggiosamente di levatura nazionale e criticamente “spregiudicata” sul piano degli studi letterari, da riproporre secondo plurali forme d’indagine: teoriche-critiche-metodologiche.

Per la programmazione dei numeri de “L’ombra d’Argo”, ci si incontrava a Roma e anche a Siena: la rivista, sin dai primi fascicoli, rappresentò  nell’intero dibattito letterario interuniversitario un riferimento di confronto notevole, anche perché l’orizzonte critico-teorico era internazionale (una sezione particolare era intitolata “Critici e teorici stranieri”), capace di integrare metodologie ed indirizzi – applicazioni di letture  molteplici per riflessioni d’analisi e per provenienze culturali differenti. La novità era dichiarata nella volontà, espressa nella scheda di presentazione inserita già nel primo numero, di voler sperimentare una “ricognizione dei modi e delle tecniche della scrittura” letteraria contemporanea e di elaborare, fuori da ogni ambizione egemonica di un particolare metodo d’analisi, “una nozione di storicità non storicistica del fatto letterario”. C’era anche l’intento di incoraggiare, all’interno della dinamica dialogica fra posizioni teoriche a volte distanti fra di loro, l’ospitalità aperta di un pluri-confronto congruente, fuori da ogni sterile contrapposizione o separazione metodica: l’intento comune era di relativizzare la moda di “americanizzazione scientifizzante”, che stava permeando gli studi letterari in quel periodo storico.

Particolare interesse di studio ha avuto (ed ha) il fascicolo 9 della rivista, interamente dedicato al tema “Sull’interpretazione. Ermeneutica e testo letterario” (1986, A. III), che preparò il Convegno internazionale  sullo stesso tema, organizzato dal Dipartimento di Filologia e critica della Letteratura dell’Università di Siena e dalla rivista “L’ombra d’Argo”, tenutosi a Siena nello stesso anno.

Confesso che per noi amici in stretto dialogo con Luperini, la collaborazione alla scrittura del fascicolo ed alla realizzazione del Convegno segnò un momento significativo per la ricerca sullo studio teorico-estetico della Letteratura; stranamente, per me rappresentò anche un sofferto allontanamento (non distacco) dal metodo critico di Romano, insistente nel continuare a leggere i testi letterari secondo il metodo allegorico, approfondito in chiave materialistica.

La connotazione simbolica dell’espressione poetica e narrativa destava in me più richiamo di approfondimento e più coinvolgimento teorico: scoprire il simbolo nel testo mi permetteva l’approdo ad una significanza d’esistenza, che la resa materialistica dell’allegoria chiudeva entro la referenza denotativa-verbale della storia.

Iniziai un altro percorso critico di ermeneutica letteraria con altri amici studiosi in altre sedi universitarie e, però, la riconoscenza per quella prima esperienza di studio e di dialogo con Luperini nella nostra Università mi rimane sempre nel ‘cuore’ del pensiero.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 18 maggio 2026]

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