Lo stato dell’arte 8. “Su quel ton gris, del quale si parlava a Parigi”: l’autoritratto di Gustave Caillebotte conservato al Musée D’Orsay

di Massimo Galiotta

Caillebotte Martial, portrait de Gustave Caillebotte et et son chien Bergère, Parigi, Place du Caroussel, 1892.

Gustave Caillebotte (Paris, 1848-Gennevilliers, 1894) è la figura decisamente più eccentrica del gruppo degli impressionisti della prima ora, quelli della memorabile mostra organizzata nello studio del fotografo Nadar in “Boulevard des Capucines 35”, dal 15 aprile al 15 maggio 1874, a cui si aggregò due anni più tardi in occasione della seconda mostra degli impressionisti nel 1876, organizzata al numero 11 di “Rue Le Peletier” dal gallerista e mercante d’arte Paul Durand-Ruel (1831-1922).

Considerato “troppo impressionista per i pittori realisti e troppo realista per gli impressionisti”, Caillebotte si colloca in una zona intermedia, tra tradizione e transizione, ed è questo l’aspetto forse più rilevante del suo diverso modo di essere impressionista. Una distanza figurativa che lo spinse verso un mecenatismo incondizionato proprio nei confronti degli artisti facenti parte del gruppo, in alcuni casi sempre alla ricerca di prestiti in denaro. Sono note, in tal senso, le lettere del capofila del gruppo Claude Monet – inviate a questo o a quell’amico – per avere dei prestiti in contante. Come quella spedita al pugliese Giuseppe De Nittis, oggi conservata al Getty Research Institute di Los Angeles:

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