Lettera 44 39. Quello che ancora noi non sappiamo immaginare

di Antonio Errico

Premiamo l’interruttore e si accende la luce della stanza. Apriamo il rubinetto e l’acqua scorre, fredda o calda. Quelli che accendevano le lampade a petrolio, che tiravano l’acqua dalla cisterna, forse, probabilmente, non immaginavano che potesse accadere. Noi siamo nella stessa condizione.  Nemmeno noi possiamo immaginare quello che potrà accadere tra dieci, venti, cinquant’anni. Né bisogna credere a quelli che si lanciano in predizioni su cosa inventeremo fra vent’anni, scrive Telmo Pievani nell’ultima pagina di Serendipità, su cosa resta da indagare nelle discipline, su quanto siamo vicini al limite del conoscibile, sulla fine della scienza e della scoperta.  Soltanto due generazioni fa, dice, nessuno aveva previsto molte di quelle cose che sono state scoperte negli ultimi cinquant’anni. Allo stesso modo, coloro che verranno “faranno scoperte sconcertanti e spiazzanti che andranno oltre ogni nostra attuale immaginazione”.  

L’orizzonte dell’immaginabile si è fatto più lontano; si allontanerà ancora, sempre di più, forse. Per ora riusciamo a immaginare quello che già sappiamo: che arriveremo su Marte, per esempio (A fare ‘he?”: a far che cosa, disse una volta nel suo toscano Margherita Hack); che avremo robot a nostra immagine e somiglianza gironzolanti per casa. Se si tiene conto della rapidità di evoluzione di scienza e tecnologia, molta parte del resto è inimmaginabile davvero.

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