di Antonio Prete

È l’ultimo verso di un famoso sonetto di Francisco De Quevedo intitolato Amor costante más allá de la muerte (Amor che resiste oltre la morte). Appartiene a quell’area dell’opera di Quevedo che la tradizione filologica ha classificato come poesia “amorosa”, accanto alla poesia “grave” o religiosa o morale e alla poesia “festiva”, ovvero legata a occasioni private, amicali, oppure pubbliche e diremmo oggi civili, quasi tutti versi, questi ultimi, venati di forte spirito satirico. L’agilità, mai priva di rigore metrico e di abile tensione oratoria e insieme corrosiva, con cui si trascorre da una forma all’altra, da una tonalità all’altra, è il proprio di una poetica come quella di Quevedo, il grande classico dello spagnolo Siglo de oro. Contemporaneo di Cervantes, Lope de Vega, Calderon de la Barca, attaccò con sferzanti versi Góngora.
Questo sonetto amoroso ha avuto una grande fortuna ed è stato molto tradotto in varie lingue.
Ma ecco i versi in spagnolo, seguiti da una mia traduzione, dove ho tentato, rispettando la forma chiusa e un lessico con risonanze della tradizione petrarchesca, una corrispondenza con l’originale.





































































