Manco p’ a capa 318. Seduti sopra una stufa accesa

di Ferdinando Boero


John Singer Sargent, Gassed, 1919, Imperial War Museums. Una fila di soldati accecati dai gas viene guidata verso il posto di medicazione, mentre sullo sfondo continua una partita di calcio.

L’assuefazione a situazioni intollerabili, almeno da un punto di vista emotivo, è una delle caratteristiche della nostra adattabilissima specie. Certo, se ci sediamo su una stufa accesa non possiamo pensare di assuefarci: il dolore ci costringe ad allontanarci dal pericolo. Ma sul piano emotivo siamo molto più elastici. Ricordo le immagini della guerra del Vietnam, con la fotografia della bambina nuda che corre urlando, il corpo devastato dal napalm. La mia famiglia cenava davanti al telegiornale e, pur colpiti da quelle immagini, non smettevamo di mangiare. Arrivava la notizia successiva e cancellava quella precedente. In questi giorni, però, mi sono successe due cose che hanno cambiato la mia percezione di ciò che sta accadendo.
La prima è stata una vera “stufa accesa”. Sono tornato all’Isola del Giglio dopo cinquant’anni. Ci avevo trascorso dodici estati della mia giovinezza e conoscevo quell’isola palmo a palmo. Ho ritrovato molti luoghi, molti ricordi e anche alcuni amici di allora, fra cui uno che è stato sindaco per molti anni. Ho deciso di percorrere il sentiero che collega Giglio Castello a Capel Rosso: dieci chilometri complessivi, una distanza che affronto abitualmente. L’andata è stata splendida, in mezzo a una vegetazione magnifica. Abbiamo fatto il bagno, mangiato qualcosa e aspettato il pomeriggio inoltrato per ripartire. Faceva molto caldo. Più di trentatré gradi. Avevamo un litro d’acqua a testa e pensavamo bastasse. Non è bastato.
Quando frequentavo il Giglio, se si raggiungevano i trenta gradi la notizia finiva sui giornali, e non accadeva certo a giugno. A un certo punto ha cominciato a girarmi la testa. Faticavo a stare in piedi. Dovevo fermarmi e appoggiarmi agli alberi. Facevo pochi passi e sentivo di nuovo che le gambe non mi reggevano. So benissimo di avere settantacinque anni e conosco i miei limiti. Ho affrontato percorsi molto più impegnativi di quello. Ma non con quel caldo e senz’acqua. Per fortuna è passata un’auto che ci ha dato un passaggio. Probabilmente mi ha salvato la vita, visto che i cellulari non prendevano in quella parte dell’isola.

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