
1) Il principale argomento a favore del riarmo, dal punto di vista dei suoi effetti economici, è che l’industria bellica attiva ricerca e sviluppo e, per conseguenza, innovazioni. Questa tesi è in larga misura smentita dall’evidenza empirica. Numerosi studi sull’economia della difesa, a partire dai lavori pionieristici di Keith Hartley, rilevano, infatti, che il nesso di causalità – vigente nel Novecento, in particolare durante la guerra fredda – fra spesa pubblica per armamenti e spesa privata per innovazioni è ribaltato: sempre più spesso, infatti, l’innovazione nasce nel settore civile e viene successivamente incorporata negli apparati militari.
2) L’aumento della spesa pubblica per il riarmo può accentuare ulteriormente l’inflazione in corso. Questo effetto può generarsi soprattutto perché il settore della difesa necessita di quantità rilevanti di materie prime (carburanti, terre rare) ed energia, ovvero proprio dei fattori che sono alla base delle tensioni inflazionistiche in Europa in questi ultimi anni. Un recente briefing del Parlamento europeo rileva che il comparto europeo della difesa ha un consumo energetico pari a circa 40.000 GWh all’anno: un valore paragonabile al consumo complessivo di un piccolo Stato membro come la Lettonia.
Sulla base di queste considerazioni, si può giungere alla conclusione che un aumento rilevante e duraturo della spesa militare è autolesionistico: rallenta la crescita economica e finisce, nel lungo periodo, per compromettere la capacità stessa degli Stati di finanziare la difesa.
I rischi qui evidenziati derivano, in ultima analisi, dal fatto che la scelta del riarmo è stata assunta da un’Unione europea in condizioni di estrema debolezza istituzionale. A riguardo, si possono considerare due circostanze:
a) Il target del 5%, più che derivare da una valutazione tecnico-strategica condivisa, appare il risultato di una negoziazione politica nella quale le posizioni dell’amministrazione Trump hanno prevalso. Non a caso, lo stesso Trump ha salutato la decisione come un suo “grande successo”.
b) Come messo in evidenza da uno dei maggiori studiosi dei meccanismi di funzionamento dell’Eurozona, l’economista Paul De Grauwe, se i 27 Paesi dell’UE si dotassero di un sistema di difesa unico, la spesa militare complessiva – con lo stesso livello di sicurezza – si ridurrebbe in modo rilevante. A riguardo, si osserva che la difesa europea è da considerarsi un bene pubblico sovranazionale e che, per questa ragione, sarebbe coerente non farne gravare il finanziamento sui bilanci nazionali, ma sul debito comune. L’imposizione di un vincolo uniforme (il 5%) per Paesi tassi di crescita disomogenei non può che accentuare le già rilevanti divergenze interne all’Eurozona: i Paesi dotati di una maggiore capacità industriale nel settore della difesa potranno intercettare una quota più ampia della nuova domanda pubblica, mentre gli altri rischiano di assumere soprattutto il ruolo di acquirenti.
[“Domani”, 27 luglio 2026]





































































