L’intellettuale come outsider: Said, Benda, Gramsci e la lezione di Camus

di AleVinx

Dino Buzzati

Nel gennaio 1960, subito dopo la tragica scomparsa di Albert Camus in un incidente d’auto, Dino Buzzati rievoca il suo primo incontro parigino con lo scrittore francese (avvenuto quando Camus aveva curato l’adattamento teatrale di un’opera di Buzzati, Un caso clinico), scrivendo sul Corriere della Sera:

«Era una faccia, grazie a Dio, non da marcio intellettuale; se mai da sportivo, chiara, popolaresca, solida, bonariamente ironica… E quando si mise a parlare, con infinita consolazione mi accorsi che il dentro era identico al fuori.»

Da questa descrizione traspare un’interpretazione dell’intellettuale per molti aspetti vicina a quella delineata da Edward Said nel suo Dire la verità: gli intellettuali e il potere (Feltrinelli, 1995).

In questo saggio — che ripropone sostanzialmente un suo precedente intervento alle Reith Lectures della BBC del 1993 — Said, ponendo l’accento sul concetto di “autonomia”, definisce l’intellettuale come «un esiliato e un marginale, un dilettante, l’autore di un linguaggio che tenta di dire la verità al potere»: insomma, un vero e proprio outsider, un “dilettante” con la vocazione alla critica del potere.

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