Quel testamento in un fiore

La parola russa sul frontespizio dice di una scelta, non di un ripiego. Il samizdat è la circolazione clandestina di testi che non aspettano il permesso delle istituzioni per esistere. Non per «circolare», per esistere. L’immagine che apre il fascicolo è il Graffito di Alessameno, trovato nel 1857 sul Palatino. Un uomo con la testa d’asino inchiodato a una croce, un secondo uomo che alza la mano in gesto di adorazione e sotto, in un greco storpiato, la scritta: “Alessameno venera il suo dio”. Era uno sfottò. Ma nella stanza accanto, con un’altra grafia, qualcuno scrisse la sua replica «Alexamenos fidelis». Fedeltà, sempre.

Truglia era un filosofo e di una tempra precisa. Laurea alla Statale di Milano con una tesi sugli Ethical Studies di Francis Herbert Bradley, dottorato in filosofia teoretica a Pavia, una monografia preziosa dedicata F. H. Bradley e la genesi della filosofia analitica. Contributi per una definizione (Unicopli, 2007), saggi sul rapporto pericoloso fra lo stesso Bradley e Johann Friedrich Herbart, sulla funzione del feeling nella dottrina del giudizio. Viveva in un bilocale in viale Monte Nero a Milano, in mezzo ai libri e alle carte. Giorgino lo chiama eremo volontario e precisa: non era la reclusione di chi non riesce a uscire, ma quella di chi ha scelto di entrare.

Il quinto saggio degli Ethical Studies di Bradley, il libro su cui Truglia si era concentrato acutamente, si intitola My Station and Its Duties, la mia posizione e i suoi doveri. È la pagina più hegeliana dell’autore di Appearance and Reality, e la sua tesi si riassume in una riga: l’individuo preso in sé non è nulla di sostanziale, si realizza soltanto occupando il posto che l’organismo sociale gli assegna e facendo ciò che quel posto richiede. Ed è una tesi che Bradley limita da sé nel saggio successivo, Ideal Morality, dove ammette che la posizione e i suoi doveri non esauriscono la vita morale e che resta un residuo irrisolto che nessun ruolo assorbe. Truglia lo sapeva meglio di chiunque, il che rende la sua parodia non una confutazione con altri mezzi, ma il proseguimento per gli stessi fini di una crepa aperta dall’autore stesso. Ora si legga L’esistenza dei fiori dai Canti di Truglia: «I fiori devono solo fiorire / Come gli uccelli volano nel cielo / E il cavallo scalpita in campo aperto / I fiori devono solo fiorire / Niente doveri niente più d’altro / Che esser ciò che sono: voi cosa siete?»

Comincia con un’anafora, «i fiori devono solo fiorire». Poi la domanda: «voi cosa siete?». E al posto della risposta arriva un elenco: un padre, una madre con il figlio dottore, l’impiegato alle poste, il gran maestro professore d’arte drammatica. Ciascuno è definito da una parentela, da un impiego, da un titolo. E la poesia si chiude sulla seconda domanda, che ricalca l’inglese di Bradley: «A voi cosa vi tocca fare?».  

Truglia sta parodiando il libro dell’autore sul quale si è concentrato nel suo lavoro filosofico. Lo copre con la carta velina dei versi e lo lascia lavorare «sotto». C’è, infatti, una possibile chiave per entrare in questa stratificazione. Una parola cara alla metafisica: feeling. Non il sentimento e nemmeno l’emozione, ma il sentire e il sentirsi assieme. Nel feeling, termine centrale in Bradley, il mondo non è ancora stato tagliato: è un tutto che contiene le proprie differenze senza distinguerle, come un accordo tenuto prima che l’orecchio ne separi le note.

Il fiore, qui, non è un simbolo del feeling. È il feeling fatto immagine, l’unico ente che resta dentro il proprio sentire senza mai uscirne a giudicarsi. La prova estrema è la poesia che si intitola cvetok, fiore in russo. Comincia con una contraddizione messa in apertura anziché in conclusione, col doppio spazio tra le parole: «Così si è separati    Così uniti».

Poi Truglia smonta la sintassi, che delle relazioni è la casa. Sopprime le copule, lascia predicati senza soggetto, «Fragile», «Teso», «Umile», e distribuisce le parole in modo che l’occhio debba risalire uno stelo e aprirsi in una corolla. Al centro, isolata, quella parola: «Fiore». La diagnosi sta dentro il testo, in cinque parole: «Il gelido chiamarsi a nome». Nominare è il gelo.

Voltata la pagina, il disegno e la parola sbarrata. Scrivere «fiore» è compiere la mutilazione, perché predicare è mettere in relazione e mettere in relazione è, al tempo stesso, tagliare. Cancellare la parola è revocare il taglio. Il fiore resta disegnato, cioè mostrato. Il suo nome resta sbarrato, cioè ritirato. «Così sarò immane immutilato fiore» conta dodici sillabe anche applicando tutte le sinalefi obbligatorie. L’intero senza misura non entra nella misura.

Una poesia si intitola Cancro e non torna mai sul titolo. Piange una facoltà scomparsa: incantare i pesci a occhi chiusi, una conoscenza anteriore allo sguardo che fa dell’altro un oggetto, un contatto che si propaga come i cerchi di un sasso nell’acqua. «È un gioco da incantati», precisa il testo, correggendo chi avrebbe detto da bambini. Quel titolo si legge per abitudine come il nome di una malattia. Truglia era nato il 25 giugno, ed era del segno del Cancro: acqua, pesci, onde che si allargano. Non è detto che il titolo dica della fine. Può trarre in inganno, come l’apparenza inganna la realtà. E viceversa.

Nel suo saggio del 2020 su Andrea Zanzotto, Truglia si ferma su una strofa dei Possibili prefazi in cui il poeta di Pieve di Soligo elenca ciò che ha tollerato: «che voi e io e tutto fosse un dato / e non ciò che si dà». Nella stessa strofa Zanzotto adopera un aggettivo: «difalcato», decurtato, tolto via un pezzo. Alla parola di Zanzotto che dice il taglio, il difalcato, Truglia risponde con la parola che lo nega, l’immutilato, e la colloca nel verso più lungo del libro.

Infine, senza preavviso, nel corpo del libro arrivano due endecasillabi esatti, gli ultimi: «I fiori sul balcone sono belli / Se poi li tenete abbiatene cura».

Non è più il fiore immane e immutilato. È la sua apparenza domestica, parziale, deperibile. Se l’intero non si mostra altrimenti, averne cura è l’unica fedeltà possibile, e nel momento in cui affida i fiori a qualcun altro il verso recupera l’intero. È il testamento di Michele Truglia. Un manoscritto affidato a chi ne avrebbe avuto cura. Una voce che risuona contro tempo. Sul frontespizio aveva messo il rumore di chi non ha finito di morire. Ma il residuo, in questo libro, non è la parola di chi parla dalle catacombe, è il brusio inutile di quelli qui sopra. La poesia, in quest’ottica, non è il residuo della realtà, il suo esacerbarsi o il suo imbellettamento. È il punto esatto in cui la realtà, stanca di apparenza, si lascia tenere per mano e, semplicemente, come la vita, accade.

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Michele Truglia

Laurea alla Statale di Milano, dottorato in filosofia teoretica a Pavia, una monografia dedicata a Bradley, saggi su Herbart, su Wittgenstein, un ultimo studio sulla poesia di Zanzotto (2020). Truglia (Cremona, 25 giugno 1974 -Milano, 30 giugno 2022) in vita pubblicò un solo libro di versi, Venenum (2000), scritto con Simone Giorgino e Luciano Pagano. Niente premi, niente letture pubbliche, niente riviste di poesia. La scrittura in proprio, nel bilocale di viale Monte Nero a Milano, e una cerchia minima di amici fidati. Nell’agosto 2021 consegnò a mano, a Lecce, il fascicolo dei Canti catacombali, e morì dieci mesi dopo. Il libro esce ora nella collana «Fogli di Via» di Musicaos, la stessa che ha restituito ai lettori Claudia Ruggeri e Salvatore Toma. In un’epoca in cui scrivere e promuoversi sono diventati sinonimi, Truglia è il caso limite che smentisce l’equazione. Non un autore rimasto senza pubblico, ma un autore che aveva deciso di non chiederne uno.

[“Il Manifesto” del 29 agosto 2026, p. 12]

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