di Paolo Vincenti

Ho un rapporto di amore e odio con i miei capelli. Odio, perché sono pochi, per via della calvizie, ed avrei tanto desiderato avere una chioma fluente per portarli lunghi fino a tarda età, come gli eroi del rock o del cinema amati nella mia vita. Invidio chi può permettersi di portare il ciuffo sulla fronte o la coda di cavallo annodata dietro la nuca. Amore, perché il fatto che siano radi li rende più comodi, non necessitano infatti di alcun trattamento particolare e posso, dopo averli lavati, lasciarli asciugare senza utilizzare il phone. Ho scritto e anche ampiamente ironizzato sulla mia calvizie[1] che si manifesta prepotente sulle tempie e nel centro della testa rendendomi “chierico” senza aver preso i voti. La mia tonsura è naturale e non imposta, come appunto ai monaci di alcuni ordini regolari. Nel Medioevo, il termine “chierico” indicava genericamente tutti coloro che appartenevano al clero, dal greco kleros, cioè parte scelta, in quanto separata dal laos, ossia il popolo. Da kleros, appunto clericos, in latino, e chierico in italiano, quindi religioso, e da laos, laico.





































































