di Gerardo Trisolino

Il giovane autore, nato a Saronno nel 1977 da genitori di Ugento, vive in Essex (Gran Bretagna) dove fa il biologo in un ospedale.
Le vicende narrate ne Il nome dell’isola (Autori Riuniti, 2016, vincitore della XXVII edizione del Premio Italo Calvino) sono ambientate in un villaggio di pescatori del basso Salento, in quello stretto lembo di terra in cui si abbracciano lo Jonio e l’Adriatico. Si tratta di storie favolose e surreali, raccontate con una lingua stratificata e magmatica, che sembra prodotta in un laboratorio in cui si miscelano vari ingredienti per nuove invenzioni. La contaminazione finale è quanto di più felice possa uscire dalla penna di uno scrittore che s’avventura nell’invenzione di una scrittura dai risultati inimmaginabili. Nel crogiolo della ricerca linguistica di Greco si contaminano vari elementi, che vanno anche oltre il già sperimentato incrocio tra lingua italiana e dialetto oggi tanto di moda (Camilleri docet). L’intraprendente autore ricrea una lingua nuova sulla base sedimentata di antichi volgari, innestandovi le evoluzioni lessicali diremmo quasi fino ai nostri giorni, giungendo all’invenzione di straordinari neologismi.
Si comprende subito che l’intento di Greco è di adeguare il linguaggio agli umili protagonisti delle sue storie surreali che si situano in un tempo senza tempo, come i “cunti de li cunti” di Giambattista Basile, così ricchi di quella necessaria dose barocca che serve per meravigliare. Ma c’è un’altra ragione di fondo che lo spinge a simili arditezze: celebrare il trionfo dell’oralità, trasporre l’oralità nella scrittura. Una finalità doppiamente nobile: recuperare la cultura orale della defunta civiltà contadina e rinverdire una tradizione letteraria popolare che affonda le sue radici in Boccaccio.





































































