di Paolo Vincenti

“Non lo so ancora, sto così, fra color che son sospesi”. Utilizziamo spesso questa espressione nel linguaggio quotidiano per indicare una situazione personale di indecisione o, ancor più, di mancanza di certezze, di attesa di conferme. L’espressione deriva dai versi danteschi “Io era tra color che son sospesi”, del II Canto dell’Inferno, v. 52, e dai versi 44-45 del IV Canto dell’Inferno “gente di molto valore conobbi che ’n quel limbo eran sospesi”, in cui si parla proprio del Limbo, il luogo dell’anti Inferno in cui Dante confina tutti coloro che sono vissuti in epoche precristiane e non hanno potuto essere illuminati dalla luce della Grazia; non tutti in realtà, perché anche nei tempi antichi esistevano “anime prave” destinate quindi alla dannazione eterna, ma solo gli “spiriti magni”, ossia quegli illustri personaggi, dotti, poeti, scienziati, benefattori, che, proprio come Virgilio, la guida di Dante nel cammino ultraterreno, – “Oh tu che onori scienza e arte”, dice poco appresso al suo mentore (IV Canto, v. 73) -, sono vissuti ai tempi de “li dei falsi e bugiardi”(I Canto, v.72). Non per loro colpa, certo. Tuttavia, una implacabile giustizia divina li ha condannati a quel luogo dell’Inferno, il Limbo, in cui essi non scontano una pena ma non hanno nemmeno la speranza di potere ascendere al Cielo. Restano così, sospesi, come “coloro che non hanno d’alcuna cosa perfezione e stanno fra il sì e il no, incerti d’ognuno…non hanno pene né allegrezze, e non sono del tutto disperati e non hanno speranza alcuna…”, spiega l’anonimo commentatore[1].





































































