Lettera 44 40. E’ la passione che fa la differenza tra profondità e superficialità della conoscenza

di Antonio Errico

Quando sul finire degli anni Sessanta, Roland Barthes disse che alle volte viene un tempo in cui si insegna ciò che non si sa, probabilmente prefigurava il sopraggiungere di saperi nuovi ma non la mutazione radicale che sarebbe stata determinata dall’intelligenza artificiale, con la quale i processi di insegnamento si dovranno confrontare. Inevitabilmente. Con entusiasmo e con cautela. Magari cercando di non ripetere errori. Per esempio, quello di adorare l’intelligenza artificiale come se fosse il vitello d’oro, oppure quello di demonizzarla come se provenisse dagli abissi dell’inferno. L’errore di assumere la posizione di apocalittici non si può più fare. Si deve necessariamente assumere quella di integrati. Ma l’errore più grave sarebbe quello di pensare di dover insegnare in che modo si usa l’intelligenza artificiale. Gli aspetti tecnici, insomma, le procedure. Invece si deve insegnare come non si usa, i metodi per non farsi catturare nella sua ragnatela sconfinata, per non consegnare ad essa l’ intelligenza naturale: umana, troppo umana, ma autentica, vibrante, impastata con l’esperienza. Ecco, forse il nodo da sbrogliare è proprio questo. La conoscenza deve avere una relazione sistematica, effettiva, affettiva, con l’esperienza, che a volte è diretta, si sa, e alle volte è mediata da conoscenza ricevuta da altri che ne hanno fatto esperienza nel tempo venuto prima. Con prove ed errori. Anche con sofferenza.

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