di Roberto Orlando

Cattedrale di Lecce, tela di S. Oronzo (Giovanni Andrea Coppola).
Il 20 febbraio 1743 un sisma con epicentro nel Canale d’Otranto, a soli 50 km dalla costa e con una magnitudo del 7° grado della scala Richter, fu avvertito in tutto il Sud Italia provocando anche un disastroso tsunami che si abbatté su entrambe le coste dell’Adriatico e dello Ionio settentrionale.
Diverse località subirono danni più o meno gravi, ma Lecce e alcuni centri della provincia rimasero pressoché indenni. La massa dei fedeli attribuì la scampata calamità all’intercessione di S. Oronzo fissata nella festa del 20 febbraio e celebrata nell’arte, come nella tela custodita nella basilica di Santa Croce, nella quale il Santo benedice da una nuvola la città di Lecce, mentre un cartiglio recita in dialetto leccese: “Foi S. Ronzu ci ni leberau / de lu gran terramotu, ci faciu / a binti de frebaru, tremulau / la cetate nu piezzu, e no cadiu. / Iddu, Iddu de celu la guardau, / e nuddu de la gente nde patiu. / È rande santu! Ma de li santuni / Face razie, e meraculi a migliuni”.
L’evento miracoloso diffuse la fama del santo patrono di Lecce come protettore da invocare contro il pericolo dei terremoti. Nel Salento alcune località lo proclamarono loro protettore: oltre a Lecce, Ostuni, Botrugno, Surbo, Caprarica di Lecce, Muro Leccese, Acaya; mentre nelle chiese parrocchiali e cappelle di molti altri paesi gli fu innalzato un altare, come Taurisano, Arnesano, Novoli, Monteroni, Campi Salentina, Andrano, Diso, ecc.
Il cronista leccese Francesco Antonio Piccinni1, testimone dell’evento, descrive il sisma in maniera dettagliata.





































































