Un sogno sotto la luna, l’ultimo delitto innocente di Luigi Pirandello

di Ettore Catalano

1. Giovanni Macchia, il grande francesista, in una delle sue tante e pregevolissime pagine dedicate a Pirandello, scrive, a proposito di Uno, nessuno e centomila,  che quel romanzo sembra appartenere a quel genere di libri di cui si parla molto e che non si pubblicano mai. Lunga e faticosa fu la gestazione di quel romanzo, che tanti critici di eccelso valore hanno cercato di definire con un aggettivo o una formula ad effetto, con l’intento di liberarsi, forse, di qualcosa che metteva in gioco la loro personalità di critici e li costringeva, pagina dopo pagina, a riprendere quella tela di Penelope e ad aggiungere sempre ulteriori precisazioni e talentuosi acquisti conoscitivi. Nino Borsellino ebbe a definire “testamentario” Uno, nessuno e centomila, Vitilio Masiello, in un memorabile saggio lo definì un metaromanzo, un romanzo-saggio che forza dall’interno la sua consistenza diegetica fino a distruggerla, Arcangelo Leone de Castris si è sempre battuto contro quelle letture critiche che cercavano di leggere, in quella travolgente trama di progressiva negazione, decomposizione e disgregazione esplosiva del soggetto esistenziale, una qualche illusoria riassunzione di una dimensione positiva, magari invocando una sorte di poetica surrealistica pirandelliana, un approdo velleitariamente mistico, il “punto vivo” di una nuova consistenza. Tra i critici che non lo hanno considerato un “capolavoro”, devo citare almeno Roberto Alonge, che, in un saggio non a caso intitolato Discesa nell’inferno familiare (2018), ha scritto che quel romanzo gli sembrava troppo legato al “pirandellismo”. Un altro critico torinese, Marziano Guglielminetti, ha analizzato, invece, finemente il romanzo legandolo anche al finale del Fu Mattia Pascal, mentre Giancarlo Mazzacurati ha preferito indagare la complessa matassa di Uno, nessuno e centomila, inserendola in una fitta trama di riferimenti al grande romanzo europeo in cui spiccano almeno due nomi su cui torneremo, Laurence Sterne (di  cui già Ugo Foscolo aveva per tempo avvertito l’importanza e il rilievo) e Adelbert von Chamisso, a non voler considerare l’ombra ironica di Italo Svevo e della disfatta coscienza di uno come Zeno, prossimo alla deflagrazione apocalittica del nostro mondo.

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