Il petrolio venezuelano e la strategia americana

La Plena Soberanía Petrolera di Hugo Chávez

Nel 1998 si verificò un’importante crisi economico-finanziaria a causa di un’improvvisa discesa del prezzo del petrolio nel mercato internazionale. Con la promessa di risollevare il Paese dalla crisi in cui era piombato, nel 1999 Hugo Chávez arrivò al potere. Mosso dalla volontà di riprendere il controllo delle risorse energetiche, Chávez attuò una nazionalizzazione del petrolio: nel 2007, i progetti di estrazione nella fascia dell’Orinoco[2], territorio dove operavano svariate compagnie straniere, passarono sotto il controllo della compagnia statale Petróleos de Venezuela, S.A. (PDVSA), mentre nel 2009 furono nazionalizzate le aziende di servizi petroliferi e i porti d’imbarco. Tale operazione, conosciuta come Plena Soberanía Petrolera (piena sovranità petrolifera), ebbe importanti conseguenze per le aziende straniere, obbligate a diventare socie di minoranza per non perdere l’attività estrattiva. Tuttavia, le loro competenze, tecnologie e capitali erano fondamentali per l’estrazione del petrolio venezuelano extra-pesante nella fascia dell’Orinoco, rendendo complesso per la PDVSA operare in completa autonomia. Come conseguenza, Chávez dichiarò l’inizio delle joint venture nel territorio, stabilendo però, che la PDVSA avrebbe detenuto almeno il 60% delle quote insieme al controllo delle operazioni estrattive.

Il declino del mercato petrolifero

Svariate compagnie hanno rifiutato l’accordo appena citato, facendo anche causa al Venezuela, mentre altre, come Eni o Chevron, hanno diminuito drasticamente le proprie attività e gli investimenti nel Paese. Questa tendenza è proseguita durante la dittatura di Nicolás Maduro, successore di Chávez, causando un collasso della produzione venezuelana che, da 3.4 milioni di barili al giorno nel 1998 è passata ad un milione scarso nel 2025. Risulta perciò chiaro il declino del settore petrolifero, devastato da cattiva gestione, scarsi investimenti, fuga di cervelli e sanzioni internazionali.

Delcy Rodríguez e la riapertura

A meno di un mese dalla cattura di Maduro, la vicepresidente Delcy Rodríguez, sotto la spinta degli Stati Uniti, ha decretato una riforma del settore petrolifero volta alla riapertura alle aziende private, ponendo fine al monopolio della PDVSA, riducendo la quota minima di partecipazione statale alle joint venture e modificando dunque la Legge organica sugli idrocarburi.

Da quel momento, le esportazioni di petrolio sono aumentate rispetto agli anni precedenti, fino ad arrivare al 28 agosto scorso, quando Donald Trump ha annunciato sul suo social Truth il raggiungimento dell’accordo petrolifero con il Venezuela.

Quali scenari?

Guardando al futuro, l’accordo appena siglato potrebbe avere dei risvolti significativi per entrambi i Paesi firmatari.

Da un lato ci sono gli Stati Uniti, sempre più vicini alle elezioni di midterm, che potrebbero essere positivamente influenzati da un’eventuale diminuzione del prezzo della benzina, considerando anche la tragica situazione nello Stretto di Hormuz che ha reso necessario per Washington ricostruire le proprie scorte.

Dall’alto lato vi è il Venezuela che, dopo il doppio terremoto del 24 giugno scorso che ha colpito La Guaira e Caracas causando un elevato numero di vittime e ingenti danni alle infrastrutture, potrebbe sperimentare una fase di ripresa economica. La stessa Presidente, annunciando l’accordo con gli Stati Uniti, ha parlato di “el renacer de Venezuela” (il rinascere del Venezuela), dimostrandosi positiva circa l’aumento dell’impiego e dei salari, il miglioramento dei servizi pubblici e lo stimolo degli investimenti.

Certamente non sono mancate le critiche di alcuni settori dell’opposizione che temono che il Paese possa perdere il controllo della sua risorsa più importante e che i proventi derivanti dall’esportazione di petrolio siano limitati, con una situazione nettamente migliore per gli Stati Uniti. Permangono dunque significative incertezze sul futuro politico ed economico del Paese, la cui instabilità potrebbe scoraggiare gli investitori e rallentare la modernizzazione del settore petrolifero. Tuttavia, il coinvolgimento statunitense, verificatosi anche durante l’emergenza tellurica, non sembra destinato a diminuire nel breve termine e perciò non resterà che osservare le prossime mosse del tycoon in tal senso.


[1] Carlos Andrés Pérez, conosciuto anche con l’acronimo CAP, apparteneva al partito Acción Democrática ed era uno strenuo detrattore della dittatura perezjimenista, periodo storico compreso fra il 1952 e il 1958, quando il Paese era stato governato dal regime dittatoriale del generale Marcos Pérez Jiménez.

[2]  La fascia dell’Orinoco è un’enorme distesa lunga centinaia di chilometri che ospita ingenti quantità di petrolio extra-pesante a profondità relativamente bassa. L’altra grande area è il Bacino di Maracaibo, a ovest del Paese, con giacimenti profondi di petrolio leggero. Il Venezuela è ricco di petrolio pesante, cioè viscoso, denso di zinco ed impurità e per questo motivo è molto difficile da estrarre.

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