
Fu allora che esplose in pieno la natura fiera e appassionata di Caterina. Implacabile fu infatti la sua vendetta contro gli uccisori del marito che, catturati, vennero messi a morte tra crudeli torture. Ancor più spietata fu la vendetta di Caterina verso coloro che le strapparono il secondo uomo della sua vita Iacopo Feo (nota 2), che aveva nominato castellano di Ravaldino. Il matrimonio tra la Sforza e il Feo non è storicamente provato. Essi vissero comunque more uxorio vari anni ed ebbero un figlio: Bernardino. Il 27 agosto 1495 Iacopo Feo le fu ucciso sotto gli occhi, mentre insieme ritornavano da una partita di caccia. Le cronache riferiscono che Caterina si abbandonò a “sanguinolentie inaudite” contro gli autori del crimine, non risparmiando né le loro donne né i loro bimbi tanto che ne inorridì tutta la Romagna.
Circa un anno dopo (nel 1496 o nel 1497) Caterina sposò segretamente Giovanni il Popolano (nota 3), figlio di Pierfrancesco dei Medici. Dall’unione delle due più illustri casate nacque il 6 aprile 1498, nella rocca di Forlì, Ludovico, poi soprannominato Giovanni dalle Bande Nere, l’unico dei suoi otto figli che ereditò il coraggio, il senso politico, la fiera tempra della madre.
Politicamente Caterina stette con i fiorentini. Il 9 marzo 1499 papa Alessandro VI, per favorire il proprio figlio Cesare Borgia detto il Valentino, la dichiarò privata dei suoi Stati. Contemporaneamente il Valentino, alleato dei francesi, l’assalì. La Sforza si difese strenuamente, ma non potè impedire la caduta di Imola (25 novembre 1499) e l’ingresso del Borgia in Forlì (19 dicembre). Mantenne la rocca di Ravaldino, combattendo essa stessa sugli spalti, fino al 12 gennaio 1500, quando capitolò.
Condotta prigioniera a Roma, Caterina venne rilasciata per intervento dei Francesi, il 30 giugno 1501. Si ritirò allora in Toscana e morì a Firenze il 28 maggio 1509, dopo aver dedicato gli ultimi anni alla stesura di un ricettario di cure di bellezza e di pratiche mediche e chirurgiche. Un cronista del tempo la definì: “femmina, quasi virago, crudelissima e di grande animo”, un altro scrisse di lei: “è Caterina la più famosa fra le donne del secolo, di aspetto elegante, di membra mirabilmente belle e proporzionate”.

Catetina ebbe otto figli.
Dal primo marito Girolamo Riario: Bianca (1478), Ottaviano (1479), signore di Imola e Forlì; Cesare 1480, arcivescovo di Pisa; Giovanni Livio (1484); Galeazzo Maria (1485); Francesco detto sforzino, 1487 e vescovo di Lucca.
Dal secondo marito (Giacomo Feo) ebbe: Bernardino detto Carlo, nato nel 1489.
Dal terzo marito Giovanni di Perfrancesco dei Medici, detto il Popolano, ebbe Ludovico, passato alla storia come Giovanni dalle Bande Nere (nota 4), nato nel 1498, celebre capitano di ventura e padre di Cosimo I dei Medici.
Caterina Sforza (nota 5) non scrisse il “De Experimentis” in un unico momento, ma lo compilò come un diario personale e professionale in un arco di tempo che va dal 1484 circa fino alla sua morte nel 1509.
Subito dopo la morte di Caterina Sforza il quaderno originale autografo contenente le sue formule andò misteriosamente perduto o venne distrutto per paura delle persecuzioni politiche o delle accuse di stregoneria. Per decenni si credette che le sue formule fossero svanite nel nulla.
Nel 1887, a Roma, il conte ravennate Pier Desiderio Pasolini (1844-1920), intellettuale e appassionato biografo di Caterina, riuscì ad acquistare al mercato antiquario un manoscritto cinquecentesco intitolato “Esperimenti de la Ex.ma S.ra Caterina da Furlj” copiati dagli autografi di lei dal conte Lucantonio Cuppano. Pasolini scoprì che il conte Lucantonio Cuppano (1507-1557), un ufficiale che aveva servito sotto il figlio di Caterina (Giovanni dalle Bande Nere), aveva avuto accesso ai diari originali della contessa nel 1525 e ne aveva fedelmente ricopiato 454 ricette. Il manoscritto di Pasolini era la copia diretta e intatta di quel salvataggio rinascimentale.
Il manoscritto recuperato nel 1887 da Pasolini non era l’originale scritto da Caterina, ma una sua fedele copia del 1525. Il conte Pasolini resosi conto del valore storico, scientifico e antropologico del testo decise di darlo alla stampa e lo pubblicò a Imola nel marzo 1891 in una tiratura di sole 102 copie numerate salvando per sempre le oltre 450 ricette dall’oblio. Le 102 copie che fine fecero? Il conte Pasolini donò una parte di queste copie alle principali istituzioni culturali e accademiche italiane ed europee, alcune copie si trovano nelle Biblioteche Nazionali Centrali come Firenze e Roma; altre copie si trovano nelle Biblioteche storiche dell’Emilia-Romagna (Imola, Forlì, Ravenna) e altre in Università internazionali come la Princeton University negli Stati Uniti. Pasolini donò copie ai suoi amici intellettuali, nobili ed accademici del suo tempo, copie che sono rimaste in mano privata o molto raramente riemergono sul mercato antiquario
Pochi anni prima del ritrovamento di Pasolini, intorno al 1865, a Firenze era emerso un altro indizio fondamentale. Il senatore Marco Tabarrini reperì un documento più piccolo intitolato semplicemente “A far bella”. Questo frammento riportava in prima pagina il nome di Caterina Sforza, presentava una grafia unica risalente alla fine del Quattrocento. Gli storici ritengono che potesse trattarsi di una sezione del manoscritto della contessa stessa. Purtroppo dopo il suo esame iniziale, questo prezioso foglio andò nuovamente perduto, lasciando le copie di Cuppano come l’unica testimonianza superstite.
Il manoscritto cinquecentesco originale (codice Cuppano) dal quale il conte Pasolini trasse il testo per la stampa del 1891 è rimasto custodito negli archivi privati della famiglia Pasolini dell’Onda che ha permesso in epoca contemporanea, grazie al lavoro di storici e antropologici come Paolo Aldo Rossi, di pubblicare nuove edizioni moderne ed accessibili al grande pubblico, salvando così i segreti di Caterina.
Caterina Sforza fu un’attenta studiosa di alchimia, chimica e cosmetica, raccogliendo ricette e pozioni in un famoso libro noto come “De experimentis”. Contiene 454 ricette complessive divise in tre grandi macro-aree tematiche di cui 358 parlano di medicina (contro la febbre, lenitivi per le ferite di guerra dei soldati, cura per la gotta, per l’epilessia, e persino la formula dell’anestetico a base di oppio per gli interventi chirurgici. Anestetico alchemico: ricetta intitolata a far dormire una persona per tal modo che porrai operare in chirurgia quel che vorrai e non ti sentirà et est probatum (provato, testato). Caterina combinava distillazione alchemica di potenti erbe e sostanze neurotossiche tra cui oppio, succo di mandragola, foglie di cicuta ed edera. Il composto veniva impregnato in una spugna (la cosiddetta spugna sonnifera); una volta inumidita, veniva fatta annusare al paziente per indurre un sonno profondo e privo di sensi prima delle operazioni chirurgiche e della cura delle ferite di guerra.
66 ricette sono con la dicitura a “far bella” o a “far la faccia bianchissima” : si tratta di lozioni per schiarire la pelle e i capelli, lozioni per eliminare le macchie del viso, formule per rossetti, ricette per l’igiene orale, creme idratanti antirughe, rimedi per l’epilazione. Creme nutrienti e idratanti per il viso, creme per nutrire la pelle, combattere le rughe o le smagliature: erano composte da sego di agnello, di vitello o sugna di maiale, arricchita con olio di mandorle dolci, farina di legumi, farina vegetale e albume d’uovo sbattuto. Tinture e rimedi per capelli in quanto la moda del tempo esigeva capelli color dell’oro o del grano; quindi si trattava di diverse lozioni per schiarire la chioma. La composizione era con foglie di edera, scorse di noce, allume e zolfo con cui le donne bagnavano i capelli prima di esporsi al sole per ore sui tetti delle case (una pratica chiamata solatio). Saponi odorosi. Per l’igiene orale consigliava creme abrasive a base di marmo pestato, carbone di legno e salvia essiccata per strofinare i denti e renderli bianchi e sani. La pulizia personale era affidata a lozioni alcoliche e aromatiche più che all’acqua corrente.
30 ricette di alchimia e chimica che comprendono formule per schiarire lo stagno per farlo sembrare argento, creazione di leghe dorate, ricette per inchiostri invisibili di spionaggio e la distillazione di veleni e relativi antidoti. La creazione di leghe dorate e argentee rispondeva a esigenze economiche, politiche e scientifiche. Questo per alleviare il carico fiscale sui suoi sudditi, evitando di alzare le tasse, trovare soluzioni per impinguire le casse dello Stato la cui gestione costava moltissimo tra guerre continue, fortificazioni, mercenari. E per ultimo mostrare di non dipendere dalle forniture esterne di metalli preziosi.
Usava un linguaggio in codice sostituendo le lettere dell’alfabeto tradizionale con simboli geometrici o astrologici per garantire che nessuno, oltre ai suoi fidati alchimisti, potessero intercettare i suoi segreti di Stato.
Per l’inchiostro: ricette a base di sali d’ammonio e urine; il composto veniva utilizzato per scrivere sui fogli utilizzando una penna d’oca pulita o uno stilo di legno. Una volta asciutto l’inchiostro evaporava visivamente senza lasciare tracce di odori o di aloni sulla carta. Per leggere il testo segreto, il destinatario doveva scaldare il foglio tenendolo a distanza sopra la fiamma di una candela o un braciere caldo. Il calore con una reazione dei sali chimici depositati sulle fibre della carta, faceva riapparire la scrittura in un colore marrone scuro o nerastro. Caterina viveva nel costante pericolo di essere avvelenata dai suoi avversari (in primis i Borgia) e al tempo stesso studiava come eliminare i propri nemici senza destare sospetti; erano veleni a tempo prolungato cioè in grado di agire a distanza di giorni o di settimane a distanza dall’assunzione: questo permetteva all’assassino di allontanarsi e far passare la morte della vittima come una morte naturale. Creò l’antidoto contro ogni veleno: era una miscela preventiva che i suoi ambasciatori e figli dovevano assumere ogni mattina con del vino buono se sospettavano che qualcuno volesse attentare alla loro vita.
NOTE
1. Girolamo Riario (Savona 1443-Forlì 1488) è stato un politico italiano, signore di Imola e di Forlì, capitano generale della Chiesa. Era nipote di papa Sisto IV (papa dal 1471 al 1484), in quanto figlio della sorella Bianca della Rovere; il pontefice favorì l’ascesa politica del nipote per creare un forte Stato regionale per la famiglia. La sua fortuna è legata a doppio filo, allo zio pontefice Sisto IV che lo nominò capitano generale dell’esercito della Chiesa e governatore di Castel Sant’Angelo. Girolamo acquistò la signoria di Imola nel 1473 e in seguito divenne signore di Forlì governando in modo spregiudicante e accentratore tanto che si attirò diversi nemici locali. Sposò Caterina Sforza con un matrimonio combinato per suggellare l’alleanza tra il Papato e il ducato di Milano. Il suo governo fu segnato da continue tensioni e congiure e fu assassinato a Forlì il 14 aprile 1488 a causa di una congiura ordita dalla famiglia locale degli Orsi ed in particolare dai fratelli Ludovico e Checco Orsi. Gli Orsi volevano eliminare la dinastia del Riario, signore di Forlì ed Imola, e permettere al papa Innocenzo VIII (pontefice dal 1484 al 1492) di riassorbire l’intera signoria nei domini della Chiesa. Riario fu accoltellato con dei pugnali all’interno del palazzo comunale di Forlì nella stanza delle Ninfe. Dopo la sua morte la moglie Caterina fu imprigionata con i figli, ma riuscì a reagire e con gli aiuti militari di Milano e Bologna mantenne il potere su entrambe le città. La reazione di Caterina fu spietata, represse la rivolta, torturò il capostipite Andrea Orsi, rase al suolo il grande palazzo di famiglia, confiscò i beni e condannò i complici. Ludovico e Checco riuscirono ad uscire dalla città andando in esilio.
2. Giacomo Feo: era nato a Forlì nel 1471; inizialmente era impiegato come scudiero della famiglia Riario. Si distinse per il suo bell’aspetto e la sua audacia. Caterina, rimasta vedova, fu attratta dal giovane, lo elevò a castellano della Rocca di Ravaldino. Il legame intimo e il matrimonio segreto non rimasero a lungo nascosti. Feo cominciò a comportarsi da vero e proprio signore della città. Questo atteggiamento generò un profondo risentimento sia tra i forlivesi sia tra i figli del primo matrimonio di Caterina, e in particolare del primo figlio maschio Ottaviano Riario, che temevano di essere spodestati del loro legittimo patrimonio. La tensione culminò in una congiura ordita dai nobili locali con la complicità silenziosa degli stessi figli di Caterina. Al rientro da una battuta di caccia, Feo cadde in una imboscata presso il ponte di Schiavonia a Forlì dove venne sgozzato e gettato in un fosso. Era il 24 o il 27 agosto 1495. La reazione di Caterina fu immediata e di una ferocia inaudita ordinando lo sterminio di intere famiglie dei cospiratori. Caterina aveva commissionato la decorazione della celebre cappella Feo nella chiesa di San Biagio a Forlì, affrescata da Marco Lamezzano (1459-1539) (pittore e architetto di Forlì), allievo di Melozzo da Forlì (1438-1494), pittore e architetto italiano, massimo esponente della scuola forlivese di pittura del XV secolo. La cappella era stata decorata nel periodo 1493-1494 per omaggiare il consorte e la sua casata. La cappella era dedicata a San Giacomo Maggiore proprio in onore del marito vivente. Nel 1495 la cappella, già ultimata e affrescata, divenne il luogo della sepoltura di Feo.
3. Il terzo marito di Caterina si chiamava Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici detto il Popolano in quanto si schierò dalla parte del popolo quando nel 1494 Piero dei Medici (figlio di Lorenzo il Magnifico, e cugino di Giovanni di Pierfrancesco dei Medici) fu cacciato dalla città a causa del suo governo nei confronti della invasione del re dei Francesi Carlo VIII. Firenze restaurò la Repubblica che fu poi cancellata dal nipote di Caterina, cioè Cosimo I dei Medici. Caterina e Giovanni dei Medici si sposarono segretamente nel 1497 o all’inizio del 1498. Dal loro legame nacque nel 1498 Ludovico, ribattezzato poi con il nome di Giovanni in onore del padre. Il matrimonio durò pochissimo; Giovanni padre morì di malattia febbrile il 14 settembre 1498 a San Piero in Bagno oggi chiamato Bagno di Romagna.
4. Giovanni dalle Bande Nere si chiamava così per via del colore delle insegne militari della sua compagnia, modificate in segno di lutto. La madre Caterina era molto legato a questo figlio perché incarnava lo spirito indomito, coraggioso e guerriero della stessa definita per questo la “Tigre di Forlì”. Nacque a Forlì il 6 aprile 1498 e morì a 28 anni il 30 novembre 1526, a causa della cancrena seguita ad una grave ferita in battaglia. Alla nascita gli venne dato il nome di Ludovico, come lo zio della madre Ludovico il Moro, duca di Milano. Ma alla morte del marito Caterina lo ribattezzò con il nome di Giovanni come il padre. All’età di un anno lo mandò a Firenze nel convento delle Murate per proteggerlo da Cesare Borgia. La preoccupazioen principale di Caterina riguardava il piccolo Giovanni che alla morte della madre aveva solo 11 anni e il suo scopo era la sua tutela legale ed economica. E scelse come tutore il fidato Jacopo Salviati.
5. Caterina morì il 28 maggio 1509, all’età di 46 anni, a causa di una grave polmonite o di una recidiva di malaria. Non si tennero esequie solenni o sfrazose e nel suo testamento espresse la volonta di esequie modeste e prive di sfarzi; disdisse i grandi onori pubblici che sarebbero spettati a una nobildonna del suo rango (figlia del duca di Milano e vedova di Giovanni dei Medici). Fu sepolta a Firenze all’interno del monastero delle Murate (suore benedettine), sul pavimento, davanti all’altare maggiore della chiesa del convento, coperta da una semplice lapide su cui non venne inciso nemmeno il suo nome e nessun titolo. Aveva espresso il desiderio di una “sepultura sinc ullo penitus titulo o nomine” desiderando presentarsi davanti a Dio spogliata di ogni potere terreno. Più tardi suo nipote Cosimo I dei Medici (il granduca di Toscana) fece apporre una lapide di marmo sulla tomba per onorarne la memoria. Oggi la tomba non esiste più e le sue spoglie sono andate perdute. Il complesso delle Murate fu evacuato dalle monache nel 1808 per volere di Napoleone e riaperto e trasformato in carcere cittadino nel 1845.
Il regista Giorgio Walter Chili (1918-1961) girò nel 1959 un film dal titolo “Caterina Sforza, la leonessa di Romagna” con musiche di Carlo Rustichelli e interpretato da Virna Lisi nelle vesti della leonessa, Alberto Farnese (Girolamo Riario), Sergio Fantoni (Giacomo Feo), Carlo Giuffré (Giovanni de’ Medici), Roberto Risso (Giovanni delle Bande Nere), e la partecipazione della giovanissima Raffaella Carrà allora nota con il suo nome e cognome (Raffaella Pelloni). Raffaella prestò il volto a Maria Salviati compagna e futura moglie di Giovanni delle Bande Nere e poi madre di Cosimo I de’ Medici, Granduca di Toscana. Il film, con la partecipazione di altri attori e attrici, uscì nelle sale cinematografiche italiane il 30 giugno 1959 e nel 1961 venne distribuito in Francia e in Spagna. Fu l’ultimo film del regista e il suo unico film a colori.
Bibliografia
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A. Randi, Caterina Sforza. Ed. Ceschina, Milano, 1951
g.a. Caterina Sforza fu terribile nelle vendette. Storia Illustrata n. 157, dicembre 1970, Arnoldo Editore, Milano.
E. Caruso, Ricette d’amore e di bellezza di Caterina Sforza, signora di Imola e Forlì. Ed. Il ponte vecchio 2009
P.A. Rossi, Gli esperimenti della Ex. ma. S. ra Caterina da Furlj, Castel Negrino, 2018.
www.tuscanypeople.com., Caterina Sforza il principe Machiavelli in versione femminile. Potenza e spietatezza di una bellissima valchiria rinascimentale. 2018.





































































