di Antonio Errico
Edoardo De Candia lesse il titolo, solo il titolo, e la risata gli percosse il petto.
-Mi hanno fatto cavaliere – diceva. -Mi hanno fatto cavaliere.
L’articolo di Antonio Verri su di lui era uscito nel settembre dell’Ottantotto su quella gloriosa rivista pubblicata dalla Banca popolare pugliese che si chiamava “SudPuglia”, diretta da Aldo Bello, che aveva titolato così: “Edoardo, un cavaliere senza terra”. De Candia aveva letto solo il titolo e rideva e protestava perché voleva anche la terra, e poi quell’articolo non gli bastava. Voleva che Aldo Bello facesse un servizio su di lui alla radio e che io facessi un articolo su Quotidiano. Tanto non lo leggo, diceva, e rideva, rovesciato sul letto. Non ricordo se Aldo fece mai un servizio su Edoardo. Probabilmente no. Raccontò poi che De Candia voleva andare a Roma, alla città com’era stata, alla via della dolce vita, alle trattorie delle baldorie trasteverine, alle passeggiate sotto gli alberi barocchi. Lì avrebbe ripreso a dipingere, diceva.
Io non feci l’articolo per Quotidiano. Finchè De Candia visse non ne scrissi mai. Ho scritto qualcosa, poche righe, dopo: quando non viveva più. Forse ho scritto di quando si metteva sui gradini della piazza del Santo che dalla colonna guarda verso l’immenso, con i fogli arrotolati sotto il braccio. Poi stendeva i fogli su una panchina del Sedile. Esplodevano colori.





































































