Le sue città come strisce variopinte, viste dall’alto, risplendenti. I suoi amanti come fili di fumo, silhouettes esitanti. Le città e gli amanti che non lasciavano pensare all’ebbrezza dell’uomo esagerato che era, alla sua solitudine, alla sua ciclopica energia, alla frenesia di vivere, poi alla stanchezza, allo sfinimento, all’abbandono. Allo sguardo risucchiato dal capogiro. Le sue città come un’idea, un sogno, una frescura d’alba. Mai un notturno. Neanche un’ombra, mai. I suoi amanti pacati, sereni, irreali; figure che emergevano da una privata consolante mitologia; maschere tenere di una irreversibilità del tempo sentita e vissuta come uno stordente stupore.
Forse la cifra assoluta, il lievito del pensiero sbrigliato, travagliato, trasgressivo, turbolente, eccessivo di Edoardo De Candia, il motivo o il movente di ogni suo disegno, di ogni sua pittura, è stato lo stupore. Si stupiva di tutto, per tutto, Edoardo De Candia. Si stupiva se gli amici (pochi in verità) lo andavano a trovare, se volevano curarlo quando stava bene, diceva,: stupiva se qualcuno apprezzava i suoi lavori, se qualcuno invece non li apprezzava, per un minuto si sentiva il più grande pittore comparso sulla terra, il minuto dopo si lasciava divorare dalle vertigini della precarietà. Aveva spilli di stupore negli occhi annebbiati e con quello stupore nebbioso guardava il mondo e si stupiva per come girava, si stupiva addirittura che girasse. Si andava, un sera di febbraio, per quella via di Lecce che dal Paisiello porta a piazza Duomo, lui aveva addosso una maglietta e una camicia, e parlava, straparlava, e stendeva le braccia avanti, come per orientarsi dentro il vuoto. A un certo punto disse: io sono innocente. Ecco, sì. Edoardo De Candia aveva dentro lo stupore dell’innocenza.
[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, giovedì 24 settembre 2026]





































































