
Natale di Roma nel 1915. Festa di ginnastica allo stadio e dimostrazione patriottica.
Quel giorno Piazza S. Oronzo era affollata fino all’inverosimile; gli studenti, euforici per la loro iniziativa, gridavano a squarciagola “Viva l’Italia!” e cantavano gli inni di Garibaldi e di Mameli con l’augurio che presto avrebbero riabbracciato, nel grande nome di Roma, i fratelli irredenti di Trento e Trieste.
Avendo appreso dalla stampa le feroci repressioni degli austriaci nei confronti dei triestini e dei trentini, gli studenti si misero a gridare ripetutamente anche: “Viva Trento e Trieste italiane!”.
Tali grida suscitarono la reazione impulsiva dei carabinieri e degli agenti di Pubblica Sicurezza che, esagerando negli interventi con spintoni, insulti e minacce, provocarono gravi incidenti. I giovani risposero gridando. “Viva l’Italia, abbasso l’Austria!” e si diressero verso la sede del Consolato Germanico, ma lì furono duramente respinti dagli agenti e carabinieri che li avevano preceduti. Diversi studenti furono maltrattati, umiliati e arrestati, poi rilasciati dopo l’immancabile strigliata.
La mattina del 22 aprile gli studenti si riunirono nella piazzetta Carducci, dove ci furono animate discussioni tra chi voleva che si entrasse a scuola e chi invece che si organizzasse una manifestazione di protesta. Prevalsa la prima proposta, infatti molti entrarono in classe dopo essersi dato appuntamento in piazza S. Oronzo alle ore 19,30.
Una commissione di studenti ottenne il permesso di riunirsi, prima dell’appuntamento serale, nella sede dell’Associazione Radicale al fine di prendere gli opportuni accordi e preparare ed approvare il seguente ordine del giorno:
“Gli studenti delle scuole secondarie di Lecce, riuniti in solenne comizio privato, seguendo il moto interventista della maggioranza della Nazione che nella guerra potrà solamente rivendicare le sue legittime aspirazioni, considerato che la neutralità dichiarata già da otto mesi scema la dignità del popolo italiano che nell’immane conflitto internazionale spera poter ristabilire i naturali confini della propria patria, visto che la classe studentesca dell’Italia è propensa all’intervento, ad unanimità fanno voti:
che il governo, assecondando le idealità del popolo d’Italia, esca dall’inerzia di una neutralità, che protratta ancora potrebbe suonare pusillanimità e sfiducia nelle proprie virtù”.
Recatasi in piazza S. Oronzo, la commissione comunicò alla marea di studenti ivi riuniti l’ordine del giorno, accolto con applausi e i consueti evviva patriottici e abbasso l’Austria. Si ripeté la reazione della forza pubblica della sera precedente, ma questa volta con maggiore veemenza esulando dalle raccomandazioni di prefetto e questore.
Giorgio Bernardini, studente dell’ultimo anno diLiceo, figlio del direttore del settimanale “La Provincia di Lecce” e della giornalista Emilia Macor, pubblicava sul numero del 25 aprile del medesimo giornale, le seguenti testimonianze.
“Lo studente del 4° corso dell’Istituto, Giuseppe Tarentini, nel salire le scale che conducono all’Ufficio di deposito della P. S. posto vicino alla piazza, venne maltrattato con pugni e colpi di daga dai carabinieri Carlino e Pasquali, tanto che dovette recarsi all’Ospedale. Un altro studente del Liceo, Brunetti Salvatore, per il quale sarà sporta denuncia al Procuratore del Re, ebbe un morso ad un braccio ed uno schiaffo da una guardia in borghese, che abbiamo saputo chiamarsi Caroli. E poi, questo è davvero ridicolo: lo studente Nacucchi si alzava dal bar Italia e, mentre pagava, fu investito dalle guardie, che lo accusarono di … voler lanciare sedie.
Lo studente Attilio Reale (questa è la più esilarante) si trovava solo in un punto. Dieci o dodici guardie lo investirono d’un tratto imponendogli: ‘Lei si sciolga!!!’. Il Reale rispose pronto: ‘Faccio osservare che non sono solubile!’ – ‘Sia subito arrestato per rifiuto di obbedienza!’.
E siccome io (Giorgio Bernardini) non potetti frenare il riso spontaneo, fui del pari tratto in arresto …
In Questura poi non diciamo la condotta provocante, insultante delle guardie! Spinte, parolacce, insulti, e non la finirono se non quando io e i miei compagni, rispondendo energicamente a questi soprusi, riuscimmo a mettere a posto gli agenti provocatori.
E venerdì io mi recavo a scuola. Al viale della stazione ho visto d’un tratto alcune guardie slanciarsi sullo studente Grande, che giungeva allora da Brindisi, e arrestarlo dicendo: ‘In prigione, questo è quello di ieri!’. E il Grande ieri era a Brindisi.
Io, per evitare delle chiassate, stamane ho pensato di riunire una commissione di studenti del Liceo e dell’Istituto per recarci dal Prefetto, dopo aver compilato un telegramma di protesta da spedire all’on. Salandra e domandare ragioni al Prefetto stesso dei maltrattamenti subiti arbitrariamente iersera dagli studenti tarentini e Brunetti. Un delegato d’un tratto mi si è avvicinato e con modi insolenti, degni solamente del borbonico Campagna, di cui parla D’Azeglio, mi ha tratto in arresto.

Lecce, Istituto Tecnico (anni Trenta del ‘900).
Era così illegale e provocante quest’atto che il R. Provveditore, lì presente, si è inteso in diritto di protestare, assumendo le mie difese e, con modi cortesi, facendo notare l’abuso con cui si perpetrava il mio arresto, mi ha fatto rilasciare.
Posso anche aggiungere che stamane una guardia, vicino alla Villa Garibaldi, ha minacciato a daga sfoderata di colpire un gruppo di ragazzi di età non superiore ai 14 anni, perché fischiavano! … E mio fratello Ugo, che ne ha 10 soltanto, è stato anche perquisito da un carabiniere come un Musolino qualunque!
La coraggiosa guardia ha il n. 26.
Il tenore Schipa, presente ai fatti, cercò di protestare energicamente, ma ne fu persuaso da alcuni cittadini, che assistevano inerti alla scena biasimevole, per paura di essere arrestati. In piazza pareva si fosse stabilito il regno del terrore, grazie all’insipienza di alcuni funzionari e di tutti gli agenti e i carabinieri”.
Due carabinieri acciuffarono e arrestarono lo studente nativo di Fasano e domiciliato a Montemesola con la famiglia, Giuseppe Semeraro di Giacomo, di anni 17, uno dei più brillanti studenti del 3° corso dell’Istituto Tecnico leccese; lo accusarono di essere italiano e di aver partecipato ad una manifestazione patriottica. Prima di essere condotto al carcere giudiziario “San Francesco”, il giovane fu preso a pugni, a spintoni e a calci e investito di parolacce da trivio, nonostante la presenza di diversi testimoni.

Una cella dell’ex carcere giudiziario S. Francesco di Lecce.
Il Semeraro era appena uscito dalla convalescenza di una grave infezione di tifo, che lo aveva tenuto per diverso tempo in pericolo di vita.
Con i ferri stretti ai polsi, accusato di oltraggio e minacce, fu rinchiuso in camera di sicurezza, dove trascorse l’intera notte tra pianti e grida, protestando la propria innocenza; lui colpevole solo di cullare l’ideale patriottico di tutti gli italiani. Nella sua mente vedeva balenare il suo avvenire troncato per una possibile condanna, che riteneva ingiusta, l’ira del padre, che tanti sacrifici sosteneva quotidianamente per la sua educazione, la prigionia in una cella in precedenza occupata da tanti criminali incalliti.
Il cronista del settimanale Corriere meridionale (a. 26, 29 aprile 1915) così descrive il tragico epilogo dell’arresto dello studente Giuseppe Semeraro.

Ora d’aria nel carcere giudiziario s. Francesco di Lecce (foto del 1922).
“E Giuseppe Semeraro, come un volgare malfattore, sente rinchiudere dentro di sé la porta pesante di ferro e si ritrova in una cella angusta, dalla volta bassa, opprimente, in cui la luce penetra da una piccola finestra inquadrata da robusta inferriata.
Si guarda intorno: una piccola branda, uno scanno e poi più nulla.
L’animo suo così nobile, così generoso si spezza, è la tortura morale che gli s’infligge, una tortura alla quale egli sente di non poter resistere. Il pensiero del suo avvenire gli torna alla mente e lo strazia, il suo avvenire per cui tanto aveva lavorato: una condanna lo aspetta, una condanna che gli precluderà ogni via.
Si siede sullo scanno, appoggia i gomiti sulle gambe, il viso fra le mani e pensa: il povero Semeraro misura tutta la sua grande infelicità, mentre qualche lagrima gli sgorga. dagli occhi.
Al tardi, un Sostituto Procuratore del Re si reca al carcere e ne raccoglie l’interrogatorio: certamente l’egregio magistrato, vedendolo così scoraggiato, lo avrà confortato e assicurato che la sua detenzione non sarebbe durata olto e il giorno successivo sarebbe tornato in libertà.
Ma lo sconforto lo vince ancora una volta, lo domina tutta la notte e la mattina appresso l’idea del suicidio si fa strada nella sua mente sconvolta. Non vede altro mezzo che impiccarsi. E questo mezzo, stoicamente, cerca di attuare. Il colletto amidato ed il laccio delle scarpe possono benissimo servire alla bisogna. Passa l’estremo di questo laccio attraverso la buca del colletto, cerca di affidare l’altro estremo alla barra di ferro della finestra e si sospende. Il laccio non resiste e si spezza. Egli toglie frettolosamente i due pezzi del laccio stesso e li conserva in tasca.
Fermo nel suo proposito, si serve di due fazzoletti ch’egli avea: uno rosso che aveva nella tasca esterna della giacca, l’altro bianco. Lega fortemente i due fazzoletti, ferma l’estremo del fazzoletto bianco al cancello, forma il nodo scorsoio con quello rosso e lo passa alla gola, sale sul letto e si lascia cadere penzoloni.
La morte bacia fulmineamente quella bella fronte di martire”.
L’agente di custodia di servizio alle celle, accortosi dell’accaduto, dette subito l’allarme. Diversi agenti accorsero alla cella, ma nessuno pensò di staccare quel corpo pendente ancora caldo. Poco dopo intervenne il dott. Raho, medico del carcere che, constatata la morte dello sfortunato giovane, ordinò di non spostare il cadavere finché non fossero intervenute le autorità. Infatti, poco dopo giunsero il direttore Rizzo, il prefetto Gallotti, il procuratore del re Criscuolo, il giudice istruttore Frugis, il consigliere Zanframundo, il segretario Conte della commissione di vigilanza delle carceri, il delegato Cipolletta ed altri agenti. Il cadavere venne rimosso dopo le constatazioni del caso e trasportato al cimitero di Lecce per l’autopsia e la sepoltura.
(continua)





































































