Nota a margine di una recente raccolta poetica di Piero Pellegrino, “Vienimi incontro”

La libertà e l’amore di chi <crea per donare>. A ben considerare la poesia di Pellegrino sembra disporsi nella forma  di un dono <a mani profuse>, ove si consideri   la  dismisura  di  umano <disinteresse>   che promana dai versi.    L’<io> poetico, nel rappresentarsi sulla soglia della raccolta,  configura una postura agonistica  nei confronti del <mondo>  –  un mondo segnato  dal <magma della menzogna> – cui dapprima proverebbe ad opporre  schiere di <legionari>, di  <centurioni> e <pretoriani> – coincidenti, in metafora,  con le risorse e le energie positive  dell’animo –  ma per cadere,  nell’explicit  del componimento d’esordio,  in una austera coscienza della <vanitas> delle cose, con decisa ripresa  della sentenza del Qohelet biblico: “E sarò polvere anch’io, perchè / di polvere son nato e in polvere tornerò”. Con tutta evidenza  la sentenza di Qohelet  indicherebbe  che la sorte dei giusti e dei malvagi è purtroppo la stessa,  e il tempo annichila ogni cosa:   il tempo della fine, dello svanire delle cose, dell’annullamento di ogni debito e di ogni credito.

Invero, nella raccolta poetica di Pellegrino – insieme con quella temporale, su cui pure torneremo più avanti – sembrano  essere decisive le metafore  spaziali, ovvero  talune rappresentazioni a pennellate rapide, ma efficaci, dei luoghi. Nel secondo componimento della raccolta è una suggestiva immagine del Prater di Vienna e in questo caso  l’impasto linguistico <dotto> dell’autore può sorprendere il lettore. Per addurre qui  un  campione:

 Mi arrampicavo / nell’azzurro, tempestato da mille / attese  e da sicure certezze, / trafiggendo con lo sguardo, / attento, il verde acceso/ dei prati.

E più avanti:

La bassura / s’apriva al passo silente / del viandante, che accompagnava / il canto, al suono delle buccine / nell’aria calda d’agosto.

 Verrebbe fatto di chiedersi quale sia la meta di questo viandante <senza nome>  e altresì se il viandante  non sia, semplicemente, un alter-ego dello stesso poeta. Non per caso in un altro componimento, <La sala d’Apollo>, si può pure leggere: “Ambienti lacustri o garighe, in cui la ramaglia sbarra / il passo all’inesperto viandante, / al culmine d’un incerto / vagare tra sentieri segnati / come per gioco   da un vinco / lasciato cadere sui sassi / della bassura”. 

 Verrebbe pure fatto di chiedersi se la maschera dell’<inesperto> viandante – con il suo <incerto vagare> e l’osservare, sul Prater di Vienna, che  “La ruota giunse al capolinea” –  così come il volto del poeta non siano entrambi coinvolti dentro il  vorticoso muoversi di altre ruote: quella  del <gioco del mondo> e soprattutto la ruota  del Tempo. In più di un componimento della  raccolta poetica di Pellegrino le visioni spaziali incrociano  meditazioni sul Tempo: ne è riprova il componimento intitolato  <La brassica> che recita nell’incipit: “Cielo e silenzio , intorno nell’aria /  calda del giorno. Guardi un auriga / solcare l’azzurro e la quadriga, / imperlata di fiamme e di luce, / vola tra i fori gialli e bianchi / d’una brassica”. Ha detto assai bene Marco Leone, in una puntuale e acuminata recensione,  che in  <Vienimi incontro> di Pellegrino  è riconoscibile “l’impiego di un lessico marcato costituito da vocaboli classicistici  e da termini che si distinguono per esattezza botanica”, come appunto <brassica>, genere di piante erbacee delle Crocifere, che dà titolo, del resto, al componimento. Si legge più avanti: “E’ come perdersi tra le nubi / grigie  del cielo, fra le mura / d’un inusitato candore, sparso su una tela,  stesa sull’infinito / sogno, in cui ogni memoria / si stempera, nel vagare degli anni”. Da una immagine di cieli <grigi>, rappresentativi  di un  monotono svolgersi  del quotidiano esistere,  si trascorre quindi  a una meditazione memoriale  e finalmente   a qualificare  del colore <azzurro> addirittura la morte, vertice supremo di ogni  cifra  temporale: “E’ giusto ripercorrere vie lontane, strade sterrate, che si confondono / nell’azzurro vertice della morte, spietata, in cui si tuffano i sogni/ del tempo (…)”.  Agisce  dunque   l’attribuzione  di una immaginaria dipintura di colore  azzurro  alla maschera di  Madama-Morte  – l’azzurro è un colore topico  nella scrittura palazzeschiana,  a voler  indicare qui  un deciso  archetipo del Novecento letterario  italiano, e non solo –  colore  che, paradossalmente, indicherebbe un trepido anelito di libertà.

 Ora, nella raccolta poetica di Pellegrino, tra i sogni del Tempo  si sommuove una metafora-cardine: è quella dell’<attesa>. Precisamente  un componimento  ruota intorno a tale figura,  con  corredo figurale e altresì lessicale, e con il poeta il quale,  nel mentre si fissa sul <buio della storia>,  sull’<aria mefitica> del  tempo presente, sulle impervie <rampe di scale> in cui è solo <un percorso in salita>, prenderebbe  atto dell’allontanarsi di una <implume speranza>.

Senonchè,  le superstiti risorse dell’animo  sembrano  affidarsi   alla  visione di un azzurro cielo  e all’ascolto del  silenzio al fine di coltivare proprio un’ultima attesa. E’ in questo <punto> figurale della scrittura  poetica di Pellegrino che si dispongono  due componimenti, il primo dei quali  indica una cifra spaziale e insieme temporale, disvelando nel suo  incipit  il titolo peculiare della intera raccolta e poco più avanti il sentimento dichiarato  dell’ <attesa> di una figura innominata: ”Vieni, vienimi incontro, / col tuo incedere elegante, lontano da quel passato, che la storia abbraccia, in un cerchio / concentrico” . Più avanti si  legge: ”E’ come vivere un’attesa / mortale”;  e infine “L’attesa / spaventosa cosparge aliti / di vento”.

 Nell’ambito dell’attesa, prenderebbero  corpo talune figure; e  <ritornano> alla mente, e soprattutto alle emozioni e agli affetti  del poeta, quelle  indicate in esordio di questa recensione:   del parentado e degli amici . Con riferimento agli amici che  <non  sono più>  si sommuove  nella scrittura poetica di Pellegrino  un sentimento amaro di solitudine:  ma è soprattutto con riferimento alla figura del  padre che l’attesa di un <incontro> si traduce nella turbata richiesta di un perdono. E’ qui pronunciato l’<ultimo>  auspicio, l’ultima speranza  che si sommuove  in questa intensa raccolta poetica:

                                    Vienimi vicino, il buio

                                della notte  è un fuoco

                              acceso, nell’illume calvario

                             della vita  (…).

                            (…) Vienimi vicino. Sono solo

 Più avanti, a disvelare il senso di una colpa auspicabilmente redimibile:

                          E tu, padre,

                          perdonami: ero incapace

                         di accarezzare la mano

                         che mi tendevi, sul letto,

                       di un ospedale, che ti vide pallido

                       gendarme della mia vita.

                      La mia ansia si trascinava

                     sull’implume  baluardo

                    d’una colorata stagione.

 A  proposito  di questo struggente desiderio di un <ritorno> della figura paterna che  <non è più>, verrebbe fatto di pensare a uno dei testi più suggestivi  della poesia italiana del Novecento, inscritto in una  raccolta poetica di  Camillo Sbarbaro, il cui titolo, Pianissimo, era di per sé un programma. Il poeta ligure, chiamando in causa la figura della sorella, recita:

                                        Sarà  il padre con noi se anche morto.

                                       Noi lo vedremo muoversi per casa.

                                        E allora capirà tutto il dolore

                                        Che traversammo uniti per la mano,                      

                                        tu, la vita, sorella, senza amore,

                                       io la vita, sorella, senza inganni.

Si direbbe qui di una morte, quella del padre, evocata per alimentare nel presente la vita  dei figli. Ma al di là del pur suggestivo campione testuale di  Sbarbaro,  è invero  da assumere  che  Piero Pellegrino indica poeticamente  nella figura paterna  un deciso movimento. Infatti,  a commento della sua immagine  del   <pallido gendarme> della vita  dei figli, si potrebbe dire  che,  ben  al di là del pensiero triste di Qohelet  che azzera debiti e crediti,  varrebbe qui un altro  pensiero, non meno intenso:  secondo cui è  “beato chi, nella memoria (…), lascia dietro di sé un tesoro d’ amore (…) . Con la morte costui riscuote quello che s’è lasciato dietro per la vita dell’aldiqua;  riscuote la coscienza complessiva di tutto quel che pensano di lui” i figli che gli son sopravvissuti ; “incassa così, per intero, quel che in vita sua aveva contato soltanto in singole monete”  (Gustav Theodor Fechner citato in Sergio Givone, La ragionevole speranza, Solferino 2025). Incassare per intero, dopo la morte –  finalmente  ad opera dei figli, a distanza di  lungo o breve trascorrere del Tempo –  quanto il padre,  in vita, ha <contato>  solo in singole monete. Sarebbe questo almeno  uno tra i non pochi messaggi segreti di Vienimi incontro, raccolta poetica di Piero Pellegrino.

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