
La libertà e l’amore di chi <crea per donare>. A ben considerare la poesia di Pellegrino sembra disporsi nella forma di un dono <a mani profuse>, ove si consideri la dismisura di umano <disinteresse> che promana dai versi. L’<io> poetico, nel rappresentarsi sulla soglia della raccolta, configura una postura agonistica nei confronti del <mondo> – un mondo segnato dal <magma della menzogna> – cui dapprima proverebbe ad opporre schiere di <legionari>, di <centurioni> e <pretoriani> – coincidenti, in metafora, con le risorse e le energie positive dell’animo – ma per cadere, nell’explicit del componimento d’esordio, in una austera coscienza della <vanitas> delle cose, con decisa ripresa della sentenza del Qohelet biblico: “E sarò polvere anch’io, perchè / di polvere son nato e in polvere tornerò”. Con tutta evidenza la sentenza di Qohelet indicherebbe che la sorte dei giusti e dei malvagi è purtroppo la stessa, e il tempo annichila ogni cosa: il tempo della fine, dello svanire delle cose, dell’annullamento di ogni debito e di ogni credito.
Invero, nella raccolta poetica di Pellegrino – insieme con quella temporale, su cui pure torneremo più avanti – sembrano essere decisive le metafore spaziali, ovvero talune rappresentazioni a pennellate rapide, ma efficaci, dei luoghi. Nel secondo componimento della raccolta è una suggestiva immagine del Prater di Vienna e in questo caso l’impasto linguistico <dotto> dell’autore può sorprendere il lettore. Per addurre qui un campione:
Mi arrampicavo / nell’azzurro, tempestato da mille / attese e da sicure certezze, / trafiggendo con lo sguardo, / attento, il verde acceso/ dei prati.
E più avanti:
La bassura / s’apriva al passo silente / del viandante, che accompagnava / il canto, al suono delle buccine / nell’aria calda d’agosto.
Verrebbe fatto di chiedersi quale sia la meta di questo viandante <senza nome> e altresì se il viandante non sia, semplicemente, un alter-ego dello stesso poeta. Non per caso in un altro componimento, <La sala d’Apollo>, si può pure leggere: “Ambienti lacustri o garighe, in cui la ramaglia sbarra / il passo all’inesperto viandante, / al culmine d’un incerto / vagare tra sentieri segnati / come per gioco da un vinco / lasciato cadere sui sassi / della bassura”.
Verrebbe pure fatto di chiedersi se la maschera dell’<inesperto> viandante – con il suo <incerto vagare> e l’osservare, sul Prater di Vienna, che “La ruota giunse al capolinea” – così come il volto del poeta non siano entrambi coinvolti dentro il vorticoso muoversi di altre ruote: quella del <gioco del mondo> e soprattutto la ruota del Tempo. In più di un componimento della raccolta poetica di Pellegrino le visioni spaziali incrociano meditazioni sul Tempo: ne è riprova il componimento intitolato <La brassica> che recita nell’incipit: “Cielo e silenzio , intorno nell’aria / calda del giorno. Guardi un auriga / solcare l’azzurro e la quadriga, / imperlata di fiamme e di luce, / vola tra i fori gialli e bianchi / d’una brassica”. Ha detto assai bene Marco Leone, in una puntuale e acuminata recensione, che in <Vienimi incontro> di Pellegrino è riconoscibile “l’impiego di un lessico marcato costituito da vocaboli classicistici e da termini che si distinguono per esattezza botanica”, come appunto <brassica>, genere di piante erbacee delle Crocifere, che dà titolo, del resto, al componimento. Si legge più avanti: “E’ come perdersi tra le nubi / grigie del cielo, fra le mura / d’un inusitato candore, sparso su una tela, stesa sull’infinito / sogno, in cui ogni memoria / si stempera, nel vagare degli anni”. Da una immagine di cieli <grigi>, rappresentativi di un monotono svolgersi del quotidiano esistere, si trascorre quindi a una meditazione memoriale e finalmente a qualificare del colore <azzurro> addirittura la morte, vertice supremo di ogni cifra temporale: “E’ giusto ripercorrere vie lontane, strade sterrate, che si confondono / nell’azzurro vertice della morte, spietata, in cui si tuffano i sogni/ del tempo (…)”. Agisce dunque l’attribuzione di una immaginaria dipintura di colore azzurro alla maschera di Madama-Morte – l’azzurro è un colore topico nella scrittura palazzeschiana, a voler indicare qui un deciso archetipo del Novecento letterario italiano, e non solo – colore che, paradossalmente, indicherebbe un trepido anelito di libertà.
Ora, nella raccolta poetica di Pellegrino, tra i sogni del Tempo si sommuove una metafora-cardine: è quella dell’<attesa>. Precisamente un componimento ruota intorno a tale figura, con corredo figurale e altresì lessicale, e con il poeta il quale, nel mentre si fissa sul <buio della storia>, sull’<aria mefitica> del tempo presente, sulle impervie <rampe di scale> in cui è solo <un percorso in salita>, prenderebbe atto dell’allontanarsi di una <implume speranza>.
Senonchè, le superstiti risorse dell’animo sembrano affidarsi alla visione di un azzurro cielo e all’ascolto del silenzio al fine di coltivare proprio un’ultima attesa. E’ in questo <punto> figurale della scrittura poetica di Pellegrino che si dispongono due componimenti, il primo dei quali indica una cifra spaziale e insieme temporale, disvelando nel suo incipit il titolo peculiare della intera raccolta e poco più avanti il sentimento dichiarato dell’ <attesa> di una figura innominata: ”Vieni, vienimi incontro, / col tuo incedere elegante, lontano da quel passato, che la storia abbraccia, in un cerchio / concentrico” . Più avanti si legge: ”E’ come vivere un’attesa / mortale”; e infine “L’attesa / spaventosa cosparge aliti / di vento”.
Nell’ambito dell’attesa, prenderebbero corpo talune figure; e <ritornano> alla mente, e soprattutto alle emozioni e agli affetti del poeta, quelle indicate in esordio di questa recensione: del parentado e degli amici . Con riferimento agli amici che <non sono più> si sommuove nella scrittura poetica di Pellegrino un sentimento amaro di solitudine: ma è soprattutto con riferimento alla figura del padre che l’attesa di un <incontro> si traduce nella turbata richiesta di un perdono. E’ qui pronunciato l’<ultimo> auspicio, l’ultima speranza che si sommuove in questa intensa raccolta poetica:
Vienimi vicino, il buio
della notte è un fuoco
acceso, nell’illume calvario
della vita (…).
(…) Vienimi vicino. Sono solo
Più avanti, a disvelare il senso di una colpa auspicabilmente redimibile:
E tu, padre,
perdonami: ero incapace
di accarezzare la mano
che mi tendevi, sul letto,
di un ospedale, che ti vide pallido
gendarme della mia vita.
La mia ansia si trascinava
sull’implume baluardo
d’una colorata stagione.
A proposito di questo struggente desiderio di un <ritorno> della figura paterna che <non è più>, verrebbe fatto di pensare a uno dei testi più suggestivi della poesia italiana del Novecento, inscritto in una raccolta poetica di Camillo Sbarbaro, il cui titolo, Pianissimo, era di per sé un programma. Il poeta ligure, chiamando in causa la figura della sorella, recita:
Sarà il padre con noi se anche morto.
Noi lo vedremo muoversi per casa.
E allora capirà tutto il dolore
Che traversammo uniti per la mano,
tu, la vita, sorella, senza amore,
io la vita, sorella, senza inganni.
Si direbbe qui di una morte, quella del padre, evocata per alimentare nel presente la vita dei figli. Ma al di là del pur suggestivo campione testuale di Sbarbaro, è invero da assumere che Piero Pellegrino indica poeticamente nella figura paterna un deciso movimento. Infatti, a commento della sua immagine del <pallido gendarme> della vita dei figli, si potrebbe dire che, ben al di là del pensiero triste di Qohelet che azzera debiti e crediti, varrebbe qui un altro pensiero, non meno intenso: secondo cui è “beato chi, nella memoria (…), lascia dietro di sé un tesoro d’ amore (…) . Con la morte costui riscuote quello che s’è lasciato dietro per la vita dell’aldiqua; riscuote la coscienza complessiva di tutto quel che pensano di lui” i figli che gli son sopravvissuti ; “incassa così, per intero, quel che in vita sua aveva contato soltanto in singole monete” (Gustav Theodor Fechner citato in Sergio Givone, La ragionevole speranza, Solferino 2025). Incassare per intero, dopo la morte – finalmente ad opera dei figli, a distanza di lungo o breve trascorrere del Tempo – quanto il padre, in vita, ha <contato> solo in singole monete. Sarebbe questo almeno uno tra i non pochi messaggi segreti di Vienimi incontro, raccolta poetica di Piero Pellegrino.





































































