
Questo libro, però, fa un deciso passo in più, non dico revisionista ma sicuramente intellettualmente coraggioso, e che avvicino volentieri a uno dei saggi più importanti usciti su Dante negli ultimi anni, Dante in conclave di Gian Luca Potestà (2021). Qui la già ricordata epistola ai cardinali italiani veniva per la prima volta inserita in un circuito comunicativo concreto; questo permetteva di cogliere l’intenzione di orientare i comportamenti dei prelati attraverso un network incentrato sul cardinale ghibellino Napoleone Orsini. Anche la lettera di Petrarca circolò ampiamente in una versione appena differente (ma non nella sostanza) da quella poi confluita nel nono libro delle Senili, ma soprattutto viene còlta come un « momento » preciso di discussione all’interno della Curia papale intorno al problema del ritorno del papa a Roma. Il poeta rispondeva concretamente al partito francese, in particolare all’ambasciatore Ancel Choquart, che in un discorso del 1367 aveva interpretato il monito di Cristo a San Pietro (il celebre «Domine, quo vadis ?» ) come un invito a Urbano V a non farsi martirizzare; per Petrarca (come era stato per Dante), proprio la prospettiva del martirio tende a sacralizzare il ritorno della sede petrina a Roma.
Attenzione, però: come sarà poi per Caterina da Siena, tornare a Roma si concatena a una esigenza di riforma ecclesiastica (sulla quale ha tanto insistito un’altra vulgata storiografica, che volle fare di Petrarca un cripto-protestante, come il mitico editore delle lettere di Cola di Rienzo, Paul Piur) che coinvolge anche il comportamento dei cardinali, come ad esempio la loro concreta ubicazione nelle chiese romane, suburbicarie e non, ridotta a pura finzione durante il papato avignonese. Le reazioni del partito francese non si fecero attendere: il frate e teologo Jean de Hesdin argomentò che la città eterna era abitata da un popolo crudele, la cui ferocia rimontava all’epoca classica (secondo una linea interpretativa risalente ad Agostino); Petrarca rispose con una celebre Invectiva nella quale, da una parte, ribadiva l’argomentazione del martirio degli Apostoli come fondamento della santità di Roma, dall’altra contro-attaccava mettendo alla berlina un popolo – quello francese – dotato «di un’eccellente opinione di sé» che però non era per nulla fondata su dati reali: rispetto al catalogo degli «eroi» romani (i Cesari, gli Scipioni, gli Emili…) i francesi potevano esibire Ponzio Pilato («gallo fu il flagellatore» di Cristo); e anche i grandi nomi dell’intellighenzia universitaria parigina in realtà erano italiani (da Pietro Lombardo a Tommaso d’Aquino)!
Il duello intorno al ritorno di Urbano è noto, ma nel saggio di Geri è il punto di precipitazione di una paziente rilettura della biografia petrarchesca, divisa per tronconi che seguono i diversi papati con cui Petrarca entrò in contatto: pur rifiutando esplicitamente il ruolo di segretario apostolico, tale collaborazione permise al poeta il sostentamento e la libertà. Il punto di vista assunto da Dionisotti in Chierici e laici viene portato alla sua naturale conseguenza: l’opinione di Petrarca deve essere letta, nella lunga durata, anche come una opinione «curiale», interna alla Chiesa e in particolare legata al dibattito ecclesiastico del periodo avignonese; questa posizione si solidifica con argomenti nuovi, ma rimane costante, e cioè romana, antifrancese, riformatrice.
Geri è capace di affiancare la rilettura dei grandi pezzi della polemica (come dello scambio, pure se monco, con Cola di Rienzo) con una puntuale disamina dell’auto-promozione di Petrarca allo scopo di acquisire benefici economici (rivelatori di una precisa conoscenza dei meccanismi di curia) o di farsi conoscere come autore, facendo entrare anche la poesia «d’invenzione» nel circuito curiale, per infine collaborare come umanista con le varie biblioteche dei papi e il loro incremento: alla morte del poeta, Gregorio XI richiese al cardinale diacono di Sant’Angelo di procurarsi l’opera petrarchesca, compresi i testi più polemici.
A questo segno inequivocabile di «curialità», bisogna aggiungere che il punto di non ritorno di questa vera e propria «visione del mondo» non è più la vicinanza con le signorie ma l’acquisto di Avignone per ottantamila fiorini da parte di Clemente VI, segno inequivocabile dell’abbandono di Roma e anti-modello rispetto a una Chiesa che Petrarca voleva sì moralmente ineccepibile e onorata, ma anche «magnifica».
E qui il Petrarca di Lorenzo Geri torna ad allontanarsi da quel Dante Alighieri che la voleva radicalmente povera, e anticipa invece il Rinascimento e la sua elegante, ma controllata, voluttà.
[“Il Manifesto – Alias” del 27 settembre 2026, pp. 6 e 8]





































































