di Antonio Devicienti

Si stimavano non poco e l’allievo omaggiò il maestro tracciandone un ritratto indimenticabile: Klimt indossa il suo camice blu che usa per dipingere (Schiele tratteggia un blu che è suo, clamoroso e poetico – ricorda il blu del fiume intorno a Krumau di un suo dipinto, un blu assoluto nella sua profondità ed espressività perché allude all’atto creativo e alla vastità del pensiero e del mondo); Klimt ha dita lunghissime (le dita di tutti i ritratti e autoritratti dipinti da Schiele, quasi organi indipendenti dalle mani, prensili e mobilissimi, protesi alla pittura e alla vita).
Klimt è, forse, anche Schiele in questo ritratto? – potrebbe darsi se essere allievi, se voler essere allievi di un maestro significa anche assorbirne significanze e posture: e quelle dita protese sembrano indicare, mostrare, alludere, affamate di pittura e di vita. Sono nate per il pennello e per la matita, trascinano tutto il corpo di Klimt in avanti, esattamente nel punto in cui le dita toccherebbero una tela o un foglio: perché sta lì il punto vitale, tra dita e superficie pronta ad accogliere segni.
E guizzano i pesci dell’immaginazione e della vertigine.





































































