di Antonio Errico

Il tempo cambia le forme della cultura, quelle che sono le sue configurazioni, le espressioni, i concetti, le modalità con cui si stabiliscono le relazioni con essa, le esperienze di conoscenza che si fanno. Per esempio: il tempo e la temperie culturale hanno cambiato e cambiano costantemente il concetto di classico, che diventa sempre più relativo e sempre meno dipendente dai canoni. Probabilmente quel concetto si costituisce come una elaborazione soggettiva che deriva dal sentimento di appartenenza che si prova nei confronti di un libro: da quanto quel libro è stato presenza significativa nelle stagioni dell’esistenza che si sono attraversate.
Conosco un uomo che negli scaffali della libreria, accanto ai classici dei Meridiani Mondadori, ha la raccolta completa di Tex. Tra il ranger e le tragedie di Eschilo non c’è nessuna differenza. Gli appartengono. Nella stessa misura o in misura diversa. Per motivi diversi o per gli stessi motivi. Ma appartengono alla sua storia. Allora, un classico è quel libro che ti appartiene senza distinzione tra generi o categorie, che hai letto una volta soltanto o sul quale ci sei tornato più volte, che forse ti ha indicato una direzione da seguire oppure che ti ha spensierato per mezz’ora, che proviene da un giorno di scuola o da una passione di gioventù, o di maturità, o dall’infanzia.





































































