E’ classico quel libro che fa parte del tempo interiore, che in qualche modo incide sulla visione del mondo, di se stesso, dell’Altro, della Storia e delle storie, della realtà e dell’immaginazione, che conforma l’idea stessa di letteratura e della sua funzione. Nessuno può sostenere che per qualcuno, in un certo momento, una frase pronunciata da Kit Carson nella nuvoletta del fumetto non possa assumere un significato più forte di una frase in un passo della Coscienza di Zeno. Dipende dalle circostanze, ed è questa dipendenza che determina a livello soggettivo il concetto di classico. Quando sono state date definizioni che sintetizzavano un’idea di cultura e di letteratura, quelle definizioni potevano contare su una certa durata temporale, su certi quadri cronologici e certi canoni estetici. Ma se questo secolo ha disarticolato molte certezze e molti assetti ad ogni livello, diventa incoerente pensare che possano restare immutate le definizioni attribuite a quella cosa dai confini incerti e labili che si chiama letteratura. Se prima le generazioni che sopraggiungevano avevano riferimenti culturali molto spesso derivanti da quelle precedenti, le generazioni che abitano i nostri tempi hanno riferimenti differenti. Non sono migliori, non sono peggiori, non sono nemmeno giusti e nemmeno sbagliati. Semplicemente: sono differenti. Non hanno stratificazioni, strutture prefabbricate. Le generazioni che arrivano si muovono in territori culturali con paesaggi e figure nuove, dai profili scontornati, in un sistema simbolico e semantico dalla sostanza fluida, mutante. Per loro, un classico è quel libro che fa parte di questi paesaggi, che si impasta con l’esperienza di esistere, con le ragioni che hanno, con le passioni che vivono. Che a volte sono passioni antiche. Quelle di ogni generazione.
[“Nuovo Quotidiano di Puglia, domenica 27 settembre 2026]





































































