
Lecce, Scuola d’Arte.
Infiltratisi nell’atrio della prefettura, gli studenti, rivolti verso gli uffici della questura, iniziarono ad urlare: “Abbasso gli sbirri, abbasso gli aguzzini, vigliacchi!”. Si affacciò da un balcone il prefetto per cercare di parlare con loro, ma questi, esagitati, lo investirono di frasi ingiuriose e gli lanciarono contro qualche pietra, una delle quali lo ferì ad un dito.
Tutte le scuole della città, intanto, avevano sospeso le lezioni. In seguito, nell’Aula Magna dell’Istituto tecnico si riunirono i componenti la Commissione di Vigilanza, il preside e i docenti dell’istituto, i responsabili e il corpo docente di tutte le scuole primarie e secondarie pubbliche e private, nonché i rappresentanti della stampa. In quella riunione fu stabilito di commemorare solennemente lo sfortunato Giuseppe Semeraro, assumendosi tutta la responsabilità per la tutela dell’ordine pubblico. Il sindaco di Lecce, principe Sebastiano Apostolico Orsini, a nome della Giunta Municipale e della città di Lecce, presentò al preside dell’istituto le più sentite condoglianze e dichiarò che l’Amministrazione Comunale avrebbe partecipato in forma ufficiale ai funerali e avrebbe deposto una corona sulla tomba del povero giovane.
Al balcone principale del palazzo municipale fu esposta la bandiera tricolore abbrunata e l’esempio fu seguito da tutte le scuole della città. Gli studenti annunciarono la tragica fine del Semeraro con il seguente manifesto.
“Compagni, nel momento in cui più fulgida e radiosa appariva la visione dell’Italia una; nel momento in cui più bella e generosa era l’offerta della propria giovinezza di tutto se stesso sull’ara della Patria, in quel momento Giuseppe Semeraro, giovane baldo, animoso, intelligente, colto, dové constatare che è delitto pensare, desiderare, aspirare, gridare alla grandezza d’Italia, e alla catastrofe di tanti ideali volle sopprimersi.
Compagni, tributiamo lagrime, fiori, onori a questa nobile figura, e auguriamoci che questa gelida raffica non continui a distruggere il bell’aprile d’Italia. Il Comitato studentesco”
Poi lo stesso comitato studentesco annunciò alla cittadinanza i funerali con quest’altro comunicato.
“Cittadini! Il nostro carissimo compagna Giuseppe Semeraro stamane si è spento nelle carceri di S. Francesco ove era stato rinchiuso perché colpevole di nobile entusiasmo per le più sante idealità del cuore di un italiano.
L’ora triste non consente al nostro animo parole che siano degna espressione del nostro strazio, della nostra indignazione.
Siamo sicuri che nessuno di voi, nessuno di questa terra ospitale e gentile vorrà mancare al corteo della gioventù leccese, che si recherà oggi alle ore 10, muovendo dall’Istituto Tecnico, al cimitero, per deporre una corona sulla tomba del nostro amato compagno, cui venne così spietatamente troncata la vita quando a Lui sorridevano le più liete speranze, quando la sua famiglia vedeva avvicinarsi il compimento di voti ardenti, santi. Il Comitato studentesco: Giuseppe Tarentini, Michele Pedone, Domenico Gatto, Antonio Vaglio, Oscar Ingravallo”.
Sabato sera tutti gli studenti della città, riunitisi nell’atrio dell’Istituto Tecnico, si diressero verso la sede dell’Associazione Radicale, dal cui balcone principale tennero discorsi l’avv. Raffaele Flascassovitti, vice presidente dell’Associazione Radicale, il sig. Francesco Capozza e l’avv. Francesco Tamborino.
Il discorso dell’avv. Flascassovitti.
“Leccesi, parlo a concittadini, e invoco non a torto, e non inopportunamente, l’antica, costante, nobile tradizione di civiltà di questa nostra Lecce, non invano detta Atene e Firenze delle Puglie. Tale tradizione voi dovrete conservare, conserverete certamente anche in questo momento – nella dolorosa contingenza che vi fa dimostrare, questa sera – che vi riunisce qui, intorno alla sede dell’Associazione radicale. E’ prova, appunto, di matura coscienza civile il conservare sempre, anche in certe tristi occasioni, l’equilibrio ordinario, la serenità del giudizio, il dominio morale dei propri atti.
Niente manifestazioni, dunque, che siano scomposte e tumultuose; ma soltanto la protesta civile, ordinata, solenne, contro le violenze, le sopraffazioni, compiute in maniera assolutamente inconsiderata e impulsiva da molti agenti della forza pubblica, da coloro che dovrebbero essere tutori coscienti dell’ordine – contro alcuni gruppi di giovinetti studenti, dimostranti, nel giorno che ricordava il natalizio di Roma madre, di Roma capitale, nel nome d’Italia, della Patria – nel nome dei futuri, prossimi destini di questa – nel nome dei fratelli irredenti di Trento e Trieste italiane. Se fossero stati accolte di facinorosi, di delinquenti minaccianti davvero la pace, la tranquillità pubblica, non sarebbero stati trattati peggio, La protesta, la rampogna collettiva contro gli arresti seguiti alle violenze, gli arresti mantenuti in nome di opportune imputazioni, dei quali triste epilogo è la pietosa fine, il suicidio del giovane studente Giuseppe Semeraro.
Perché egli ha troncato così miseramente la sua esistenza? Io penso al tumulto, alla tempesta dell’animo suo, della sua coscienza giovanile, nel momento tragico, che lo spinse al supremo atto contro se stesso. Aveva udito dai suoi maestri, aveva letto, aveva sentito che tutto va sacrificato al nome, alla fortuna della Patria; che chi sente, chi opera in nome di questa è benedetto tra i fratelli, tra i figli della gran Madre comune, come cittadino degno ed eletto; che imminente è il giorno del grande, del supremo cimento, per la redenzione nazionale dei fratelli, dei figli d’Italia, che gemono ancora sotto la tirannide, il giogo dell’Austria. Avea sentito che bisogna preparare virilmente l’anima collettiva delle cento città d’Italia alla grande, suprema prova per la conquista dei confini naturali della Patria, per abbracciare in questi le ultime le ultime città sorelle irredente. Ed era uscito, con cento e cento altri giovani, per le vie della città, che lo ospitava, che lo educava nell’Istituto Tecnico, per dire pubblicamente, con gli altri studenti, con le altre giovani speranze e promesse della grande famiglia italiana, per gridare il suo entusiasmo, la sua fede – per promettere anche, occorrendo, con gli altri compagni, il braccio, il sangue, la vita, alla causa santa, alla bella battaglia.
E si vide, imprevedutamente, si sentì preso, malamente, come un volgare, un pericoloso delinquente, dagli agenti dell’ordine, armati in difesa dello Stato; e seppe di essere imputato di oltraggio, di violenza, forse per qualche gesto incosciente, impulsivo. Quale delusione terribile, quale scoraggiamento pauroso! Egli, dunque, aveva offeso lo Stato, mentre aveva creduto di servirlo; e aveva recato, forse, sebbene involontariamente, un grande dolore al padre suo, lontano.
E, solo, in carcere, senza un consiglio, una parola confortatrice, un aiuto morale, sentì di non poter sopravvivere al crollo spaventoso dei suoi ideali, delle sue illusioni; si sentì come attratto nel gran vuoto che gli si era fatto improvvisamente intorno; e volle scomparire col suo sogno, non seppe sopravvivere. E’ straziante!
Ma, pure dolorando, fortemente, noi, per la morte, la scomparsa del povero giovane dalle battaglie della vita, pensiamo se da quella bara, nella quale si chiude il suo corpo, non sia da trarre qualche insegnamento; non venga a noi come un nuovo monito che ci ricordi i nostri doveri di cittadini d’Italia, in questa grande, storica ora della nostra Patria. La bara dello studente Semeraro non dovrà servire ad alcuna ignobile speculazione politica. Essa ci ricordi soltanto che in Italia molto resta ancora da fare, per riformare la educazione civile, il costume politico, in alto e in basso, tra i meno e anche, purtroppo, tra i più responsabili. Ma ci ricordi, soprattutto, che niente ci deve dividere in questa fatale ora della Patria, e sottrarre ai nostri nuovi doveri di cittadini; che l’ora della suprema azione per le ultime rivendicazioni nazionali, se non è suonata ancora, è prossima a scoccare; e che un solo pensiero ci deve guidare, uniti, quello della Patria, dei suoi nuovi e maggiori destini.
In vista del cadavere di Semeraro gridiamo: Evviva l’Italia! E il nostro grido sarà la sola espiazione civile per la sua immatura, immeritata fine”.
I manifestanti, con in testa la bandiera dell’Associazione Radicale, si recarono in corteo davanti alla sede del Municipio, dove si era già portata l’Associazione Democratica con bandiera. Da uno dei balconi parlò l’avv. De Simone Paladini.
La sera di sabato, su invito del sindaco Apostolico Orsini, si riunì d’urgenza il consiglio comunale per commemorare lo studente suicida. Aperta la seduta, il primo cittadino pronunciò il seguente breve discorso.
“L’aurora radiosa schiude i petali olezzanti nell’armonia della natura. Così le giovani esistenze umane schiudono la mente ed il cuore al raggio vivificatore dell’amore della Patria.
E nel giovanetto Giuseppe Semeraro, di eletta intelligenza, di animo caldo, penetra il concetto secolare che le Genti italiche accomuna.
E sogna la Patria che raccoglie tutte sue genti. La Patria grande, che diffonde la luce della civiltà nel mondo.
E l’anima del giovanetto si riscalda, si esalta. Ed Egli emerge. E’ segnalato. E’ una personalità nelle manifestazioni generose, di cui rimane vittima.
Vi è stata colpa?
E’ stato un sacrifizio sull’altare dell’amore di Patria?
E’ ciò che occorre sapere – E’ ciò che vogliamo conoscere.
Per intanto quest’Amministrazione Civica, convocata d’urgenza, si accomuna alle generali proteste e rivolge un mesto e caldo saluto alla salma del giovane Giuseppe Semeraro”.
A quello del sindaco, seguì il discorso dell’assessore e giornalista, avv. Nicola De Simone Paladini.
“Signori del Consiglio! Cittadini!
Ripeto a voi quel che questa mattina ho detto nel Comizio degli studenti alla Sala Dante, poiché immutate, anzi aggravate, sono questa sera le condizioni del mio spirito; debbo parlarvi, e vorrei piangere!
Ma è dovere per me che vi parli! Perché è dovere segnare con parola non dubbia il significato della protesta, che il Consiglio del Comune, espressamente riunito, esprimerà nel suo ordine del giorno; ed io parlerò singhiozzando.
Purtroppo i luttuosi avvenimenti, che costernarono Lecce civilissima e mite nel giugno del 1903, si sono oggi rinnovati; e mentre in quel giorno, triste alla memoria ormai fatta lontana, non vi furono vittime, oggi una vittima vi è.
Un giovanetto buono e gentile, appena diciassettenne, che Lecce ospitava per ragioni di studio, che gli studii coltivava con amore nel nostro maggiore Istituto di scienze, mentre con pochi compagni acclamava per le vie – pacifica ed educata espressione di un entusiasmo degno del più alto elogio – alla guerra liberatrice dei fratelli della Venezia Giulia ancor sotto il Governo del bastone austriaco, fu vittima di un atto prepotente.
Segregato in una cella del carcere giudiziario, dopo quasi due giorni dall’arresto, in un momento di supremo sconforto, dolorante per i maltrattamenti, cui fu fatto segno e che autorevoli persone videro, il fanciullo cedette all’impeto degli affetti, che, immane tragedia, dové sconvolgergli lo spirito, e della giovane esistenza fece il supremo rifiuto.
Inchiniamoci innanzi a questa nuova vittima, che viene a segnare un’altra stazione sulla dolorosa salita del Calvario del nostro Riscatto; inchiniamoci a lui, e domani interveniamo tutti in forma ufficiale al corteo di protesta che i suoi compagni, che i suoi maestri preparano.
Ma noi, eletti di popolo, noi abbiamo un altro più grave dovere, che non sia soltanto di sentimento; noi, Amministrazione cittadina, abbiamo il dovere di tutelare il decoro, la pace, la civiltà del nostro paese, noi abbiamo il dovere di insorgere come un solo uomo contro chi queste tre cose care con l’opera sua illegale e inumana volle turbate,
Noi, cittadini di un paese eminentemente ospitale, abbiamo il dovere sacrosanto di tutelare la vita, la libertà ed il diritto della gioventù studiosa che in gran numero accorre anche dalle limitrofe province a questa Madre di studii.
Non i cenci soltanto debbono andare in aria: chi ha fatto il male deve subirne le inevitabili conseguenze, dall’ultimo poliziotto sino a chi è messo assai in alto. Venga, dunque, dal Ministero un’inchiesta, e non per burla, ed appuri sul serio le responsabilità che nel doloroso avvenimento par si mostrino molteplici e gravi. Il paese ha il diritto di sapere chi – pubblica sicurezza, carabinieri, autorità giudiziaria, autorità carceraria, autorità politica – sia stato causa diretta o indiretta, prossima o lontana, dei fatti dolorosissimi: chi ordinò la repressione violenta: chi mantenne l’arresto: chi volle chiuso nella solitudine di una cella un fanciullo debole e malaticcio: chi ve lo dimenticò per questi due giorni: chi alla gioventù studiosa, che domandava soddisfazione, rivolse parole di sfida e di insulto, causando ulteriori violente agitazioni, solo frenate dall’Autorità dei professori.
Noi abbiamo fiducia in S. E. l’on. Salandra, che, pugliese, conosce i segreti dell’anima nostra buona e semplice, che, ministro, ha sempre manifestato sentimenti di correttezza e di giustizia.
Ed a lui supremo moderatore delle pubbliche cose, in quest’ora di grande ansia per l’Italia nostra, l’Amministrazione propone l’invio telegrafico di questo ordine del giorno: ‘Il Consiglio Comunale, interprete del sentimento concorde di tutti i cittadini:
-manda un saluto alla memoria del giovane studente Giuseppe Semeraro, vittima della sua generosa idealità per una più grande Italia;
-deplora l’opera di repressione, indegna pur di altri tempi di tirannide, esercitata su chi manifestava sentimenti di alta italianità;
-invita il Ministero dell’Interno a procedere ad una severa immediata inchiesta contro tutti i responsabili della violenta repressione e del fatto, che è causa di lutto per la cittadinanza;
-delibera di sospendere la seduta in segno di lutto e di protesta, di intervenire domani in forma ufficiale ai funerali della vittima e di far comunicazione telegrafica di quest’ordine del giorno a S. E. l’on. Salandra”.
Fu poi la volta di Francesco Marangi (1864 – 1939), consigliere comunale e consigliere nel Consiglio Provinciale della Terra d’Otranto.
“In alto i cuori, Colleghi del Consiglio, in alto i cuori, Cittadini di Lecce!
Ieri un nostro fratello moriva in Africa, da eroe, per difendere la Patria; oggi un altro fratello nostro, ancora imberbe, muore per aver amato la Patria senza limite e senza compressione dell’animo suo giovinetto!
Vi sono responsabili per l’odierno lutto? Non lo so. Il sentimento vuole trovarli ad ogni costo; la ragione dice: vi saranno, ma trovateli. Io so una cosa: che la giustizia umana sarà implacabile coi rei, se vi sono; penso che la giustizia di Dio sarà pietosa col giovane suicida, con l’anima vergine che giovinezza, speranze, amore, butta in faccia ai vili neutralisti di mestiere, per marchiarli d’infamia e di codardia, e vola al Cielo.
Lacrime alla cara salma benedetta dalla Patria, e che avvolta nel santo tricolore d’Italia dovrebbe passare nell’eternità; compianto per la derelitta famiglia.
A noi l’orgoglio per la nostra razza; a noi la concordia nell’attuale pericolo, la ferrea unione dei cuori e delle braccia nel prossimo cimento. A noi la gloria, la vittoria, il dovere di cogliere i fiori italiani, oltre i confini impostici da chi era più forte, per portarli qui e spargerli sulla tomba recente.
L’ordine del giorno proposto dall’Amministrazione ed illustrato dal Sindaco con la composta solennità che si addice a questa tragica ora, e poi con l’alata e sfolgorante parola dell’avv. De Simone-Paladini, sarà votato dalla minoranza.
Ho il dovere d’informare il Consiglio, per autorizzazione avuta dall’on. Fazzi, che il comm. Gallotti ha assicurato il deputato di Lecce di avere già chieste al Ministero due inchieste: una sul contegno della forza pubblica e l’altra sulla condotta del personale delle carceri”.
Per ultimo intervenne l’assessore, avv. Luigi De Simone.
“Onorevoli Colleghi, v’hanno alcuni fatti, i quali così profondamente commuovono l’anima umana che ciascuno di noi sente il bisogno di tendere all’altro suo fratello le braccia, da reclinare la fronte a confondere con lui le vere sue lacrime.
Perché assai triste, sovrana è la morte se, come ha fatto, ammanta di gramaglie la primavera e compone una cara giovinezza nel prematuro sepolcro.
Se non sono ammirevoli, nell’ora del raccoglimento, le dimostrazioni piazzaiole, delittuosa è per certo l’opera delle falangi poliziesche, che si avventano con lo scudiscio e con la spada contro le innocenti schiere dei nostri giovani, fiori di virtù e di vita, che il suolo fecondo della Patria esprime per l’eterna rinascita e la sua gloria.
Opera delittuosa, dico, della polizia locale, mal guidata e mal condotta dall’autorità governativa, da cui dipende, e che ne è l’unica responsabile.
Non ammiro il suicida. Tuttavia, quella del giovane Semeraro era molto tenera pianta e il fior di quell’intelletto ancor non era del tutto dischiuso, per misurare il limite morale della sua responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi al mondo.
Ed io perdono al disperato gesto del piccolo martire.
Onorevoli colleghi, ai responsabili della grande sciagura diciamo parole roventi di biasimo; sull’urna dell’adolescente spargiamo le lacrime del nostro compianto e, con le nostre preghiere, i fiori, i sempiterni fiori della ricordanza”.
Al termine del discorso la seduta fu sciolta in segno di lutto. In Consiglio Comunale
Durante la commemorazione del Semeraro, parte dei manifestanti continuava a sfilare per le strade della città urlando slogan contro le forze dell’ordine e inneggiando all’Italia. Avvicinatisi alla prefettura, trovarono le strade sbarrate da carabinieri, soldati e polizia. I giovani ricominciarono le grida di protesta e bersagliarono le forze dell’ordine con una fitta sassaiola. Seguirono violenti tafferugli e numerosi arresti tra i giovani studenti e i soldati, che furono curati tempestivamente da alcuni medici e infermieri della Croce Rossa.
(continua)





































































