Per una ridefinizione del canone letterario novecentesco

di  Simone Giuseppe Flocco.

Al centro del film Leibniz – A chronicle of a lost painting, diretto dal veterano Edgar Reitz e presentato alla Berlinale 2025, c’è l’interrogativo che il filosofo tedesco si pone di fronte alla pittrice che deve ritrarlo: è possibile ritrarre un uomo nella sua interezza, racchiudere in un’immagine tutto ciò che egli è?

Da ben prima che il secolo scorso terminasse, i critici letterari italiani si sono affrettati a tentare di organizzarlo, tagliando e cucendogli su misura un canone che ben lo identificasse, che restituisse pienamente ciò che il Novecento italiano è stato in letteratura, definendone avanguardie e ideologie, scuole e movimenti che si sono susseguiti durante i suoi decenni. Ma anche qui, sorge spontaneo il cruccio del Leibniz di Reitz: può un’immagine racchiudere la realtà tutta?

Compito del critico è anche quello di restituire al suo oggetto il proprio posto, collocarlo (o ri-collocarlo) nel territorio a cui appartiene, da cui il tempo o l’incuria hanno provveduto a portarlo via: è quanto tenta di fare Antonio Lucio Giannone con il volume Nelle pieghe del Novecento. Studi sulla letteratura italiana contemporanea (Lecce, Milella 2025, pp. 229), in cui, lungi dal voler “appiattirle”, si addentra nelle pieghe del secolo letterario scorso, cercando di far luce su quei territori lasciati in disparte e colpevolmente marginalizzati dalla critica, ridando lustro ad autori e opere scivolati nell’ombra.

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