Passeggiata in campagna

di Gianluca Virgilio

Oggi non ho voglia di dire come stanno le cose…; esse non stanno né meglio né peggio del solito, ma sono io a non sentirmi nella giusta disposizione di spirito per scriverne. E poi, forse che il titolo di questa rubrica ci deve impedire di lavorare di fantasia, quando si ha voglia? Certamente no. Non siamo mica schiavi delle cose, noi!

Il cielo è grigio e fa freddo in questi primi giorni di marzo. Ma ad aprile, quando qualcuno leggerà le parole che sto scrivendo, la natura sarà già tutta in fiore e il cielo si sarà rasserenato. Allora è meglio, caro lettore, non rimanere in città, dove l’ombra dei palazzi ritarda l’arrivo della primavera, e fare invece una passeggiata in campagna, in bicicletta, in moto, in auto, se non hai di meglio.

Andiamo verso Galatone, senza prendere la strada principale, ma quella secondaria, una via traversa, quella che si parte dalle vicinanze dell’Ospedale di Galatina e, attraversando i fondi, va nella stessa direzione. Ah, che bella passeggiata faremo! La stradina ad una sola corsia per entrambi i sensi di marcia corre parallela alla provinciale, ma mentre questa è un rettilineo di otto chilometri, l’altra è più lunga, e piena di curve, che scansano ora un fondo ora un altro. E’ una stradina medievale che ci parla di lunghe liti nei tribunali e lontani divieti sanciti in sentenze, di cui oggi non sappiamo più nulla, ma che immaginiamo alla svolta immotivata della strada, quando improvvisamente tocca decelerare per non finire tra gli olivi. Che differenza rispetto alla strada maestra, un vero e proprio rettifilo aperto da una suprema invincibile moderna volontà! Noi faremo un paio di chilometri in più – del resto, quando si fa una passeggiata, non si sta lì a guardare il contachilometri -, ma in compenso ogni tratto spezzato da una curva piuttosto stretta ci manderà l’eco di caparbi desideri di non veder toccata la proprietà, di antiche discussioni, di faticosi compromessi, di vittorie e di sconfitte, di mille aggiustamenti seguiti a mille tentennamenti, di cui i muretti a secco perlopiù sfatti, a stento visibili tra i rovi, conservano il ricordo. Una quercia, all’angolo d’una giravolta, è il segno d’una decisione presa in modo irrevocabile, l’indicazione d’un confine invalicabile, la fine di ogni discussione. Se ci fermassimo per qualche minuto alla sua ombra, sentiremmo quale fremito ancora promanano le sue ombre virenti!

Una grande quercia sembra un guardiano di greggi e certo fa la guardia al bosco d’olivi, entro cui qualche nuovo arricchito ha costruito il suo castelletto privato appena visibile dalla strada. Lo vede bene la gazza che vola alta al nostro passaggio e va a posarsi nel folto del fogliame. Peccato che qualcuno usi questa strada per smaltire copertoni d’auto – ma ve ne sono anche di camion e persino di trattore -; noi non ci facciamo caso, perché oggi non è tempo di dire le cose come stanno…, e dunque procediamo tra pruni in fiore e cespugli di mortella che costeggiano la strada, oltre i quali si aprono i campi d’ortaggi, di cui la città è ghiotta, e i seminativi tinti del rosso dei papaveri e del giallo delle margherite, ondeggianti sotto la brezza d’aprile, e gli oliveti che rinverdiscono dopo aver patito una feroce potatura invernale. A destra, in lontananza, vediamo la masseria Latronica, che tanti buoni prodotti consegna ai nostri alimentari, e, accanto, un poggio, su cui qualcuno ha fatto allestire un parco giochi per bambini: non avviciniamoci, perché sarebbe penoso vedere le altalene arrugginite, gli scivoli inghiottiti dalle erbacce e gli alberi di bella vista intristititi e seccati per l’incuria dell’uomo che li piantò. Non di questo oggi dobbiamo interessarci, ma della bella natura in fiore che ci circonda d’ogni parte; che ci importa sapere che il poggio dietro la Latronica non è un antico tumulo funerario né contiene i resti di una città sepolta, ma una grande discarica, e nessuno sa che cosa ci sia dentro? Ma noi volgiamo lo sguardo a sinistra perché non ci sfugga la visione futurista d’una mandria d’alti tralicci che formano la centrale elettrica più grande della zona, senza la quale molti paesi rimarrebbero al buio. Poi, tiriamo dritto. Pochi metri, ed eccoci di nuovo nel folto del bosco d’olivi. Nei giorni d’aprile il sottobosco è una distesa fiorita multicolore, la cui fragranza ti raggiunge sulla strada e ti accompagna, facendoti dimenticare le cose brutte del mondo, se le vedi, e i tuoi problemi, se ne hai. A questo servono i fiori, a questo i profumi. Procediamo ancora: è bello vedere al pascolo pecore e capre, ma insolito è vedere un recinto entro il quale qualcuno alleva asini, da cui si dice che venga un buon latte anche per gli umani. Arrivati verso Tabelle, qua e là le case dei cittadini-contadini si fanno più numerose. Spesso sorgono accostate a vecchi pajari o di fianco a casali abbandonati che non conveniva più ristrutturare; come pure rimangono abbandonate venerande edicole votive, sbrecciate, cadenti, che custodiscono icone di madonne e di santi ormai appena visibili. Noi giungeremo poco più in là, prima di fare ritorno a casa, fin sopra un ponticello che s’inarca leggermente sul Canale dell’Asso, da dove vedremo le acque, correnti anche d’agosto. Fermiamoci qui, e guardiamo in basso e non pensiamo più a niente, neppure a come stanno le cose. Stupiamoci se una ranocchia salta in acqua e nuota fino a sparire sotto una foglia o se, al nostro arrivo, un uccello s’infrasca nel canneto. Da secoli la masseria Doganieri guarda questo fluire delle cose e sorveglia il vigneto e il bestiame. Qui un pittore potrebbe aprire il cavalletto e dipingere una bella veduta. E sia che l’ultima opera di restauro abbia dato come risultato un ingresso hollywoodiano alla masseria: vedere per credere!

(2014)

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