Lettera 44 46. Soltanto quello che si apprende nei libri rimane nel tempo

di Antonio Errico

Da un’indagine condotta da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori su un campione di 463 docenti di 34 università italiane, risulta, in sintesi, che la maggioranza degli studenti prepara gli esami utilizzando slide, appunti, dispense, sbobine, riassunti generati dagli algoritmi. Soltanto il 17% usa i testi di carta previsti dal corso. La conseguenza immediata e inevitabile, dicono i docenti,  è il tracollo della qualità dell’apprendimento, la fragilità della conoscenza, la ridotta capacità di analisi e di ragionamento critico, una preparazione nozionistica e superficiale, la difficoltà di collegare tra loro argomenti diversi, la scarsa comprensione dei concetti di base della materia.

Forse il motivo sostanziale della conseguenza consiste nella circostanza che soltanto il libro di carta consente di scendere nelle profondità dei significati, di ritornare sui concetti, di confrontare testi diversi. Per secoli è stato così; è ancora così. Come sarà domani non si può sapere. Forse s’inventeranno dispositivi che non riusciamo neppure a immaginare. O forse aveva ragione Umberto Eco quando diceva che il libro è come il cucchiaio, il martello, le forbici, la ruota, che una volta inventati non si può fare di meglio.

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Il viaggio dell’avventura: Odisseo

di Pietro Giannini


Testa di Ulisse rinvenuta nella Villa di Tiberio a Sperlonga

Il proemio dell’Odissea ci offre, subito all’inizio del poema, gli elementi essenziali per collocare nella giusta luce Odisseo e il suo viaggio. Ecco dunque i primi versi nella traduzione di Privitera[1]:

«Narrami, Musa, dell’eroe multiforme, che tanto

vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia;

di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,

molti dolori patì sul mare nell’animo suo

per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni».

Odisseo è qui caratterizzato come «multiforme» e «distruttore di Troia». Il primo epiteto, πολύτροπος, non è che un sinonimo dei più frequenti πολύμητις, πολύφρων, πολυμήχανος[2], ποικιλομήτης, suoi attributi già nell’Iliade, che fanno riferimento alla sua capacità di “trovare espedienti”. La seconda definizione sviluppa il concetto insito in un’altra qualità a lui pertinente, πτολίπορθος. In verità le due caratteristiche non sono sconnesse tra loro, se è vero che è stata la sua μῆτις a suggerire ai Greci l’inganno del cavallo di legno che ha consentito la conquista e la distruzione della città.

Ma nei versi citati si parla anche del viaggio di Odisseo: «tanto vagò […] di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, molti dolori patì sul mare nell’animo suo per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni».

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Manco p’a capa 332. Festival della Scienza: poca ecologia. E il mare?

di Ferdinando Boero


Lo scorso anno ho tenuto una lectio magistralis al Festival della Scienza di Genova. Quest’anno non potevo essere invitato, per la politica di turnazione degli ospiti. Lo preciso subito: trovo giusto che si eviti che parlino sempre gli stessi. Vorrei invece riflettere su quali scienze trovino spazio in una manifestazione che si propone di raccontare il mondo attraverso la scienza.

Ho esaminato con attenzione titoli e relatori del programma 2026. Fisica, chimica, matematica, tecnologia, biologia strutturale, intelligenza artificiale e medicina sono ben rappresentate. Ho trovato poco nel campo dell’ecologia e delle scienze del mare. Qualcosa compare in mostre, laboratori e iniziative collaterali, ma nelle conferenze non compaiono il funzionamento degli ecosistemi e l’Oceano.
Eppure Genova deve tutto al mare. E le giovani generazioni hanno molto a cuore la crisi ambientale e le prospettive verso cui stiamo andando. Se l’interesse non manca, forse manca la capacità di trasformarlo in curiosità scientifica, di passare dalla denuncia alla comprensione.

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Lo stato dell’arte 10. “Un enterrement à Ornans” e “L’atelier du peintre”, storia e attualità di due dipinti di G. Courbet: tra realismo europeo e volontà di “creare arte vivente”

di Massimo Galiotta

fig.1 G. Courbet enterrement fase di restauro – Ph. M. Galiotta.

Contesto storico. A partire dalla primavera 2025 il Musée d’Orsay ha avviato i lavori di restauro di un dipinto fondamentale per le future sorti del realismo europeo. Per alcuni, ma la posizione è decisamente corretta, Un enterrement à Ornans (Un funerale a Ornans, 1849-1850) è stato il funerale del Romanticismo: un dipinto “troppo vero”. Del resto il Realismo, nato in Francia, sin dal 1840, si proponeva “di documentare la realtà senza giudizio soggettivo”; un movimento artistico-letterario che aveva le sue radici nel Positivismo, animato invece dall’estrema fiducia nel progresso raggiunto dall’umanità con la prima e soprattutto la seconda rivoluzione industriale. I realisti, dunque, abbandonano i soggetti storici e letterari – ripresi poi dai preraffaelliti inglesi – e si dedicano prevalentemente agli aspetti sociali, concentrandosi sulle problematiche della società contemporanea, come le tematiche legate al lavoro e allo sfruttamento della manodopera che ne derivava: una “rappresentazione oggettiva della realtà che andava resa così com’era, senza idealizzazioni o interpretazioni”, in pieno contrasto per esempio con gli orientalismi della pittura di moda (morellismo e fortunysmo sono l’esempio di quanto accadeva per esempio a Napoli, e non solo, negli anni appena successivi).

Sin dal 1855, il movimento figurativo realista iniziò dunque ad attecchire nell’Europa industrializzata, prima in Francia e in Inghilterra, poi Germania e anche in Italia: il motto per tutti era “fare dell’arte vivente”, come del resto aveva affermato proprio Courbet in occasione del suo “Pavillon du Réalisme” di quell’anno, allestito a sue spese come segno dell’evidente disappunto per essere stato escluso dalla prima Exposition Universelle di Parigi. In realtà, nella narrazione di “Histoire d’un enterrement à Ornans”, è raffigurata la sepoltura a terra delle spoglie di un concittadino del pittore: un fatto realmente accaduto a cui Courbet prese parte.

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Attività in Crusca 6. Via l’italiano dall’università? E se scoprissimo che funziona meglio dell’inglese?

di Rosario Coluccia

Un articolo di Renato Mazzoncini, apparso sul “Corriere della Sera” del 18 agosto, avanza proposte per favorire l’ingresso nel nostro Paese di un’immigrazione qualificata: per un reale mercato unico europeo “occorre rimuovere barriere burocratiche, fiscali e linguistiche”. Tra le proposte avanzate (semplificare i visti, legalizzare i documenti di studio esteri e la conversione dei titoli, incrementare gli studentati per fuori sede, ecc.) una riguarda esplicitamente l’università e le istituzioni che si occupano di questioni linguistiche (come l’Accademia della Crusca): “costruire un’offerta molto più ampia di corsi, anche triennali, interamente in lingua inglese”.

Non si tratta di una proposta nuova (ad essa ha prontamente replicato Michele Gazzola in una “Opinione” apparsa sull’edizione online dello stesso “Corriere” il 21 agosto [www.corriere.it/opinioni], mettendone in luce molti aspetti problematici): l’istituzione di corsi interamente in lingua inglese rimonta agli anni dieci di questo secolo, ve ne sono in molte università e, per dirla tutta, non hanno generato un aumento consistente delle iscrizioni di studenti stranieri nelle nostre università, come del resto le statistiche fornite dallo stesso Mazzoncini testimoniano in maniera inequivocabile; sono stati tenuti, nella loro stragrande maggioranza, da docenti italiani anche a studenti italiani, che avrebbero potuto comunicare tra loro (con miglior profitto) in italiano. Da subito apparve evidente il rischio connesso alla sostanziale, progressiva espulsione dell’italiano dall’università (questa è la conseguenza), in corsi (che magari parlano di Dante o di Montale, di Caravaggio o di Verdi o di Luchino Visconti, di Balzac o di Kant) rivolti agli studenti stranieri e obbligatoriamente frequentati anche da studenti italiani, tutti danneggiati dall’erogazione in inglese che appiattisce i contenuti (come si vedrà dopo).

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Inchiostri 192. Neri Pozza: “Profilo di Vicenza”

di Antonio Devicienti

Nel 1973 Neri Pozza eseguiva questa incisione dedicata alla città che amava; in quel decennio non si era ancora imposto nella lingua italiana il vocabolo “skyline” che, assieme ad altre decine di vocaboli ed espressioni anglosassoni, ha colonizzato il lessico italiano contemporaneo, devastandolo –

Neri Pozza intitola l’incisione “Profilo di Vicenza” ricorrendo a un vocabolo (bellissimo) che fa pensare anche al profilo di un volto umano, dichiarando così l’amore incondizionato per la sua città che, per lui, era organismo vivente e pensante. Le sue sculture, le sue incisioni, la Casa Editrice, i suoi libri sono un unico atto d’amore per la libertà, per la bellezza, per il pensiero. Ed è per questo che, percorrendo e ripercorrendo il profilo di Vicenza, nel delicato alternarsi e dialogare di neri e di grigi, di volumi e di spazi prende forma la parola contemplazione.

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L’insegnante non è un intrattenitore

di Gianluca Conte

Da qualche anno a questa parte si sente ripetere con sempre più insistenza – un po’ dappertutto – che l’insegnante, per essere bravo, debba «catturare l’attenzione», «coinvolgere», «rendere accattivante» la propria materia e le proprie lezioni. Tra i più attivi sostenitori di questo paradigma, troviamo gli esperti delle pedagogie attive e del constructivism – eccolo là, l’immancabile termine inglese, il primo di una lunga serie! – che si rifanno a modelli centrati sullo studente, i celeberrimi student-centered learning (come se i modelli cosiddetti «tradizionali» non tenessero già conto della centralità del discente!); gli specialisti dell’EdTech e del mondo digitale, cioè imprenditori, sviluppatori di software educativi ed esperti di tecnologie per la didattica; divulgatori scientifici e culturali, figure che lavorano a contatto con il grande pubblico e sostengono che la complessità dei concetti debba essere veicolata attraverso strumenti come lo storytelling; insomma, promotori di modelli didattici meno nozionistici e, almeno in teoria, più vicini alle esigenze delle nuove generazioni; una prassi, dunque, che tenderebbe a ridurre la percezione dello sforzo mnemonico «fine a se stesso» a favore di una «comprensione» (le virgolette sono d’obbligo) esperienziale e gratificante, costruita su aneddoti ed empatia, gioco e persuasione, qualcosa che possa ovviare alla presunta rigidità del linguaggio accademico tradizionale.

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Michela Marzano: abbandonare l’ottica della prestazione

di Adele Errico

Esserci senza invadere, restare accanto senza soffocare. È la complicatissima arte di relazionarsi con gli adolescenti. La capacità di esserci, di far percepire la propria presenza. Tuttavia senza imporsi, senza cercare di condizionare una visione del mondo. Nel suo ultimo libro, La sofferenza che non parla. Adolescenti, adulti e il coraggio dell’ascolto (Laterza 2026), Michela Marzano indaga la complessità dell’adolescenza non solo come stagione da attraversare, da superare, dalla quale uscire vivi, ma, soprattutto, come tempo nel quale imparare a stare. Stare è il verbo della fissità, dell’immobilità. E spesso la fissità provoca impazienza, frustrazione, insofferenza. Ma non si possono costruire relazioni senza la capacità di stare. E allora per tutti gli adulti che vogliano costruire una relazione con un adolescente è necessario imparare a stare. Anche in silenzio. Perché non solo con le parole si può comunicare.

Questa sera, ore 19.30, presso la Libreria Laterza di Bari, Marzano presenterà il suo ultimo saggio in dialogo con Alessandro Laterza. Michela Marzano, scrittrice e filosofa, è professoressa ordinaria di Filosofia morale e preside della Facoltà di Scienze umane e sociali all’Université Paris Cité.

“Michela Marzano, negli adolescenti la sofferenza è spesso silenziosa. Cosa si nasconde in questo silenzio?”

“Nel silenzio non si nasconde necessariamente qualcosa che l’adolescente non vuole dire. Spesso c’è qualcosa che non riesce ancora a dire. La sofferenza arriva prima delle parole: può essere confusa, contraddittoria, persino incomprensibile per chi la prova. E allora passa attraverso il corpo, il ritiro, l’irritabilità, un “non lo so” ripetuto ostinatamente. L’errore degli adulti è pensare che quel silenzio sia un vuoto da riempire o un segreto da strappare”.

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Presentazione di Gerardo Trisolino, Rosario Jurlaro intellettuale eclettico della civiltà contadina – Mesagne, 29 ottobre 2026

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Brunetto Latini: il ruolo storico-culturale del maestro di Dante

di Antonio Montefusco

È sicuramente significativo che uno spostamento di giudizio su Brunetto Latini si realizzò in un saggio del 1964 di Hans Robert Jauss sulla letteratura allegorica medievale. Si capì, nel quadro di una visione a lunga campata, che la categoria di “compilatore” stava molto stretta al notaio fiorentino, fatto oggetto nella sua città di una sorta di devozione laica nelle parole del Villani, il grande storico del Trecento, che lo indicò come il filosofo capace di «digrossare» i suoi concittadini – che era come dire farli uscire da una condizione selvaggia verso la civiltà. Non è un mezzobusto da poco, se riferito a Firenze, metropoli cruciale e attraente del Medioevo uscente. D’altronde, Jauss, che per un malinteso culturale è talvolta inserito in un pantheon materialista o sociologico, tentò con i suoi studi di raggiungere un difficile ma tutto sommato riuscito equilibrio tra studi sulla ricezione e giudizio estetico; il romanista ebreo Richards ha dimostrato il nucleo oscuro di tale equilibrio (Jauss ebbe, e nascose, un passato di criminale nelle fila delle SS) ma sicuramente è stato il primo a porre sul tavolo il problema principale dello slancio didattico e del progetto intellettuale di Brunetto: il suo pubblico cittadino italiano.

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Mitologie del Sud. Cartografia poetica di Vittorio Pagano, a cura di Simone Giorgino

In libreria
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Manuele Comneno fra Bisanzio e la Puglia. La vita, le imprese, le donne (parte seconda)

di Paolo Vincenti


Manuele Comneno

(continuazione)

IL MATRIMONIO CON BERTA

     Giovanni Comneno, nel 1136, stabilì che Manuele contraesse matrimonio con Costanza d’Antiochia, figlia di Boemondo II e nipote del principe di Antiochia, Boemondo I[1]. In realtà il matrimonio non si fece perché Costanza fu data in sposa a Raimondo di Poitiers, figlio del duca Guglielmo IX d’Aquitania, vanificando i progetti di Giovanni che erano quelli di riprendere il controllo di Antiochia grazie al matrimonio dinastico, sicché l’anno successivo il Comneno conquistò militarmente Antiochia in margine alla sua vittoriosa campagna in Cilicia[2].

     Giovanni, dimostrandosi meno ostile nei confronti del regno normanno, in un primo momento progettò un matrimonio dinastico che coinvolgesse il regno di Sicilia, che però naufragò. L’Imperatore dunque si rivolse all’Impero tedesco e si delineò così la realizzazione del matrimonio del figlio Manuele con Berta di Sulzbach (1110-1159), cognata di Corrado III[3]. Berta era figlia di Berengario II, conte di Sulzbach e di Adelaide di Dießen-Wolfratshausen. Sua sorella, Gertrude di Sulzbach, era la moglie di Corrado. Un’altra sorella, Luitgarda, si sposò con il conte di Lovanio e duca di Bassa Lorena Goffredo II, mentre l’altra sorella, Matilda, andò sposa al margravio d’Istria, di Carniola e di Toscana Enghelberto III di Sponheim[4].

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Il rapporto tra la duchessa d’Alba e Francisco Goya tra profonda amicizia e mitizzata storia d’amore

di Rocco Orlando

     La XIII duchessa d’Alba era figlia di Francisco de Paula de Silva y Alvarez de Toledo, futuro duca d’Alba, e di Marianna de Silva-Bazan y Sarmiento; era figlia unica e suo padre morì a 37 anni, prima di poter ereditare il ducato, motivo per cui lei ricevette i titoli direttamente da suo nonno paterno. La bambina, avendo solo 8 anni, fu cresciuta dal nonno paterno Fernando de Silva y Alvarez de Toledo, XII duca d’Alba, alla cui morte nel 1776 la nipote ereditò  ufficialmente l’intera sfarzosa casa d’Alba.

     La duchessa d’Alba era chiamata così perché deteneva il titolo di duchessa d’Alba de Tormes, uno dei feudi e titoli nobiliari più antichi, prestigiosi e importanti di Spagna. Il titolo fu originariamente creato nel XV secolo dal re Enrico IV di Castiglia e concesso a Garcia Alvarez de Toledo, già conte della città di Alba de Tormes; da quel momento il capo della casa assunse il titolo di duca o duchessa d’Alba che era il titolo principale e di rango più elevato. Cayetana era a capo della Casa d’Alba, una delle famiglie aristocratiche più potenti e ricche d’Europa. Il suo futuro marito nacque il 16 luglio 1756 sempre a Madrid. Maria Teresa Cayetana de Silva si sposò nel 1775. Il matrimonio fu concordato quando lei aveva 11 anni, ma fu celebrato ufficialmente a Madrid l’anno successivo a soli 13 anni. Suo marito era il cugino José Maria Alvarez de Toledo; con questo matrimonio i due divennero la coppia più ricca e blasonata di tutta la Spagna dell’epoca.

     L’incontro con il pittore Goya, nato nel 1746, avvenne nel 1795: questi  era diventato un celebre ritrattista e direttore della  scuola di pittura della Reale Accademia, e aveva dipinto molte tele per i reali spagnoli ma ripresi sempre singolarmente; nel maggio del  1800 il re Carlo IV gli commissionò una tela “La famiglia di Carlo IV”, opera che ritrae più componenti della famiglia reale e che fu terminata nel giugno 1801.

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Le ali del coraggio (tavola rotonda) – Galatina, 27 Ottobre 2026

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Brasile alle urne: l’ennesima svolta a destra?

di Benedetta Vincenti

Opposition presidential candidate Flavio Bolsonaro waves to supporters during a campaign rally a day ahead of the country’s general election, in Campo Grande, Rio de Janeiro state, Saturday, Oct. 3, 2026. (AP Photo/Bruna Prado)

Il 4 ottobre, Flávio Bolsonaro ha ottenuto il 47% dei voti alle elezioni presidenziali brasiliane, che culmineranno nel ballottaggio del 25 ottobre.

A seguito del risultato elettorale del primo turno, il candidato presidenziale figlio dell’ex Presidente di estrema destra Jair Bolsonaro ha subito dichiarato che la fine del Partido dos Trabalhadores (PT) dell’ormai ottantunenne Luiz Inácio Lula da Silva è vicina e che la fiducia conferitagli dai brasiliani indica chiaramente che il Paese vuole un cambio netto.

Il profilo di Flávio Bolsonaro

Flávio Bolsonaro, avvocato ed imprenditore quarantacinquenne, appartiene al Partido Liberal (PL) ed è conosciuto con il soprannome “01” in quanto figlio maggiore, a cui seguono i fratelli con i numeri “02”, “03” e “04”. Considerato più moderato del padre, Flávio mantiene la vicinanza a Washington, facendo della sicurezza e della lotta alla criminalità alcuni dei temi più rilevanti e avvalendosi del sostegno dei settori evangelici che, seppur minoritari fino a qualche tempo fa, stanno ricavando sempre più spazio all’interno della società brasiliana. Durante la sua campagna, ha spesso invocato Dio e fatto riferimento al padre, promettendo una riduzione delle imposte, una minore presenza dello Stato e la messa in atto di svariate misure securitarie[1], sulla scia di Hayib Bukele in El Salvador.

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1898: la questione della carenza e del notevole aumento del prezzo del pane nei Comuni del Leccese e i provvedimenti dei sindaci

di Roberto Orlando


     Il malcontento popolare che, alla fine dell’Ottocento, investì in particolare i Comuni Del Mezzogiorno e del Salento leccese per l’aumento dei beni di prima necessità, soprattutto delle farine e del pane, va inserito nel più vasto contesto della profonda crisi socio-economica e politica nazionale di fine secolo. Tale crisi nel Meridione, la cui economia si basava quasi esclusivamente sull’agricoltura, era principalmente determinata dalla mancata distribuzione ai contadini delle terre del demanio e dei latifondi, dalla guerra doganale con la Francia, che interruppe l’importazione del vino da taglio italiano, dalla diffusione della mosca olearia che ridusse notevolmente la produzione di olive, dalla forte diminuzione del prezzo dell’olio sui mercati internazionali, provocando il crollo non solo dell’agricoltura, ma anche delle attività artigianali e commerciali ad essa collegate e la crescente crisi occupazionale e il progressivo impoverimento di ampi strati della popolazione.

     Il tale contesto nacquero e si svilupparono le prime organizzazione contadine e operaie, con le Leghe, e politiche con i partiti dell’estrema sinistra, socialisti in particolare. Tali presenze contribuirono ad instaurare una serie di conflitti sociali e politici: molta parte del popolo vedeva negli amministratori locali come i referenti dell’odiato governo centrale.

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I resti di Babele 83. La letteratura salentina dopo Babele: una lingua per il presente

di Antonio Errico

Il Novecento è passato. Ma quel secolo ce l’abbiamo tutti addosso, tutti dentro. Anche chi è nato nel secolo che corre, perché dal Novecento provengono le storie più profonde, quelle che hanno conformato la memoria, il modo di pensare il presente, di immaginare il futuro. Anche la letteratura che si pensa e si elabora qui, in Salento, si confronta, sostanzialmente, con le passioni del Novecento, con le sue storie complesse, complicate, con i suoi interrogativi che bruciavano – che bruciano ancora -, con gli eccessi, le malinconie, gli entusiasmi, le delusioni, gli equivoci, gli enigmi, i fraintendimenti, le contraddizioni. Le espressioni e le forme  del secolo si sono costitute come soglia sulla quale soffermarsi per osservare gli accadimenti del presente o per indagare il passato, che resta un universo di riferimento.

Intanto il Salento ha cambiato e cambia costantemente – alle volte tumultuosamente, vertiginosamente –  la sua fisionomia, il modo di confrontarsi con se stesso, con l’Europa, con il Mediterraneo. Cambiano i suoi paesi, le sue città, le esistenze di coloro che abitano i paesi e le città, di coloro che vi giungono, di coloro che se ne vanno.

Intanto cambiano le generazioni, le esigenze, le urgenze, le visioni, i riti. Cambiano i riferimenti e le categorie di interpretazione dei fatti e dei fenomeni. Cambiano i simboli, le metafore, le rappresentazioni.  I segni del presente sono non di rado difficilmente decifrabili. Le mutazioni si sono portate dietro e dentro nuovi linguaggi, che poesia e narrativa stanno cercando di elaborare, spesso con difficoltà.

Si sa che la letteratura non può, e quindi non deve, riproporre i linguaggi ordinari. Deve rielaborarli in linguaggi propri, specifici, particolari, che significano e dicono il tempo ma svincolandosi dal tempo in modo da poter durare oltre.

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Pasquale Guaragnella, Illuministi meridionali – Galatina, 23 ottobre 2026

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Sei un porco!

di Paolo Vincenti

     In questi giorni si svolge ad Ortelle una delle più antiche fiere di Terra d’Otranto, forse la più antica, la Fiera del Maiale, che si tiene in concomitanza con la Festa di San Vito, protettore del piccolo centro salentino, a due passi dal mare di Santa Cesaria e Castro. La Fiera del Maiale è attestata da alcuni siti on line fin dal 1542 nell’Inventario dei luoghi e casali dell’antica Contea di Castro. In realtà di questo documento c’è traccia[1]. Il Conte di Castro volle istituire questa fiera dove poter esporre tutti i prodotti tipici dell’economia locale, favorendo gli scambi commerciali fra le due sponde dell’Adriatico. Alla fiera convenivano allevatori e commercianti da ogni dove, per esporre la propria mercanzia. Si faceva una grande festa in campagna e il maiale appena scannato veniva servito a tutti i convitati che mangiavano, bevevano e facevano baldoria fino al mattino, cantando e ballando, in un’atmosfera di amicizia. Quella delle fiere, le antiche platee, diventava una zona franca in cui classi sociali ed etnie molto diverse fra loro (pensiamo alla storica rivalità fra contadini salentini e zingari, ai quali venivano imputati ogni sorta di crimini e misfatti) convivevano pacificamente[2]. Gli anziani del paese riferiscono che di generazione in generazione, la quarta domenica di Ottobre ad Ortelle è stata sempre dedicata a questa festa che rappresentava un eccezionale momento di scambio commerciale dei raccolti- sementi, legumi, fichi secchi, lupini, ecc.-, ma anche dei prodotti dell’estate appena trascorsa, come zucchine, peperoni, melanzane, che venivano conservati sott’olio o seccati al sole, quali provviste per l’inverno.

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Il Cenacolo “Amici di Giuseppe De Dominicis” di Cavallino e la poesia vernacolare

Ristampa anastatica delle poesie di Giuseppe De Dominicis (Capitan Black)

di Maurizio Nocera

Già il Presidente di APSEC Pompeo Maritati, in occasione della ristampa anastatica de Le poesie di Giuseppe De Dominicis (Capitano Black) (Editrice Salentina, gennaio 2020, pp. 506), aveva pubblicato su «Pensiero Mediterraneo» una recensione, nella quale sottolineava l’esistenza di

«un patrimonio ritrovato grazie al Cenacolo “Amici di Giuseppe De Dominicis”, nel 150° anniversario della nascita» rimarcando che si tratta di «un momento di grande rilievo nella storia culturale del Salento. La raccolta, che riunisce le opere più significative del poeta di Cavallino, nasce dall’esigenza di dare organicità e dignità letteraria a un corpus che per decenni era rimasto affidato alla tradizione orale. De Dominicis, vissuto tra il 1869 e il 1905, fu un autore capace di trasformare il dialetto leccese in lingua poetica autonoma, esprimendo con forza, satira sociale, lirismo amoroso ed epica civile. La sua voce, conosciuta con lo pseudonimo di Capitano Black, ha rappresentato per il popolo salentino un punto di riferimento, un modo di riconoscersi e di raccontarsi attraverso la poesia. […] Il Cenacolo ha ridato vita alla raccolta già pubblicata nel lontano 1926 a cura di Francesco D’Elia, contenente testi come Scrasce e gesurmini, Nfiernu, Canti de l’autra vita, Martiri de Otràntu e Spudhiculature, restituendo al pubblico un patrimonio che rischiava di disperdersi. Non si tratta soltanto di un’operazione editoriale, ma di un gesto culturale e civile: riaffermare il valore del dialetto come lingua letteraria e rendere accessibile a nuove generazioni la voce di un autore che appartiene alla memoria collettiva del Salento./ Il volume si configura dunque come un ponte tra oralità e memoria, tra tradizione popolare e riconoscimento accademico.

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