di Paolo Vincenti

“Non lo so ancora, sto così, fra color che son sospesi”. Utilizziamo spesso questa espressione nel linguaggio quotidiano per indicare una situazione personale di indecisione o, ancor più, di mancanza di certezze, di attesa di conferme. L’espressione deriva dai versi danteschi “gente di molto valore conobbi che in quel limbo eran sospesi”. Si tratta dei versi 44-45 del IV Canto dell’Inferno, in cui si parla proprio del Limbo, il luogo dell’anti Inferno in cui Dante confina tutti coloro che sono vissuti in epoche precristiane e non hanno potuto essere illuminati dalla luce della Grazia; non tutti in realtà, perché anche nei tempi antichi esistevano “anime prave” destinate quindi alla dannazione eterna, ma solo gli “spiriti magni”, ossia quegli illustri personaggi, dotti, poeti, scienziati, benefattori, che, proprio come Virgilio, la guida di Dante nel cammino ultraterreno, – “Oh tu che onori scienza e arte”, dice poco appresso al suo mentore (v. 73) -, sono vissuti ai tempi de “gli dei falsi e bugiardi”. Non per loro colpa, certo. Tuttavia, una implacabile giustizia divina li ha condannati a quel luogo dell’Inferno, il Limbo, in cui essi non scontano una pena ma non hanno nemmeno la speranza di potere ascendere al Cielo. Restano così, sospesi, come “coloro che non hanno d’alcuna cosa perfezione e stanno fra il sì e il no, incerti d’ognuno…non hanno pene né allegrezze, e non sono del tutto disperati e non hanno speranza alcuna…”, spiega l’anonimo commentatore[1]. Il dolore di Dante è forte di fronte al destino di quegli alti esempi, costretti da una infallibile giustizia a quella condizione “ibrida”, che non è dolore e non è gioia, forse per questo ancor peggiore. La coscienza del Vate sembra quasi ribellarsi, certo egli è mosso a compassione nei confronti degli abitanti del Limbo; ma se non è pietà la sua, è certamente perplessità della ragione perché, come spiega Sapegno, Dante, consapevole della finitezza della ragione umana, quindi dei suoi limiti nell’afferrare il disegno divino, non può che arrendersi di fronte ad un mistero così indissolubile, il dogma.

























































































