Rosso Adriatico. Il delitto della lamia (decima puntata)

di Ettore Catalano

[Per gentile concessione dell’Editore, che qui ringraziamo, pubblichiamo il romanzo noir di Ettore Catalano, Rosso Adriatico. Il delitto della lamia, Progedit, Bari 2018 (seconda edizione 2019)]

(continuazione)

Ventuno

Quando troppe domande si affollavano nella mia mente, mi piaceva ricorrere allo stratagemma mentale della “distrazione”: mi allontanavo dal problema, mi dedicavo ad altro e poi, con una regolarità che mi faceva non di rado bestemmiare, il problema si ripresentava al mio pensiero, ma accompagnato dalla soluzione, quasi sempre talmente semplice; eppure, come si sa, nulla è più insondabile della superficie, come insegnavano i narratori umo-ristici del calibro di Flaiano, Savinio e Campanile, cui era man­cata la propensione italiana alla “tragedia” per poter diventare davvero grandi nel mondo delle lettere.

Messo di fronte al suicidio del professor Carbone, non mi sembrava di poter più scorgere piste da percorrere, indizi da in­tercettare e interpretare, nulla che potesse condurmi all’esecuto-re materiale del delitto della lamia, nulla che potesse mettermi sulle tracce del misterioso numero due, ancora più importante ora che Cumescu si trovava chiuso nel carcere di Bucarest, col­pito da una rogatoria della magistratura italiana come sospettato dell’uccisione di Kostellari.

Liquidate alcune pratiche burocratiche nei cui confronti fa­cevo mio il fastidio di Salvo Montalbano, decisi di uscire dall’uf-ficio e di scendere verso Villanova, magari per andare in qualche ristorantino di pesce a gustarmi le delizie di un Adriatico sempre più minacciato dalle speculazioni internazionali e per questo sempre più amato con la forza quasi della disperazione.

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Pooh, la colonna sonora della vita degli italiani

Storie all’ombra

di Antonio Errico

Probabilmente in Italia ci sarà pure qualcuno che nella sua vita non ha mai cantato, nemmeno una volta, che non ha mai accennato, sottovoce, fra sé e sé, “non restare chiuso qui, pensiero”. Ma non è fuor di luogo nutrire qualche dubbio. Se qualcuno dovesse rispondere senza pensarci molto che no, lui/lei non l’ha mai cantato, mi permetto di chiedere di ripensarci, perché di sicuro l’ha cantato anche se forse  lo ha dimenticato. Una volta sola l’ha cantato, lo ha accennato, sottovoce. Perché i Pooh sono stati la colonna sonora ininterrotta della vita degli italiani negli ultimi cinquant’anni e anche di più. Hanno attraversato storie, trasformazioni, generazioni, le stagioni dell’impegno ad ogni costo, quelle dell’effimero comunque. Mentre gli altri arrivavano e andavano, loro restavano al di sopra di ogni genere e di ogni moda. Non sono mai diventati un fenomeno da revival, mai un simbolo di come eravamo, non hanno mai indossato il mantello di cavalieri della nostalgia.  Mai una canzone sbagliata, anche se ciascuno ne ha una alla quale è particolarmente affezionato. Se mi si domandasse  qual è la mia, non avrei nessuna esitazione a rispondere “Eleonora, mia madre”. Un capolavoro. Quella che comincia  così: “Tra le cose vecchie quel vestito lungo dei vent’anni tuoi/come allora bello coi merletti non più bianchi per l’età”. Testo: Stefano D’Orazio; musica: Roby Facchinetti; voci soliste: Red Canzian, Roby Facchinetti. Non credo che ci sia qualcuno che non la conosca. E’ una delle più belle poesie della letteratura italiana del Novecento.

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Saggezza e sogno utopico degli Illuministi meridionali nell’opera critica di Pasquale Guaragnella

Per gli ottant’anni del professor Pasquale Guaragnella

di Gianluca Virgilio

Accingendomi a recensire l’ultima opera, e possiamo dire l’opera della piena maturità, di Pasquale Guaragnella, mi dico subito che non basterà esporne il contenuto, il che di norma in una recensione può darsi solo per cenni più o meno ampi, ma sarà necessario cercare qual sia il pensiero dell’autore, quale intenzione lo abbia indotto a dedicarvi molto tempo della propria vita intellettuale; un pensiero e un’intenzione che ad uno sguardo superficiale rimarrebbero celati dietro l’obiettiva disamina dell’oggetto di studio, il che finirebbe per indurre a considerare l’opera come un mero esercizio accademico. E ciò sarebbe del tutto sbagliato.

Pasquale Guardagnella è stato a lungo professore ordinario di Letteratura italiana presso l’Ateneo barese e attualmente dirige il sito Illuministi Meridionali (www.illuministimeridionali.it/). I suoi studi nel corso della lunga carriera universitaria spaziano dagli autori del Seicento (Sarpi, Galileo, Basile) a quelli dell’Otto-Novecento  (Labriola, De Roberto, Pirandello, D’Annunzio, Ungaretti, Sbarbaro, Vittorini, Fenoglio), passando per il Settecento, il secolo dei lumi, a cui ha dedicato nel 2015 il volume dal titolo “È delle parole, quel che dei colori”. La ragione retorica da Giambattista Vico a Gaetano Filangieri (Franco Angeli).

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Ettore Catalano, Scritti su Dante


A partire da oggi è disponibile l’edizione ebook del mio ultimo libro “Scritti su Dante” (edito da GpM edizioni), uscito in edizione cartacea già agli inizi di agosto. La prefazione è firmata da Giuseppe Palma. Potete trovare il libro, sia in edizione cartacea che in ebook, nelle librerie online (Amazon e altre). (E.C.)
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Attenzione al morso della terra!

Lettera aperta alla Magnifica Rettrice dell’Università del Salento

di Eugenio Imbriani

Gentile Magnifica Rettrice dell’Università del Salento, prof. Maria Antonietta Aiello, ci saremo sentiti una mezza volta, per cui non posso dire che ci conosciamo; sono un antropologo, in servizio per parecchi anni in Unisalento, che ho lasciato alcuni mesi fa. Un caro amico mi ha segnalato l’ultima pagina del «Corriere» di oggi che contiene un messaggio pubblicitario con invito ad iscriversi al nostro ateneo: «Unisalento c’è, nel metodo, nella ricerca, nella realtà». Mi sono fermato, incredulo, a leggere il paragrafo dedicato al metodo, che riporto integralmente, nella speranza che sia solo io a non aver capito:

«Tarantolate – il morso della Terra è un gioco di ruolo dal vivo (LARP) sulla cultura del tarantismo: la possessione e la danza forsennata, la trance e la musica ipnotica, il rituale per purificare il sangue dal veleno della tarantola. È una storia che parla del mistero della magia e di scetticismo, della terra e delle radici che ci legano ad essa, dei segreti che tengono insieme una comunità, e di un rito per esorcizzare il morso così come il rimorso».

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“Le vicende notevoli di don Fefè” di Giuse Alemanno

di AleVinx

Il luogo narrativo del romanzo di Giuse Alemanno, Le vicende notevoli di don Fefè, nobile sciupafemmine e grandissimo figlio di mammaggiusta, e del suo fidato servitore Ciccillo,
Edizione I libri di Icaro , 2012, è un paese immaginario del Sud Italia, Cipièrnola, lento e persistente archetipo di quel “Sud del sud dei santi” di beniana memoria, dominato nella sua piazza principale dal palazzo della famiglia Rizzo Torreggiani Cimboli, di cui Don Felice, detto Fefe’, il protagonista, è l’ultimo discendente.

Le vicende notevoli di don Fefè si stagliano sulla contrapposizione dicotomica di due mondi differenti, e tra loro intimamente indifferenti, che tragicamente finiscono per rimanere impigliati nella stessa grottesca alienazione.

Da un lato, il palazzo signorile con i suoi ritmi a-temporali, i ricordi di antichi e gloriosi passati come la memorabile visita del Re, il suo rito del gelato al limone, e le sue domestiche.

Don Fefè ne è il signore e padrone -“unico erede di ingentissima fortuna“- che passa le giornate tra le incombenze proprie di un nobile di campagna, fugaci incontri amorosi con le domestiche-concubine e i ricordi di quella Parigi dove aveva vissuto per un breve periodo di tempo a casa di uno zio paterno, il quale “era riparato nella capitale francese per evitarsi le noie del post-fascismo”.

A Parigi, Don Fefè aveva soprattutto amato innumerevoli donne, tant’è che l’ Amleto di Shakespeare, opera intramontabile e da lui così tanto amata -storpiato picarescamente in “Amuleto” da una sua domestica- non rappresentava che il ricordo più evocativo di un festino orgiastico consumato con le attrici di una compagnia teatrale che a Parigi aveva messo in scena la tragedia shakespeariana.

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Remigrazione e recolonizzazione

di Pietro Giannini

Negli ultimi tempi è entrato nel nostro vocabolario il termine remigrazione. “Calco dall’inglese remigration, il sostantivo italiano remigrazione si compone del sostantivo migrazione preceduto dal prefisso re– che indica il ripetersi di un’azione in senso contrario. Potrebbe anche considerarsi derivato dall’antico verbo remigrare (attestato dal Cinquecento) con il significato di ‘tornare al luogo di origine’” (https://accademiadellacrusca.it/it/parole-nuove/remigrazione/24579). Tuttavia il vocabolo è entrato nell’uso italiano “per indicare in forma eufemistica il significato di ‘espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione” (Ibid.). Ha assunto cioè un’accezione coerente con la politica anti-immigranti propria del governo attuale e in genere della destra. Si pensa così di risolvere il problema dell’immigrazione di massa che avviene dai paesi del sud del mondo, più povero, verso quelli del nord, più ricchi. Ma non è in questo modo che il problema si risolve, alzando bastioni e difendendo il proprio benessere. Bisogna riconoscere che il problema non è contingente e settoriale, ma generale e universale: esso si manifesta in tutte le parti del mondo, nei punti in cui si verifichi un contatto piuttosto ravvicinato tra aree a diversa densità di benessere. In quei luoghi è quasi una legge naturale, simile a quella dei vasi comunicanti, che spinge persone in stato di disagio economico a ‘riversarsi’ nei paesi più ricchi alla ricerca di una migliore condizione di vita. È una comoda ipocrisia distinguere tra emigrazione politica e emigrazione economica: l’emigrazione è tutta economica ed è determinata dallo stato di bisogno.

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Manco p’a capa 323. La natura non è al nostro “servizio”

di Ferdinando Boero

Sono uno degli ecologi “ideologici” che da decenni avvertono che è in atto un’alterazione degli ecosistemi che va contro le nostre probabilità di benessere futuro. Alla base c’è un sistema di produzione e consumo fondato sulla combustione e, quindi, sull’immissione in atmosfera di sostanze climalteranti. Inutile spiegarlo per l’ennesima volta: ormai lo sappiamo.

Le nostre previsioni, però, si stanno rivelando parzialmente errate. Il riscaldamento e l’immissione di acqua dolce nel Nord Atlantico, dovuta anche allo scioglimento dei ghiacci, possono indebolire la circolazione atlantica di cui fa parte anche la Corrente del Golfo, e questo ha fatto prospettare un paradossale raffreddamento di alcune regioni europee proprio a causa del riscaldamento globale. Finora non è successo. Al contrario, le configurazioni atmosferiche che associavamo alle estati mediterranee stanno cambiando, le espansioni verso nord delle masse d’aria subtropicali africane sono diventate più persistenti e il Mediterraneo è sempre più caldo.

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L’inaugurazione a Taurisano del monumento a G. C. Vanini (15 aprile 2016)

di Roberto Orlando


Monumento a Vanini visto di fronte.

     Scrive Francesco Paolo Raimondi, storico della filosofia: “La storia del monumento a Vanini è una storia tormentata da violente contrapposizioni di parte, in cui trovano espressione le punte più accese e più ferocemente anticlericali del neoghibellinismo della seconda metà dell’Ottocento e le reazioni più ottuse e più intolleranti e illiberali del clericalismo neoguelfo della stessa epoca”1.

     Fu proprio in quel periodo che si presentò per la prima volta l’idea di innalzare un monumento a perenne memoria del filosofo di Taurisano Giulio Cesare Vanini, quando nel 1868 si costituìil primo di una lunga serie di infruttuosi Cominati promotori, presieduto dal filosofo Giuseppe Ferrari (1811-1876).

     Le varie iniziative di studiosi, politici e patrioti, come quelle di Gaetano Brunetti, Roberto Ardigò, Felice Cavallotti, Giovanni Nicotera, Eliseo Reclus ed altri, e dei Comitati sorti a livello locale e nazionale non sortirono alcun effetto fino al 2010, quando il prof. Raimondi dette vita a Taurisano ad un Comitato scientifico cittadino con lo scopo di sollecitare l’Amministrazione comunale ad erigere il monumento.

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Francesco Guccini, ovvero il sentimento di una realtà memorabile

di Antonio Errico

Uno pensa che per i miti i giorni non passino mai, che non passino mai gli anni, che il tempo non li ferisca, che nemmeno li sorprenda, che siano come gli eroi di un poema, eterni nelle pagine.

Poi a un certo punto si accorge che invece non è così, che sono solo uomini, che viene l’affanno anche a loro, che anche loro si stancano a salire e scendere le scale della vita.

Poi una mattina  uno si accorge che Francesco Guccini ha chiuso la porta e se ne è andato, a 86 anni, nella sua Pavana. Da anni aveva smesso di fare concerti. Aveva detto che a quel punto doveva andare così. Aveva  detto che prima non c’era giorno che non prendesse la chitarra ma che negli ultimi anni non la toccava quasi più. Disse  che L’ultima Thule era il disco del congedo, che da quel punto  in poi avrebbe scritto soltanto libri. Perché se un giorno si comincia a impastare parole, sempre impastando parole, in un modo o in un altro, si spera di poter finire, un giorno. A un certo punto le cose che sono cominciate, finiscono. Tutte. Pensammo che se Guccini non avesse fatto più canzoni, noi ci saremmo consolati  ripassando quelle vecchie che conosciamo a memoria, perfettamente. Con quelle canzoni abbiamo attraversato l’adolescenza e la giovinezza; adesso attraversiamo la maturità. Perché raccontano chi siamo stati e chi siamo ora, quello che avremmo voluto avere e non abbiamo avuto, quello che avemmo voluto fare e non abbiamo saputo fare, o voluto fare. Ma raccontano anche quello che abbiamo avuto, quello che abbiamo,  e i piccoli sogni ad occhi chiusi e aperti che si sono fatti cosa vera.

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Esilio

di Gerardo Trisolino

Giorgio De Chirico, Poesia d’estate, olio su tela,1970.

Quando l’estate svuota le città

nel temporaneo esilio marino,

quando l’afa inclemente getta all’ombra

qualche raro passante metafisico

(superstiti che cercano rifugio

e sembrano fuori posto dovunque),

divento Ulisse nella mia casa,

un esiliato prescelto a godere

la compagnia di amati fantasmi

nascosti nelle pagine dei libri.

.

E viaggio viaggio per le stanze,

supero i confini con allegria.

Qualche verso ritma il libero passo

che mi spinge in alcuni angoli remoti

per anni numerosi trascurati

fino a diventarmi quasi stranieri.

Le zone più franche della memoria

esultano nel regno del silenzio

(neppure i soliti tarli dell’aria

immota disturbano la quiete).

.

Rotte intere in un baleno attraverso

scoscendimenti e risalite rapide,

con il cuore sempre pronto all’ingorgo

alla vista di un tuo raro oggetto

che ahimè t’appartenne solo per poco,

affondato nel carico degli anni.

Trasalisco davanti a certe foto,

galleria dell’intime memorie

che sole misurano il tempo interno,

repentine fughe e pause inattese.

[Da Il giovane clochard, Venezia, Edizioni del Leone, 1996, prefazione di Paolo Ruffilli. Poi in La poesia è una voce esile in esilio. Antologia delle poesie e della critica, Macabor, 2022].

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Lyon, sera di maggio

di Antonio Prete

Farfuglia nel cespuglio l’onda del bateau.

Sfilacciate s’arrossano nuvole sul Rodano,

si raccolgono a corona sopra Saint-Jean.

.

Il vento negli occhi del cane.

Ragazze d’ossidiana sulla rue Marseille,

ridenti. Un tappeto  di voci arabe nell’aria, 

con fiorami e con odor  di cannella.

.

La  folata del rap dal finestrino

di un’auto in corsa, e la sera, sopra, di cinabro.

La prima stella osserva, gelida,

lo sciamare scomposto dei desideri

sfuggiti alla rete del dolore.

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Per Silvana Forchetti e i suoi versi d’amore

di Maurizio Nocera

Silvana Forchetti

Quando Silvana volle farmi omaggio dei suoi libri, me lo disse sotto voce, in modo piuttosto serio quasi che io fossi chissà chi. In fondo eravamo amici da tempo. Amicizia fondata sui nostri studi e interessi scientifici. Silvana ed io siamo degli junghiani, nel senso che in Carl Gustav Jung abbiamo trovato il nostro punto di riferimento psicologico e la fonte alla quale ricorriamo per risolvere qualche problema di natura psicologica. Questo non vuol dire per noi avere messo in penombra l’altro mostro sacro della psicologia moderna e contemporanea, ossia Sigmund Freud, colui che per primo, a cavallo dei secc. XIX-XX, ha fatto la rivoluzionaria scoperta dell’Io profondo della personalità umana. Accanto ad esso, aggiunse il SuperIo e l’Inconscio Individuale. Poi, ma vale a dire solo di poco successivamente a Freud, Jung fece un’altra grande scoperta, anch’essa rivoluzionaria: l’Inconscio Collettivo.

Tuttavia noi, intendo io e Silvana ma di certo almeno io, grazie al mio compianto Maestro Dario Caggia (per molti anni docente di Psicologia all’Università del Salento e psicoterapeuta), in Jung abbiamo trovato l’ispirazione per tante “imprese” a volte positive, altre meno. Da come conosco Silvana anche lei ha trovato e trova tanta ispirazione nello stesso Jung. I titoli scientifici in merito lei ce li ha tutti.

Oggi Silvana Forchetti è Psicologa Psicoterapeuta, iscritta all’Ordine degli psicologi della Regione Puglia. Esercita presso il Centro Medico Epion, e quello che di lei mi affascina di più è la sua competenza nella Danzamovimento, di cui è terapeuta. Diverse le sue pubblicazioni scientifiche. È anche socia APSEC.

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La giornata del cretino

di Eugenio Imbriani

È appena trascorsa la giornata dedicata al ricordo delle vittime sul lavoro, nell’anniversario della strage di Marcinelle. Credo che sia sacrosanto ricordare quel tremendo avvenimento che ha coinvolto un numero altissimo di emigranti, in maggior parte italiani. Dovremmo rifletterci un po’ più spesso. Oggi vorrei proporre di intitolare le giornate che seguono ai cretini; in realtà non è necessario cominciare proprio dalla notte del 9 agosto, può essere un periodo flessibile. Secondo la nota definizione di Carlo Cipolla cretino è sommamente chi pur di danneggiare altri fa danno a se stesso. Per l’amor di dio, è troppo facile attribuire questa patente al nostro governo: sospendiamo gli accordi di Schengen con la Spagna perché in Africa, a Ceuta, migliaia di persone sono state indotte a introdursi nella città e poi sono state rispedite in Marocco, tranne quelli che sono morti in mare. Diamo un colpetto alla Spagna, magari Trump accetterà di farsi la foto con Meloni. Chi soffrirà i disagi di questa decisione? I viaggiatori spagnoli che vengono in Italia, in questa stagione, soprattutto per turismo, e i viaggiatori italiani che, vista la risposta speculare del governo spagnolo, si recano in Spagna. Bravi, 7+. Il nostro governo dà il buon esempio. Ma ce n’è di gente che lo segue. Si può allargare la nozione di cretino. Vivo in un posto nella periferia di un paese, nei dintorni altre abitazioni come la mia, con un ampio giardino, alcune delle quali vengono adibite in serate come questa a luoghi di feste normalmente chiassose e davvero fastidiose, tra musiche trasmesse ad alto volume, fuochi d’artificio e schiamazzi vari.

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Odyssey di Nolan un esempio di metacinema?

di AleVinx

Anch’io, come altri tre milioni di italiani, qualche sera fa, dopo non poche titubanze, sono andato al cinema a vedere Odyssey di Nolan.
Avendo letto le innumerevoli recensioni — un vero e proprio profluvio di parole scritte con l’intento di dire la propria sulla messa in scena di uno dei racconti-archetipo dell’intera produzione letteraria occidentale, che molti avranno letto e altri forse no — e conoscendo già il regista per aver visto altri suoi film, ero in qualche modo pronto ad assistere a un’opera in cui le vicende narrate da Omero sarebbero state probabilmente il pretesto per l’ennesima riflessione sul cinema da parte di Nolan.

Dal punto di vista iconografico, tranne qualche esclusione (i Lotofagi, l’Isola di Eolo, l’Isola dei Feaci, il viaggio a Pilo di Telemaco, per fare degli esempi), i fatti narrati nell’Odissea ci sono tutti. E sono resi attingendo a piene mani dalla mirabilia tipica del cinema americano: migliaia di comparse, super effetti speciali, sangue che scorre a fiumi, esplosioni e tutto l’armamentario di questo genere. Elementi completamente indigesti per il sottoscritto ma, evidentemente, apprezzati dal grande pubblico, dato che in quasi tutti i film americani degli ultimi vent’anni non mancano mai.

Ciò che si distacca dal racconto greco è proprio il nucleo dello stesso: Odisseo, a differenza del personaggio consegnatoci dalla letteratura, qui appare gravato da una colpa che cerca di espiare per tutto il lungometraggio.
La colpa dell’eroe sarebbe quella di aver introdotto a Troia con l’astuzia il famigerato cavallo, contravvenendo alla legge sacra della xenia e mandando in frantumi quelle regole che, anche in tempo di guerra, erano alla base dei popoli civilizzati.

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Una lettera del carteggio intercorso tra il marzo e l’aprile 1982 tra Oreste Macrì e Nicola G. De Donno

a cura di Antonio Romano

Da sin. Oreste Macrì, Donato Valli e Mario Marti.

La lettera di O. Macrì a N.G. De Donno (custodita in copia da Pino Mariano) fa riferimento al poemetto Li turchi a Uṭrantu apparso nella rivista L’Albero, n.s. (dir. O. Macrì e D. Valli), nn. 61-62 (1979, ma in realtà 1981), pp. 143-163, già oggetto del saggio dello stesso O. Macrí, Nuova poesia nel Salento europeo. Nicola G. De Donno, cantore dei martiri di Otranto (con Nino Della Notte, Mangione, Bodini e Maria Corti), in L’Albero, nn. 63-64 (1980, ma in realtà 1982), pp. 233-256, e ad altri 13 sonetti inediti. Le due raccolte di sonetti sono state poi ripubblicate, insieme ad altre composizioni in tema, in La guerra de Uṭrantu, Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1988.

[Alcuni commenti di carattere linguistico sono offerti dal contributo di Antonio Romano dal titolo Questioni linguistiche (e non solo) in una lettera del carteggio Macrì-De Donno 1982, in corso di pubblicazione nel volume miscellaneo di scritti offerti a Gigi Montonato (a cura di M. Spedicato, Società di Storia Patria per Puglia – sezione di Lecce)]

Nota: [inintelligibile] indica singole (spesso brevi) parole i cui caratteri risultano molto sbiaditi e ormai più non leggibili.

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Rosso Adriatico. Il delitto della lamia (nona puntata)

di Ettore Catalano

[Per gentile concessione dell’Editore, che qui ringraziamo, pubblichiamo il romanzo noir di Ettore Catalano, Rosso Adriatico. Il delitto della lamia, Progedit, Bari 2018 (seconda edizione 2019)]

(continuazione)

Diciannove

Animato ormai dal sacro demone dell’investigazione, non persi tempo nell’avvertire il magistrato dell’intenzione di Pon­trelli di collaborare alle indagini restando, per ora, a piede libero. Il dottor Pinnelli ne chiese il fermo precauzionale, volendo evi­tarne fughe o ripensamenti o magari anche una sua eliminazione da parte di Cumescu, se il rumeno avesse percepito, pur dal car­cere di Bucarest, la defezione del suo complice italiano. D’altra parte, come fui costretto ad ammettere, il provvedimento nei confronti di Pontrelli era un forte segnale inviato dalle autorità italiane a tutta l’organizzazione di quell’ignobile traffico. Tutto sembrava ormai convergere sul professor Carbone e avvertii l’e-sigenza, ancora una volta, di recarmi a Rosa Marina per interro­gare l’illustre clinico.

Entrato nel villaggio, lo trovai affollato di residenti e fui co­stretto ad ammettere che quell’insediamento era davvero non solo il fiore all’occhiello della costa ostunese, ma anche un otti­mo investimento, in termini economici, per le casse erariali della città bianca: pieno di verde, ordinato con sufficiente disciplina e pulizia. Certo, dalla parte del mare c’erano ancora troppe mac­chine in circolazione, nonostante l’eccellente lavoro dei bus e dei taxi elettrici, ma gli italiani, per loro buona sorte, non brillavano per disaffezione nei confronti di auto e moto private e così, dalla parte della villa del professor Carbone, il traffico sembrava quel­lo di una piccola città sotto i raggi di un sole ormai estivo.

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Presentazione di Lucio Abate, “Però, che caso strano l’assassinio di Abubakar Kayode” – Brindisi, 10 agosto 2026

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Dal Barocco a Tacito. Le maschere del Potere autoritario

di Pasquale Guaragnella

Si legge in un recente libro a firma di Michele Ciliberto (Il potere velato. Tirannide, eguaglianza, libertà da Tacito a Spinoza, Bari, Laterza, 2025)  che una linea anti-tirannica  si svolge da Gerolamo Savonarola a Machiavelli e giunge fino a Spinoza, grande estimatore del Segretario fiorentino,  del quale  il pensatore olandese  possedeva le opere insieme con quelle di Tacito.

   Ora Spinoza è autore di un Trattato politico che costituisce una decisa presa di posizione, e non solo  <teorica>,  a fronte della  sconfitta, nel 1672,  dei de Witt  e il ritorno trionfale degli Orange : si trattava di una profonda riflessione sui motivi che avevano  indotto   un improvviso sovvertimento della Repubblica dei Paesi Bassi. Cosa era accaduto ? Era accaduto che  nel 1672 il potente esercito francese di Luigi XIV invadeva l’Olanda,  provocando  una  crisi politica assai grave :  con il governo repubblicano che veniva abbattuto da una rivoluzione popolare promossa dal partito orangista. Giovanni De Witt, che governava allora il paese, era  addirittura linciato e un giovane guerriero degli Orange, Guglielmo III,  prendeva le redini di un nuovo governo: quella crisi  induceva  un radicale  cambiamento in direzione di un  regime politico autoritario.  Nelle pagine del Trattato di Spinoza si avvertiva  tutta l’ansia, l’angoscia,  per quanto era  accaduto. Dietro le  parole dell’autore si  esprimeva tutto  l’orrore per la violenza e  si rappresentava   altresì la terribile esperienza dei <fiumi> di  sangue  sparso  per le vie di Amsterdam, quando i De Witt erano   stati trucidati e Guglielmo d’Orange  aveva preso il potere con la violenza.

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‘Le radici ca tieni’. Tesori archeologici di Puglia di Francesco D’Andria

di Pier Giovanni Guzzo

Alla produzione di natura scientifica che ha permesso a Francesco D’Andria di ricoprire un ruolo di primo piano fra gli archeologi italiani, con questo volumetto (‘Le radici ca tieni’. Tesori archeologici di Puglia, Bari, Edipuglia, 2025, 284 pp.) si aggiunge un bel saggio di pubblicistica. Anche in questo la materia archeologica domina l’intero palcoscenico: ma con intento didattico e divulgativo, che si manifesta fin dal titolo. Questo fa esplicito riferimento alle ‘radici’ che, secondo l’Autore, collegano la popolazione attuale a quella antica, e alle realizzazioni materiali di quest’ultima. Un tale proposto collegamento è funzionale ad esercitare, e far esercitare, una sempre maggiore cura in difesa delle antichità e del paesaggio storico. Gli scritti qui raccolti compongono un complessivo panorama delle antichità salentine, con uno sconfinamento relativo al locale culto mariano. L’occasione che li ispira è data, per lo più, da convegni, mostre, edizioni di libri. La lettura di questo volumetto porta a comporre un mosaico con la rappresentazione di quella che è stata l’antica cultura messapica, nella quale affonderebbero le ‘radici’ degli attuali abitanti delle province di Taranto, Lecce e Brindisi. I territori di queste costituiscono il campo privilegiato, anche se non l’unico, delle attività sia dell’Università del Salento, con sede a Lecce, sia dell’Istituto di Scienze per il Patrimonio Culturale, organo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, anch’esso con sede a Lecce. Queste istituzioni sono rappresentate come protagoniste della ricerca archeologica nell’antica Messapia, illustrata dagli scritti qui raccolti. D’Andria, da archeologo attento alla storia, non cade nell’errore di assimilare il mondo antico a quello contemporaneo, come di frequente invece fanno i ‘divulgatori’ rivolti più al sensazionalismo che ad un’informazione storicamente e culturalmente corretta.

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