XI Giornata Mondiale della Lingua Ellenica – Lecce, 9 febbraio e 23 marzo 2026

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La povertà esistenziale e sanitaria degli stranieri in Italia

Cause e possibili rimedi

di Rocco Orlando

     Negli ultimi anni la povertà in Italia si mantiene stabile nella popolazione generale, ma si è accentuata nelle famiglie, in modo marcato tra le famiglie straniere. I dati Istat e della Caritas relativi agli anni 2024-2025 riportano che in Italia sono circa 5,7 milioni di persone (9,8%) che vivono in condizioni di povertà assoluta; di queste persone 1,7 milioni sono stranieri con una incidenza pari al 35,1% che è 4,5 volte superiore a quella degli italiani e che si attesta al 7,4%.

     Se osserviamo i nuclei familiari la povertà assoluta riguarda l’8,4% delle famiglie residenti in Italia, ma arriva al 35,1% in quelle composte esclusivamente da stranieri, contro il 6,3% delle famiglie italiane. Quindi gli stranieri pagano un prezzo più alto alla crisi economica e sociale. Negli ultimi dieci anni le famiglie straniere sono state quelle con l’aumento più significativo di povertà passando dal 25,2% nel 2014 all’attuale 35,1%.

     Nel Nord e nel Centro Italia la povertà tra le famiglie straniere continua a crescere, nonostante una situazione economica favorevole che ha migliorato l’occupazione generale: nel Nord l’incidenza della povertà assoluta per famiglie di stranieri è pari al 35% contro il 5.5% delle famiglie italiane; nel centro l’incidenza della povertà assoluta per famiglie di stranieri è pari al 28,5% contro il 4,1% delle famiglie italiane. Nel Mezzogiorno la povertà assoluta  raggiunge livelli più alti con quasi il 40% delle famiglie straniere in difficoltà in un contesto in cui anche le famiglie italiane soffrono maggiormente rispetto alla media nazionale.

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Certe sere a Gallipoli

di Augusto Benemeglio

Certe sere a Gallipoli 

Non so quale messaggero

O portabandiera cieco 

Mi cammina dentro

Andando su e giù

Dalla Fontana Greca

Alla Giudecca

Dove le fanciulle  gialle

E rosa del Pagliano

Sono avvizzite

Asfittiche Muse  

Che gracidano

Nel lezzo dei rifiuti

E sui gradini del Canneto

Pescatori-poeti ignari

Continuano immarcescibili

Ad intrecciare giunchi

Per nasse-conzi

E gemiti-pensieri di vecchiaia

Senza più calore

Né amore né illusioni

Tra voragini di nubi  

E bocche di viola 

Che esplodono in un cielo

Di bambini feriti

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Gaetano Minafra, Arte contemporanea 62. Distruzione della forma

Colori acrilici su tela con intagli e bruciature, cm. 70 x 100, 1997.
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Vite barocche, un prisma attraverso cui leggere il Meridione

di Paolino Nappi

Da qualche anno a questa parte le edizioni Besa Muci di Nardò, nella collana “Bodiniana”, diretta da Antonio Lucio Giannone, uno dei massimi specialisti dello scrittore e ispanista salentino, e fuori di essa, sono andate pubblicando più di una decina di libri dedicati all’opera e alla figura di Vittorio Bodini (Bari 1914 – Roma 1970): si tratta sia di riedizioni di volumi ormai fuori catalogo da tempo (che comprendono poesia, saggistica, prose di viaggio e reportage, narrativa, carteggi, nonché traduzioni, come quella del Lazarillo de Tormes), sia di studi, sia ancora di opere inedite, attinte all’Ar­chivio Bodini custodito presso la Biblioteca Centrale dell’Università del Salento. È il caso di quest’ultimo volumetto, Vite barocche. Trama per un film, (Nardò, Besa Muci, 2025), firmato a quattro mani da Bodini e dal giornalista, scrittore e attore occasionale Gustavo D’Arpe (Palermo 1918 – Roma 1972). Il lavoro, curato con finezza filologica da Antonio Lucio Giannone, consegna finalmente al pubblico un soggetto (I posseduti) e un trattamento cinematografico (Vite barocche) redatti nel 1959 e rimasti fino a oggi inediti, benché depositati alla SIAE e più volte sfiorati da proposte di produzione (in particolare quella della “Daiano film” di Roma, nel 1965). L’introduzione di Giannone ricostruisce con precisione la storia del testo, i rapporti personali e intellettuali tra Bodini e D’Arpe e la complessa stratificazione delle fonti, mettendo in luce come questa scrittura per il cinema si ponga al crocevia tra autobiografismo rielaborato, critica sociale e antropologia del Sud.  

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Manco p’a capa 294. Angeli e demoni…

di Ferdinando Boero

Una ventina di anni fa assistetti a una conferenza sul Giudizio Universale di Michelangelo tenuta dal compianto Antonio Cassiano, allora direttore del Museo Sigismondo Castromediano di Lecce. Le opere d’arte sacra, visibili nelle chiese, spiegò Cassiano, comprendono affreschi, quadri, statue, bassorilievi, vetrate colorate, reliquie che, di solito, risalgono a tempi in cui i fedeli erano prevalentemente analfabeti e non avevano accesso a libri o ad altre forme d’arte. Lo scopo di quelle opere non era semplicemente decorativo: erano una sorta di “presentazione” che l’officiante utilizzava per mostrare i temi trattati nelle prediche! Dopo averlo sentito, l’ho trovato talmente ovvio. Però non ci avevo mai pensato: lo sapevo ma non sapevo di saperlo. All’epoca, avevo già iniziato a collaborare con Alberto Gennari, un artista leccese che è in grado di trasformare in arte quel che gli chiedo di mostrare, e la storia di Cassiano arrivò come una conferma rivelatrice. In base a questa tecnica comunicativa, ad esempio, ho progettato il percorso espositivo del Museo Darwin Dohrn della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Gennari realizzò, su mia indicazione, una tavola per un lavoro scientifico che raffigura i rapporti tra i vari componenti degli ecosistemi marini.

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Presentazione di Dulce litterarum otium. Omaggio a Maria Elvira Consoli – Lecce, 9 febbraio 2026

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Lettera 44 21. I libri sono necessari anche quando annoiano un po’

di Antonio Errico

Qualche giorno fa, il 27 di gennaio, il linguista Gian Luigi Beccaria, ha compiuto novant’anni. Nel corso di un’intervista a Maurizio Crosetti per il “Corriere della Sera”, ha detto che nei Promessi sposi c’è tutto l’universo: l’ironia, la tragedia, il terribile senso della storia, l’umana debolezza, la profondità della vera fede, il ritmo e la musica dei dialoghi. Ha detto che i personaggi di quel romanzo sono la condizione umana. Beccaria è membro dell’Accademia della Crusca, dell’Accademia delle Scienze di Torino, dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Ma i titoli che hanno più valore sono quelli dei suoi molti libri.  Allora, la sua autorevolezza potrebbe costituire la condizione per chiudere definitivamente l’annosa, ciclica e noiosa questione che riguarda la lettura a scuola del romanzo di Manzoni. In quel romanzo c’è tutto l’universo. Punto. Certo, qualcuno potrebbe senza nessuna difficoltà obiettare che l’universo che c’è nei Promessi sposi è infinitamente e irrimediabilmente lontano da quello che abitano i giovani. E’ vero, forse.

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Luigi Lopez y Royo (1858-1916) dei Duchi di Taurisano

Gentiluomo di tempra antica, apostolo della rigenerazione agricola del Basso Salento

di Roberto Orlando


Luigi Lopez y Royo (foto del 1893)

     Terzultimo di una numerosa prole, Luigi Lopez y Royo nacque nel palazzo ducale di Taurisano il 30 marzo 1858 da Nicola (1819-1898) e da Maria Giuseppina Colona (1820-1904). Dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita presso la Regia Università di Napoli, il 24 giugno 1883 sposò Fanny (Francesca) Polizzi Paternò dei Marchesi di Sorrentino (1867-1952) con la quale andò a dimorare nella grandiosa villa-fattoria, che volle denominare “Giuseppina” in onore della madre; villa appositamente fatta edificare dal padre alla periferia dell’abitato di Taurisano, lungo la strada per Ugento, sul finire dell’Ottocento. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Nicola, Preside della Provincia di Lecce, che sposò Giovanna dei Conti Zecca di Leverano; Giuseppina, che sposò Alcibiade dei Conti Zecca di Leverano, fratello di Giovanna; Francesco, VII duca di Taurisano, che si trasferì a Monteroni di Lecce; Giovanni, che sposò Lina Tuzzo di Lecce; Maria, che sposò Emanuele Giulio.

     Avendo ereditato vaste proprietà terriere e ville nei territori di Taurisano, Monteroni, Lecce, Ugento, Ruffano, Leverano, Carmiano e Matera (quelle lucane da parte della moglie), non intese intraprendere la carriera forense, ma preferì dedicare la sua vita alla gestione delle sue aziende agricole diventando così uno dei massimi imprenditori della vitivinicoltura e olivicoltura della Provincia di Terra d’Otranto sia per quantità che qualità del prodotto. Tra l’altro, rese famosa in tutta Europa la sua “Lacryma di Taurisano“, un vino prodotto nel suo stabilimento sito al piano terra della sua villa-fattoria. Inoltre, classificatosi al terzo posto, gli fu conferito, da parte di una Giuria Internazionale, il prestigioso diploma con medaglia di bronzo per la qualità dell’olio d’oliva prodotto nei suoi frantoi all’Esposizione Universale di Saint Louis del 1904, che coincise con la terza Olimpiade moderna svoltasi in quella città della Louisiana (U.S.A.) dal 1° luglio al 23 novembre 1904.

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Presentazione di A. L. Giannone, Nelle pieghe del Novecento e di S. Giorgino, Eretico barocco – Lucugnano, 6 febbraio 2026

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Studi in onore di Maria Elvira Consoli. Presentazione

di Domenico Lassandro – Mario Spedicato

Vi è una tradizione accademica consolidata: omaggiare uno studioso di alto profilo scientifico con una miscellanea di studi all’atto della quiescenza, al momento cioè, in cui per limiti di età abbandona il teatro operativo del suo magistero culturale. Questa tradizione resiste all’usura del tempo, sebbene sottoposta a dura selezione per la dimensione numericamente crescente della platea di docenti che aspira a questo ambizioso riconoscimento. Non tutti però meritano quest’attenzione e non mancano forzature che finiscono per tradire l’originaria ispirazione. Di norma vengono selezionati non solo riconosciuti e autorevoli capiscuola, che hanno lasciato tracce profonde nella ricerca del settore disciplinare di competenza, ma anche studiosi che si sono distinti per i risultati innovativi che hanno assicurato con la loro ricca e apprezzata produzione scientifico-editoriale. Entrambi i due percorsi spesso si sono rivelati coincidenti, cioè alla direzione scientifica espressa all’interno del Dipartimento universitario di riferimento si è sommato l’unanime riconoscimento di studiosi di chiara levatura internazionale, tale da dare maggiore forza e legittimità ad operazioni editoriali di questa natura. È evidente che quando ci si trova di fronte a personaggi di questo spessore la miscellanea di studi diventa ineludibile, un indilazionabile omaggio ai meriti conquistati sul campo, da offrire in maniera generosa ed ampia come segno di gratitudine da parte di colleghi ed allievi, un lascito vivo da trasmettere anche alle future generazioni di studiosi.

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Incontro con Pompeo Maritati, Italia a confronto. La lunga sconfitta del Sud – Martano, 6 febbraio 2026

di Anna Stomeo

Venerdì 6 febbraio 2026, alle ore 18.30 a Martano (Lecce), in via Marconi 28, presso il Centro Culturale tò Kalòn dell’Associazione Itaca Min Fars Hus si parlerà di Italia tra economia, società, politica e istituzioni, con Pompeo Maritati, che torna a trovarci con una nuova ricerca e un nuovo libro: “Italia a confronto-La lunga sconfitta del Sud” (2025). Un’opportunità per gli amici di tò Kalòn di entrare con semplicità, attraverso una guida sicura ed informata, in un mondo complicato come quello della statistica e dell’economia, che ci raccontano un’Italia diversa e inaspettata, complessa e frammentata in mille altre Italie, tante quante sono le contraddizioni economiche, sociali, culturali e politiche che l’attraversano da decenni e la tormentano ancora, in questo quarto di secolo e di nuovo millennio appena trascorso.

Pompeo Maritati, analista finanziario e studioso di economia, da molti anni attento comunicatore ed efficace divulgatore di argomenti finanziari ed economici, nonché colto intellettuale e raffinato scrittore, direttore editoriale della rivista on line “Il Pensiero Mediterraneo”, ha condotto un’originale ricerca sull’Italia contemporanea, che affianca la testimonianza numerica (i dati ufficiali provenienti da fonti statistiche riconosciute ed autorevoli) all’analisi teorica, lucida e ragionata, che riempie i dati di significati imprevedibili e di implicazioni articolate.

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Inchiostri 179. Santa Cesarea

di Antonio Devicienti

Le onde invernali dall’Adriatico irrompono fra l’immobile franare delle fortificazioni messapiche – biancheggiano i blocchi di cemento delle colonie estive abbandonate.

La storia e il tempo non combaciano a Santa Cesarea perché il tempo è uno sguardo stordito di vento e salsedine.

Se accumula polaroid sbiadite dentro scatole di cartone è per devozione alla luce che avanzando dai Balcani s’irraggia tra le architetture arabescate di un tempo irripetuto.

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Lo stato dell’Arte 6. A proposito dell’angelo meloniano e dei tacchini di Malskat della chiesa di Santa Maria di Lubecca

di Massimo Galiotta

La recente vicenda del volto del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, riconoscibile tra gli angeli delle decorazioni a fresco della basilica romana di San Lorenzo in Lucina, un edificio sacro edificato a metà degli anni Ottanta del secolo scorso (le immagini parietali, invece, sono state aggiunte nel Duemila e ripristinate nel 2023, per le infiltrazioni di umidità che ne compromettevano la conservazione), sta invadendo web e telegiornali.

La questione – puramente sinistroide – sulla legittimità (o meno) di raffigurare un angelo utilizzando il volto di “Giorgia” ha allertato un po’ tutti, sia a sinistra che a destra: infatti, “Il volto dell’angelo che sorregge la mappa dell’Italia sulla destra del monumento votivo dedicato all’ultimo re d’Italia, Umberto II, nella cappella del Crocifisso della basilica di San Lorenzo in Lucina nel centro di Roma, ha scatenato una polemica politica e artistica” (P. Conti, Corriere della Sera, 31 gennaio 2026).

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Giaculerie 2

di Paolo Vincenti

2

Social

Sono parole senza memoria

solo aria di fumo

un bla bla bla senza scopo

vaniloqui oziosi da dementi

da leoni poco ruggenti

Sono parole senza battito

solo fumo d’aria

senza corso né storia

da leoni squittenti

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Antonio Stanca: Universum A-58


27-11-2004, olio su MDF, cm 80,2 X 80,2.
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I resti di Babele 61. Nell’ Archivio Manni quarant’anni di storia della letteratura

di Antonio Errico

Quarant’anni fa, e anche qualcuno in più, a nessuno, probabilmente, accadde di pensare, neppure come ingenuo vagheggiare, che l’attività della casa editrice pensata, realizzata, gestita da Piero Manni e Anna Grazia D’Oria avrebbe sviluppato anche un archivio. Quarant’anni fa, e anche qualcuno in più, c’era solo l’entusiasmo e la finalità di integrare la letteratura del Salento, del Sud, con quella dell’intero territorio nazionale. Poi il tempo passa, le esperienze si stratificano, a un certo punto ci si accorge che il materiale messo da parte può servire a documentare, a fare storia delle espressioni letterarie degli anni che vanno dall’ Ottanta in poi. Nessuno ci pensava, quando si cominciò. Ma Anna Grazia D’Oria conservava e conserva tutto, ogni cartolina, ogni biglietto, i manoscritti di chi ha già piena la bisaccia di libri pubblicati e di chi sogna di pubblicare il primo.  Probabilmente il lievito dell’Archivio Manni è stato proprio quel mettere da parte di Anna Grazia, poi sistematizzato da Grazia e Agnese Manni, che hanno dato struttura all’entusiasmo, portando l’archivio e la biblioteca fino alla Dichiarazione del Ministero della Cultura di interesse storico particolarmente importante e al convegno internazionale che si è tenuto a Roma Tre alcuni giorni fa.  Ma il valore culturale dell’archivio è preceduto e si fonda sul valore sentimentale. E’ una dimostrazione di rispetto nei confronti delle relazioni che si stabiliscono tra lo scrittore e l’editore.  A volte, è anche una testimonianza di affetto. Spesso quelle relazioni durano decenni. Anzi, spesso nei decenni si fanno più profonde, si svincolano dalla dimensione editoriale per trasformarsi in condizione esclusivamente amicale. (Siccome con Manni ho pubblicato nove libri, penso di potermi permettere di dirlo, con cognizione di causa).

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Enogastronomia e voglia di Puglia: intervista a Flavia Giordano

di Claudia Presicce

“C’è tanta voglia di Puglia fuori da qui, soprattutto oltreoceano”: lo spiega Flavia Giordano parlando del suo ottavo libro, Puglia. Storie di ingredienti, cucina e territorio (ZicZic edizioni; 45 euro; 272 pagine; con testo italiano e inglese tradotto dalla stessa Giordano e le sue foto; illustrazioni di Giuseppe Laselva e altri scatti di Silvia Tarantini, Lilia Angela Cavallo, Imaginapulia) in cui entra nei gangli vitali della nostra produzione enogastronomica  passando in rassegna storie di olio extravergine d’oliva, grano duro, vino, ortaggi, frutta, erbe selvatiche, formaggi.

Flavia è un’archeologa barese, ma in realtà scrive libri e da tanti anni si occupa di divulgare la cucina pugliese nel mondo: è definita “voce autentica nella promozione della cultura enogastronomica pugliese”. “Ho lavorato tanto all’estero con corsi di cucina italiana, poi ho avuto una scuola a Malmo per 8 anni. Oggi in Italia, continuo a tenere corsi a Polignano con la mia azienda Spaghetti ABC che offre esperienze che comprendono anche tour enogastronomici – racconta, e poi specifica – le domande più diffuse che ancora oggi i miei clienti stranieri mi fanno riguardano l’uso degli ingredienti: come si usa la pasta ad esempio, ma anche l’olio, le erbe ecc”.

Giordano, questo libro è quindi nato da queste richieste?

“Sì, ci sono tanti libri di ricette, ma mancava un testo che raccontasse agli stranieri i nostri ingredienti, la storia del territorio, l’agricoltura da cui provengono. Ho esclusivamente clienti anglofoni, americani soprattutto o anche australiani e canadesi, quindi volevo qualcosa che parlasse la loro lingua per rispondere alle loro curiosità. Le ricette sono solo un punto finale, prima dobbiamo sapere da dove arrivano i prodotti che usiamo. Queste pagine sono anche un tributo alla cultura enogastronomica pugliese con le sue tante varietà”.

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Manco p’a capa 293. Progetto sullo Stretto: una gallina dalle uova d’oro!

di Ferdinando Boero

Quando ero studente, nei primi anni settanta, il prof. Michele Sarà, un’autorità in biologia marina, partecipò ad uno studio sull’impatto ambientale del ponte sullo Stretto di Messina. Dopo una decina d’anni ne fece un altro. Assieme a lui lavorarono molti altri professori universitari, man mano che i progetti venivano aggiornati. Dopo un po’ i progetti invecchiavano e se ne facevano di nuovi, con altri studi di impatto. Già allora pensavo: ma se avessero realizzato il primo progetto, ovviamente sarebbe stato inadeguato, visto che continuano a farne di nuovi. Il Ponte sullo Stretto è l’emblema di come in Italia si possano consumare risorse enormi senza avere nulla di concreto: pur non essendo mai stato costruito, tra studi di fattibilità, progettazioni, penali e gestioni societarie sono già stati spesi oltre 1,1 miliardi di euro di soldi pubblici. Intanto l’opera resta sulla carta, mentre il costo totale previsto per realizzarla supera oggi i 13,5 miliardi di euro. Il ponte non è l’unico esempio. Il MOSE, progettato decenni fa con contributi tecnici di esperti come il prof. Enrico Marchi, stimato idraulico che lavorò alle prime fasi del progetto, è un altro emblema dell’inefficienza italiana. Con costi reali superiori ai 6,5 miliardi di euro, la difesa di Venezia dall’acqua alta si è trasformata in una lunga odissea di sprechi, ritardi e critiche sulla gestione dei fondi pubblici, certo non per colpa di Marchi, che ho avuto l’onore di conoscere.

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Marcello Toma, L’eredità

Olio su compensato, 40×50 cm, 2026.
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