L’AfD e il paradosso della memoria più tutelata d’Europa

di Gianluca Conte

Vergangenheitsbewältigung è una parola tedesca che all’italiano medio farebbe una certa impressione, forse spavento. Significa, approssimativamente, «il lavoro di elaborazione e superamento del passato», e descrive quello che la Germania ripete a sé stessa da ottant’anni: musei, Stolpersteine incastonati nei marciapiedi davanti alle case da cui furono deportati gli ebrei, gite scolastiche obbligatorie a Dachau o Buchenwald, un intero apparato pedagogico costruito per garantire che «mai più» non restasse uno slogan da sbandierare in qualche occasione ufficiale ma diventasse un riflesso condizionato nazionale. È, con ogni evidenza, il progetto di memoria collettiva meglio finanziato e più esportato del pianeta, tanto da diventare un modello da studiare, quasi un prodotto tedesco di alta precisione, come le automobili o le macchine utensili. Poi arriva il 2026, e in Sassonia-Anhalt un partito la cui sezione locale è stata classificata dai servizi segreti nazionali come «caso accertato di estremismo di destra» viaggia, nei sondaggi, attorno al 40-42%, con una possibilità reale, mai verificatasi dal 1945 a oggi, di guidare un governo regionale tedesco. Non serve nemmeno calcare la mano, poiché il contrasto è evidente. È come se il Paese che ha inventato il vaccino contro il virus del nazismo avesse anche coltivato in vitro una sua variante resistente.

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Le nozze contrastate di Francisco Ruiz de Castro, viceré ad interim di Napoli, con Lucrezia Gattinara Lignana, contessa di Castro e duchessa di Taurisano (parte terza)

di Roberto Orlando


Francisco Ruiz de Castro (da D. A. Parrino, Teatro eroico e politico dei governi de’ Viceré del Regno di Napoli, tomo II, per Francesco Ricciardo, Napoli, 1730, p. 26).

APPENDICE II

I DE CASTRO, CONTI DI LEMOS, DALLA SPAGNA IN ITALIA

       Il trasferimento del potere regio da Filippo II (1527-1598) a Filippo III (1578-1621), al tramonto del ‘500, produsse un radicale cambiamento nella gestione sia della politica estera della corona spagnola sia del potere locale. Gli equilibri che gradualmente andavano determinandosi furono indubbiamente la principale manifestazione di un nuovo rapporto tra il monarca e il suo seguito e di un rinnovato assetto della Corte, che andò consolidandosi come centro del potere e come luogo di contrattazioni per la promozione del consenso.                 


Tanzio da Varallo (1575-1633), probabile ritratto di Lucrezia Gattinara Lignana (Milano, Pinacoteca di Brera). Tanzio da Varallo era uno dei pittori protetti da Francisco de Castro.

       Nel contesto della Corte spagnola si andava progressivamente ampliando e rafforzando un sistema che si potrebbe definire “a fazione unica”; sistema gestito dal duca di Lerma, marchese di Denia e primo ministro del re, Francisco Gómez de Sandoval y Rojas (1553-1625) che, secondo quanto riferito dall’ambasciatore veneziano in Spagna, Francesco Soranzo(1557-1607), divenne “padrone della grazia e della volontà di Sua Maestà quanto sia stato alcuno ministro di principe grande”. Un uomo che, per arricchirsi con le confische, nel 1609 si fece promotore dell’espulsione immediata dei Mori dal suolo iberico.

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Scritti cittadini 5. Telecamere a Galatina

di Gianluca Virgilio


In copertina: Franco Cuazzo, Captivus (1990).

[Pubblico qui i miei Scritti cittadini, apparsi su vari fogli locali dal 2003 al 2008 e riuniti in volume presso Santoro di Galatina nell’anno 2008]

Il flaneur è innanzitutto un voyeur. Non il guardone patologico, s’intende, quello che si appiatta dietro una siepe per carpire qualche visione illecita e lubrica atta a soddisfare una passione invereconda, ma il depositario di una sana curiosità che si esercita attraverso la vista. Che senso avrebbe passeggiare per le strade di una città con gli occhi chiusi, senza gustare le prelibatezze della vista, senza avere, insomma, l’idiosincrasia propria del voyeur? Nelle vie urbane, ora attratto dall’indistinto scintillio di una vetrina, ora da un particolare architettonico mai visto prima, ora da uno scorcio insolito che si apra dietro una sequela di case, in fondo ad una strada, dando l’illusione dell’infinito urbano, o semplicemente sorpreso da un bel viso di donna, da una nuova acconciatura, da un abito à la page, il flaneur-voyeur afferma il diritto incoercibile e insindacabile della vista. Egli si muove dentro la vita cittadina attraversando con lo sguardo il normale corso delle cose, senza lasciarsene attraversare né trascinare, senza essere visto – il voyeur, infatti, essendo il contrario dell’esibizionista, non tollera lo sguardo altrui -.  Per gli altri sarebbe addirittura l’assente, se non fosse dotato di un corpo che desidèri trasportano da una strada all’altra della città. Il flaneur-voyeur è l’assolutamente libero, il suo sguardo è privo di punti prospettici fissati una volta per tutte, e vive di visioni occasionali, eccentriche, oniriche, in un sogno che si compone di numerose particole di realtà sottratte alla loro funzionalità, al loro uso quotidiano.

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Ottant’anni di democrazia (2 giugno 1946 – 2 giugno 2026): qualche riflessione

di Franco Martina

Quando non gli rimane, dentro, nemmeno una minima parola,

è allora che i morti, finalmente, parlano.

Bisogna cominciare ad ascoltarli quando anche l’ultima

parola è esalata dalla loro bocca.

Giorgio Caproni, Racconti partigiani

​​​​​Una libertà vera, e non puramente istituzionale, non conosce ​​​​​​​guerre, perché le ha già vinte tutte, e non conosce eserciti ​​​​​​​perché li ha tutti distrutti; e se le avviene di dover combattere ​​​​​è perché essa non era del tutto vera e del tutto libera.

​​​​​​Carlo Levi, Introduzione a Paura della libertà

1-  Dunque, sono ottant’anni che l’Italia è una democrazia. In realtà, quello che fu votato con il referendum del 1946 appariva, ed era, più un sogno che un progetto politico. Un bel sogno, che chiunque poté vedere nel 1948, quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica e fu archiviato il, nonostante tutto, glorioso Statuto di Carlo Alberto. Ma, dopo il 2 giugno, il Re se ne era andato e, con lui, anche il vecchio Statuto. Il Re se ne era andato, ma l’Italia era devastata. L’entusiasmo parlava di vittoria, di liberazione; la realtà era un’altra. L’Italia era stata divisa in due, il Sud occupato dagli anglo-americani, mentre al Nord una guerra ‘totale’ teneva la popolazione civile al centro dello scontro:  anglo-americani contro nazifascisti; antifascisti contro nazifascisti. L’Italia usciva dall’avventura fascista con una sconfitta militare pagata a caro prezzo. Alla guerra tra il 1940 e il ’43 avevano partecipato 3.430.000 persone. I caduti furono 194.000; 41.000 in campi nazisti. Alla guerra di liberazione e resistenza contro i nazifascisti parteciparono 340.000 partigiani. 379.000 aderirono al corpo di forze alleate. I caduti furono 26.000. Le vittime civili dei bombardamenti furono tra gli 85 e 150.000, 23.000 civili morirono uccisi nei campi di concentramento e di sterminio nazisti. I feriti, mutilati o invalidi furono 320.000. I militari prigionieri degli anglo-americani tra il 1940-45 furono circa 621.000.

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Lotta è armata

di AleVinx

La lotta è armata. Estrema sinistra e violenza: gli anni dell’apprendistato 1969-1972, scritto dallo storico friulano Gabriele Donato (DeriveApprodi, 2013 ), è una riflessione storiografica sui primi anni Settanta, quando il dibattito sull’uso della violenza iniziò a farsi sempre più insistente nei principali gruppi della cosiddetta sinistra extraparlamentare.

Attraverso l’analisi della documentazione teorica, della pubblicistica di propaganda e delle testimonianze dei protagonisti di quegli anni, Donato ricostruisce i fattori che fecero apparire agli occhi di molti giovani dell’epoca l’opzione della violenza come una pratica non solo legittima, ma persino persuasiva.

La prima parte del titolo del libro è ripresa da una dichiarazione di Renato Curcio sul primo sequestro lampo organizzato dalle Brigate Rosse ai danni di un quadro della Sit-Siemens di Milano. Il 3 marzo del 1972 un commando brigatista composto da quattro uomini riuscì a bloccare e a trattenere per una ventina di minuti l’ingegner Idalgo Macchiarini all’interno di un furgoncino, fotografandolo con una pistola puntata alla guancia e con un manifesto di rivendicazione sul petto.

Scrive Curcio: «Noi avevamo riflettuto sul fatto che mostrare quell’arma nella foto polaroid significava, per la prima volta, “far vedere” un’impresa di lotta armata degli anni Settanta […]. Ma la pistola in sé non era rilevante. Quello che contava era la sua immagine-messaggio diffusa in tutti i media: la lotta è armata.»

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L’intelligenza artificiale, le diseguaglianze e il paradosso della produttività

di Guglielmo Forges Davanzati

Data l’evidenza di cui disponiamo, ci sono buone ragioni per ritenere che l’intelligenza artificiale stia aumentando le diseguaglianze: quelle funzionali, fra redditi da capitale e redditi da lavoro; quelle salariali, fra lavoratori altamente qualificati e lavoratori poco qualificati; e quelle territoriali, fra aree geografiche. A questo si aggiunge un dato apparentemente paradossale: per ora, gli effetti dell’intelligenza artificiale sulla produttività aggregata sono modesti. Questi meccanismi sono interconnessi.

Infatti, occorre innanzitutto ricordare che gli aumenti di produttività derivanti dalle rivoluzioni tecnologiche – come è accaduto, in particolare, nelle fasi mature della prima e della seconda rivoluzione industriale – si sono tradotti in aumenti dei salari là dove la conflittualità sociale e l’organizzazione collettiva dei lavoratori hanno consentito loro di appropriarsi di una parte dei guadagni di produttività. In linea generale, l’avanzamento tecnico produce effetti favorevoli ai lavoratori solo quando si associa a condizioni organizzative e istituzionali capaci di accrescerne il potere contrattuale. Ciò si è reso storicamente possibile quando i lavoratori sono stati sufficientemente compatti da poter agire collettivamente per la tutela dei propri interessi. In casi diversi – si pensi alla rivoluzione informatica degli anni Ottanta e Novanta – l’avanzamento tecnologico ha invece funzionato prevalentemente come meccanismo di disciplina, attraverso la segmentazione della classe lavoratrice e il conseguente indebolimento della sua capacità negoziale.

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Lettera 44 40. E’ la passione che fa la differenza tra profondità e superficialità della conoscenza

di Antonio Errico

Quando sul finire degli anni Sessanta, Roland Barthes disse che alle volte viene un tempo in cui si insegna ciò che non si sa, probabilmente prefigurava il sopraggiungere di saperi nuovi ma non la mutazione radicale che sarebbe stata determinata dall’intelligenza artificiale, con la quale i processi di insegnamento si dovranno confrontare. Inevitabilmente. Con entusiasmo e con cautela. Magari cercando di non ripetere errori. Per esempio, quello di adorare l’intelligenza artificiale come se fosse il vitello d’oro, oppure quello di demonizzarla come se provenisse dagli abissi dell’inferno. L’errore di assumere la posizione di apocalittici non si può più fare. Si deve necessariamente assumere quella di integrati. Ma l’errore più grave sarebbe quello di pensare di dover insegnare in che modo si usa l’intelligenza artificiale. Gli aspetti tecnici, insomma, le procedure. Invece si deve insegnare come non si usa, i metodi per non farsi catturare nella sua ragnatela sconfinata, per non consegnare ad essa l’ intelligenza naturale: umana, troppo umana, ma autentica, vibrante, impastata con l’esperienza. Ecco, forse il nodo da sbrogliare è proprio questo. La conoscenza deve avere una relazione sistematica, effettiva, affettiva, con l’esperienza, che a volte è diretta, si sa, e alle volte è mediata da conoscenza ricevuta da altri che ne hanno fatto esperienza nel tempo venuto prima. Con prove ed errori. Anche con sofferenza.

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Le nozze contrastate di Francisco Ruiz de Castro, viceré ad interim di Napoli, con Lucrezia Gattinara Lignana, contessa di Castro e duchessa di Taurisano (parte seconda)

di Roberto Orlando

(continuazione)


Francisco Ruiz de Castro (da D. A. Parrino, Teatro eroico e politico dei governi de’ Viceré del Regno di Napoli, tomo II, per Francesco Ricciardo, Napoli, 1730, p. 26).

APPENDICE I

EPITALAMIO IN LODE DELLE NOZZE DEGLI ILLUSTRISSIMI & ECCELLENTISSIMI SIGNORI DON FRANCESCO DI CASTRO ET DONNA LUCRETIA GATTINARIA, CONTI DI CASTRO, DI FRANCESCO DI VIVO, ACCADEMICO ECLISSATO, DETTO L’OPPORTUNO (IN NAPOLI, PER TARQUINIO LONGO, M. DC. IIII)

     L’epitalamio di Francesco di Vivo che presentiamo l’abbiamo tratto dal testo (uno dei rarissimi pervenutici) conservato nella British Library “Saint Pancras” di Londra. L’epitalamio (dal lat. epithalamĭu(m), dal greco epithalámios, composto di epi– “sopra” e thálamos “talamo”) in origine era un carme nuziale popolare dell’antica Grecia, cantato presso la camera degli sposi la sera delle nozze o il mattino successivo, diversamente dall’imeneo, che invece veniva cantato mentre si conduceva la sposa alla casa dello sposo. Successivamente, a livello letterario, divenne un componimento poetico traboccante di auguri e lodi verso gli sposi. Ne scrissero Saffo, Aristofane, Callimaco, Partenio, Teocrito, Catullo, Claudiano ed altri.

    Il carme nuziale di Francesco Di Vivo è costituito da undici strofe di quindici versi endecasillabi, tranne il tredicesimo settenario, variamente rimati. Il congedo è formato da una strofa di nove versi endecasillabi e settenari, anch’essi variamente rimati. Nel componimento l’encomio degli sposi avviene tramite diversi riferimenti mitologici, le doti e il carattere degli sposi, il riferimento alla primavera, l’auspicata concordia e armonia futura (con l’augurio per una prole che sia pari ai coniugi).

     Le tradizioni con le quali il nostro autore si confronta sono molteplici ed illustri. Da una parte il modello latino, dall’altra il modello umanistico-rinascimentale e poi barocco, che proprio a Napoli aveva goduto dei significativi apporti di Giovanni Pontano, Torquato Tasso e Giambattista Marino.

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‘900 minore

di Giuseppe Virgilio

Col titolo 900 minore Intellettuali e società in Italia, ad integrazione di un’altra raccolta di studi del 1974 volta all’analisi dell’intellettuale europeo nella società contemporanea, è apparsa, sempre a cura di Giovanni Invitto, per i tipi di Messapica ed., pp. 270, L 5.800, nella collana La Giara, che vuol simboleggiare “il duro involucro in cui “i chierici” si sono da secoli imprigionati”, un’antologia di scritti di giovani studiosi che svolgono la loro attività nell’Università di Lecce.

Il pragmatismo mistico di Papini, il futurismo marinettiano, il comunismo cristiano di Felice Balbo, il cristianesimo sociale di La Pira, la logica e l’estetica in Della Volpe e la visione dialettica di Piero Gobetti, sono gli studi dovuti rispettivamente L. Semeraro, a L. La Puma, A. M. Contini, a L. Fiorillo, ad E. Mola ed a A. Carlino, attraverso i quali articola l’antologia. Integra la silloge uno studio di Marisa Forcina, volto a “verificare il passaggio-continuità che esiste tra prefascismo e fascismo, nell’ambito dell’ideologia letteraria e la mancanza di una reale rottura alternativa”.

Chiude il volume un’appendice del curatore, in cui sono riportate alcune note e riflessioni critiche emerse da una ricerca sull’insegnamento della filosofia nelle Università del Mezzogiorno nel secondo dopoguerra e precisamente dal 1945 al 1970.

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Ginestreto, all’ombra dello studiolo

Foto di Antonio Prete.
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Esordio letterario sorprendente per Fabio Greco con il romanzo “Il nome dell’isola”

di Gerardo Trisolino

Il giovane autore, nato a Saronno nel 1977 da genitori di Ugento, vive in Essex (Gran Bretagna) dove fa il biologo in un ospedale.

Le vicende narrate ne Il nome dell’isola (Autori Riuniti, 2016, vincitore della XXVII edizione del Premio Italo Calvino) sono ambientate in un villaggio di pescatori del basso Salento, in quello stretto lembo di terra in cui si abbracciano lo Jonio e l’Adriatico. Si tratta di storie favolose e surreali, raccontate con una lingua stratificata e magmatica, che sembra prodotta in un laboratorio in cui si miscelano vari ingredienti per nuove invenzioni. La contaminazione finale è quanto di più felice possa uscire dalla penna di uno scrittore che s’avventura nell’invenzione di una scrittura dai risultati inimmaginabili. Nel crogiolo della ricerca linguistica di Greco si contaminano vari elementi, che vanno anche oltre il già sperimentato incrocio tra lingua italiana e dialetto oggi tanto di moda (Camilleri docet). L’intraprendente autore ricrea una lingua nuova sulla base sedimentata di antichi volgari, innestandovi le evoluzioni lessicali diremmo quasi fino ai nostri giorni, giungendo all’invenzione di straordinari neologismi.

Si comprende subito che l’intento di Greco è di adeguare il linguaggio agli umili protagonisti delle sue storie surreali che si situano in un tempo senza tempo, come i “cunti de li cunti” di Giambattista Basile, così ricchi di quella necessaria dose barocca che serve per meravigliare. Ma c’è un’altra ragione di fondo che lo spinge a simili arditezze: celebrare il trionfo dell’oralità, trasporre l’oralità nella scrittura. Una finalità doppiamente nobile: recuperare la cultura orale della defunta civiltà contadina e rinverdire una tradizione letteraria popolare che affonda le sue radici in Boccaccio.

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Sospesi

di Paolo Vincenti

Andrea Mantegna, Gesù Cristo nel limbo.

“Non lo so ancora, sto così, fra color che son sospesi”. Utilizziamo spesso questa espressione nel linguaggio quotidiano per indicare una situazione personale di indecisione o, ancor più, di mancanza di certezze, di attesa di conferme. L’espressione deriva dai versi danteschi “Io era tra color che son sospesi”, del II Canto dell’Inferno, v. 52, e dai versi 44-45 del IV Canto dell’Inferno “gente di molto valore conobbi che ’n quel limbo eran sospesi”, in cui si parla proprio del Limbo, il luogo dell’anti Inferno in cui Dante confina tutti coloro che sono vissuti in epoche precristiane e non hanno potuto essere illuminati dalla luce della Grazia; non tutti in realtà, perché anche nei tempi antichi esistevano “anime prave” destinate quindi alla dannazione eterna, ma solo gli “spiriti magni”, ossia quegli illustri personaggi, dotti, poeti, scienziati, benefattori, che, proprio come Virgilio, la guida di Dante nel cammino ultraterreno, – “Oh tu che onori scienza e arte”, dice poco appresso al suo mentore (IV Canto, v. 73) -, sono vissuti ai tempi de “li dei falsi e bugiardi”(I Canto, v.72). Non per loro colpa, certo. Tuttavia, una implacabile giustizia divina li ha condannati a quel luogo dell’Inferno, il Limbo, in cui essi non scontano una pena ma non hanno nemmeno la speranza di potere ascendere al Cielo. Restano così, sospesi, come “coloro che non hanno d’alcuna cosa perfezione e stanno fra il sì e il no, incerti d’ognuno…non hanno pene né allegrezze, e non sono del tutto disperati e non hanno speranza alcuna…”, spiega l’anonimo commentatore[1].

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Giuseppe Lisi, Il profumo del tempo. Scrittura immagine spazio

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I resti di Babele 79. Lo sguardo per una poetica della regia

di Antonio Errico

In principio è uno sguardo: leggero e profondo, ad un tempo, lucido e incantato, razionale e appassionato. Lo sguardo passa sulle cose, attraversa le storie, poi si sofferma sulla condizione di un particolare, ne decodifica il significante, ne interpreta il significato; anzi, i significati. E’ da quell’interpretazione dei significati, delle loro convergenze e delle loro divergenze, delle consonanze e delle dissonanze, delle analogie e delle differenze che comincia il lavoro di regia, la costruzione del testo cinematografico, l’analisi semantica.  E’ questa poetica delle sguardo l’espressione che identifica e connota la ricerca cinematografica di Simona De Simone, originaria di Nardò, conosciuta con il nome d’arte di Nuanda Sheridan. Un’intensa formazione cinematografica e teatrale in Italia e all’estero. Per la De Simone, lo sguardo è il metodo di comprensione di quello che accade, di quello che è accaduto, e le cose che sono accadute si chiamano storia, e la storia significa identità, memoria, narrazione che annoda passato e presente lampeggiando riflessi verso il tempo futuro. Perché è la dimensione del tempo, il suo farsi e disfarsi, la sua concretezza e la sua sfuggenza che costituisce il nodo da sciogliere per comprendere il senso sostanziale, essenziale della storia. Con il tempo si confronta Nuanda Sheridan. Con quello che scorre intorno, certamente, ma anche, forse soprattutto, con quello che scorre dentro. Si confronta lasciandosi sempre sorprendere dallo stupore per l’inatteso, dal senso insospettato che emerge, improvviso, dalle profondità dell’esistenza. Lo stupore è il nucleo, il lievito della sua poetica che si fa testo attraverso la scena. Lo stupore porta Simona De Simone alla scoperta di quell’ Altro che a volte sussurra e a volte urla una domanda di comprensione: della sua identità, della sua origine, della sua radice. Per Nuanda Sheridan, fare regia cinematografica significa realizzare un’indagine nei contesti esistenziali, sentimentali, antropologici della memoria, attraversare i suoi territori, le sue stratificazioni, confrontare esperienze, conoscenze.

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Con Valentino De Luca per le storte vie di Lecce

di Maurizio Nocera

Quel giorno che mi telefonarono per dirmi che Valentino se n’era andato per altre vie dalle quali non si può più tornare, mi venne un nodo alla gola. Uscii di casa e mi orientai verso il solito luogo dei nostri incontri. Quello dove ci siamo incontrati negli ultimi dieci anni: la Tipografia del Commercio di Alberto Buttazzo, luogo meraviglioso, carico di storia, di odori e profumi tipografici, che ammaliavano entrambi.

Alberto Buttazzo, che conosceva bene Valentino sin dal periodo scolastico, ci aspettava tutte le sere. Valentino ritornava dalla sua passeggiata, proveniente da piazza Sant’Oronzo attraversando via dei Perroni, io invece arrivavo da Porta San Biagio. Con Alberto, che ci parlava delle cose accadute durante la giornata, vivevamo un momento d’incanto. Ci piaceva ascoltarlo. Poi, Valentino parlava dei suoi progetti, dei suoi desideri urbanistici per la città. Infine, quando gli argomenti si esaurivano, Alberto chiudeva la tipografia e noi due ritornavamo verso le nostre rispettive case, non molto distanti l’una dall’altra. A volte ci dividevamo sotto Porta San Biagio, altre invece, soprattutto dopo avere saputo della sua malattia, la separazione avveniva nei pressi dell’ex Collegio Argento (oggi Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano”), sul trivio della rotatoria.

– Buonanotte Valentino. Riposa bene.

– Altrettanto Maurizio.

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Max Hamlet Sauvage

di AleVinx

A Maglie, presso la Galleria della Fondazione Capece, dal 13 al 31 agosto si è svolta la mostra dell’artista Max Hamlet Sauvage. Acrilici, acquerelli e disegni dell’artista originario di Gallipoli hanno animato l’esposizione “Pablo Picasso by Max Sauvage – Guernica e l’omaggio al cubismo”, patrocinata dalla Regione Puglia, dalla Provincia di Lecce, dalla Pro Loco “Avv. Luigi Puzzovio” e dal Comune di Maglie.

Con oltre 75 mostre personali all’attivo, allestite in diverse città d’Italia e in molti Paesi europei, Max Sauvage è considerato da gran parte della critica come uno dei più importanti rappresentanti del cosiddetto pop-surrealismo italiano.

Le opere di questo artista salentino possono essere considerate come vere e proprie finestre aperte su un universo parallelo, onirico e surreale, popolato da creature silenziose e “geneticamente” modificate che si presentano con corpi umani e teste di animali — molto simili, ad esempio, alle donne con testa di pellicano o d’oca del dipinto En visite di Alberto Savinio, o alla sposa-civetta de La vestizione della sposa di Max Ernst.

Gli ambienti in cui questi esseri ancestrali si muovono sono quelli tipici della ricca e opulenta borghesia. Gli innumerevoli acrilici e chine che, insieme alle sculture, compongono il corpus artistico di Sauvage hanno così per oggetto sontuosi party con sofisticate e annoiate signore circondate da uomini d’affari in smoking, pomeriggi in lussuose piscine con pin-up intente a prendere il sole sorseggiando un cocktail, ladies all’aeroporto in attesa di eleganti limousine, cene in raffinati ristoranti, allegre combriccole su isole esotiche, interni ed esterni di prestigiosi hotel.

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Le nozze contrastate di Francisco Ruiz de Castro, viceré ad interim di Napoli, con Lucrezia Gattinara Lignana, contessa di Castro e duchessa di Taurisano (parte prima)

di Roberto Orlando


Francisco Ruiz de Castro (da D. A. Parrino, Teatro eroico e politico dei governi de’ Viceré del Regno di Napoli, tomo II, per Francesco Ricciardo, Napoli, 1730, p. 26).

    Il Conti di Lemos (Galizia, Spagna), fino agli inizi del sec. XVII, avevano seguito una politica matrimoniale indirizzata sempre verso gli ambienti della Corte e dell’alta aristocrazia spagnole; infatti, nel corso della loro storia secolare, riuscirono ad imparentarsi con i casati più potenti ed influenti di quel regno, quali i Pimentel, i Trastámara, Andrade, Braganza, Chinchón, Sandoval, Rojas, Borja, Gelves, Lancastre, Mascarenhas, La Cueva, Mendoza, Portocarrero, Colón, Zuñiga, Centurion ed altri.

     Francisco Ruiz de Castro (1579-1637)[1], VIII Conte di Lemos, dopo la morte del fratello Pedro (1560-1622), viceré di Napoli, interruppe questa atavica tradizione, estendendo tale politica matrimoniale alla penisola italiana, nella quale già dalla metà del XVI secolo alcuni esponenti della casata galiziana avevano avuto importanti incarichi politici e di rappresentanza diplomatica: nel 1555, ad esempio, Fernando de Castro y Portugal (1505-1576), IV conte di Lemos e I marchese di Sarriá, fu nominato ambasciatore a Roma,  ed alcuni loro parenti si erano trasferiti dalla Spagna nel regno di Napoli, come, nel 1550, Carlos Taviel de Andrade, signore di Feria, Ufficiale di Marina in servizio  nella città partenopea.


Tanzio da Varallo (1575-1633), probabile ritratto di Lucrezia Gattinara Lignana (Milano, Pinacoteca di Brera). Tanzio da Varallo era uno dei pittori protetti da Francisco de Castro.

    Le nozze con Lucrezia Gattinara Lignana, che Francisco aveva conosciuto proprio durante i primi anni del suo soggiorno napoletano (1599-1603), furono celebrate secondo il rito cattolico nella capitale del viceregno, nel maggio del 1604 (ma alcune fonti letterarie spagnole e inglesi indicano il 1605 o il 1610), secondo le disposizioni del sovrano spagnolo, il quale aveva ordinato che il matrimonio venisse celebrato  dopo la fine del mandato di  Luogotenente generale del  Regno di Napoli,  pena  la  destituzione immediata da quell’incarico [2]. La celebrazione delle nozze avvenne, nonostante il diniego della madre di lui, la contessa di Lemos e viceregina di   Napoli, Catalina de Zuñiga Gomez de Sandoval Rojas y Borja (1555-1628), che per la delusione abbandonò Napoli e se ne tornò a Valladolid per assumere il compito di “Camerera Mayor” della regina Margherita d’Austria – Stiria (1584-1611) [3].

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L’illusione della neutralità. Fabrizio De André tra miti di pacificazione e impegno politico

di Gianluca Conte

Nelle dinamiche del dibattito pubblico contemporaneo, in particolare all’interno delle piattaforme digitali e dei social media, assistiamo sempre più di frequente a un fenomeno di rivendicazione paradossale: la pretesa «non appartenenza» di Fabrizio De André ad alcuna corrente politica o di pensiero. A prima vista, un’operazione del genere potrebbe sembrare mossa da buone intenzioni, quasi come il tentativo di preservare l’artista da strumentalizzazioni di parte o da becere appropriazioni di fazione. Tuttavia, a un’analisi socio-critica più attenta, emerge una realtà completamente diversa e assai più insidiosa. Ci troviamo di fronte a un meccanismo assai comune e consolidato nell’industria culturale moderna, ovvero la neutralizzazione del pensiero in nome di un’universalità annacquata. Quando un autore raggiunge la statura di un gigante e diviene «patrimonio nazionale», la tentazione diffusa è quella di smussarne le asperità, smontarne la carica contestatrice e piallarne le prese di posizione più scomode per renderlo commestibile a chiunque, indipendentemente dalla sensibilità etica o politica dell’ascoltatore.
Ridurre l’immensa opera artistica e letteraria di Fabrizio De André a un generico «patrimonio di tutti», cioè un contenitore neutro all’interno del quale ogni spettatore può sentirsi assolto e a proprio agio, significa fraintendere in modo radicale e fuorviante sia la sua poetica sia la sua stessa traiettoria esistenziale. Faber non è mai stato un «paciere» neutro; la sua arte è stata, fin dagli esordi e sino agli ultimi lavori, un campo di battaglia concettuale e umano.

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Antonio Prete, Il Cantico delle Creature. I Fioretti. Dittico francescano

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Canzone antica in quartine

di Antonio Prete

Ti cerco, amore di terra lontana,

per  boschi fitti, ma nella radura

sei vento, quando appari, e nube vana,

sei pioggia, grandine, sei luna oscura.

.

Ti cerco, donna d’altrove vestita,

nei porti d’Orïente, e sulla riva

sei riso d’onda, sei vela ferita

che ha serrato i miei sogni nella stiva.

.

Ti cerco, amore di ignota contrada

per villaggi e città, ma sei vapore

e fumo, ombra nebbiosa sei che vaga

e si disperde nel giorno incolore.

.     

Ti cerco, donna di niente fiorita,

nel buio dei pensieri, e sei respiro,

sei corpo e riso che guizza di vita,

sei velenoso profumo che aspiro.

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