Metamorfosi

di Antonio Prete

Gianlorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1623, Galleria Borghese, Roma.

Non c’è pensiero o affetto, sosteneva,

che si perda nel nulla.

Amori e turbamenti fluttuano nell’aria,

sono nube, pulviscolo di luce.

O vapore lunare.

Nello schiudersi del fiore,

o nel formarsi di una stella,

quel che accade ha lo stesso respiro

del tuo desiderio.

Niente muore davvero.

Per questo qualche volta una nuvola

ha forma d’animale, o sopra le ali

di una farfalla c’è il disegno di una rosa:

figure di un legame, parvenze fuggitive

di una trama condivisa.

.

Ma questo è solo il sogno di una metamorfosi,

diceva. Un sogno che la parola oppone

al silenzio che la abita,

la materia al vuoto che l’assedia. 

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Scritti cittadini 10. Ricordo di Carlo Caggia

di Gianluca Virgilio

Franco Cudazzo, Captivus (1990).

Ieri non è stato un buon Ferragosto. Alle tre di notte, mentre tutti dormivamo, Carlo Caggia ci ha lasciati. La lunga malattia ci aveva preparati a questo esito, e tuttavia l’incredulità, lo sbigottimento, il dolore per la sua morte non sono stati minori.

Il mio ricordo di Carlo Caggia risale a trent’anni fa, quando, ancora ragazzino, di domenica mattina accompagnavo mio padre presso il suo studio d’avvocato in Corso Garibaldi. Niente consulti professionali, la domenica, i discorsi erano altri. Si doveva preparare il menabò del “Corriere”, discutere con gli amici gli articoli più importanti, commentare l’andamento della politica locale. Lo studio d’avvocato, pieno di codici e di digesti, di regolamenti e incartamenti, si trasformava nella redazione del giornale della sinistra galatinese che in quegli anni (Settanta e Ottanta) faceva l’opposizione non solo al governo cittadino, ma anche all’altro giornale di Galatina, “Il Galatino”. Carlo Caggia dirigeva il “Corriere” nelle sue varie titolazioni: “Il Corriere Nuovo”, “Corriere”, “Il Corriere”. Lo vedevi sempre con la sigaretta accesa che gli pendeva dalle labbra, da cui la staccava solo per deporre la cenere o per spegnerla. Per via delle sigarette aveva la voce un po’ rauca, ed io da ragazzino ne avrei tratto qualche motivo di timore se non fossi stato rassicurato dal suo atteggiamento franco, diretto, talvolta brusco, sempre privo di quella leziosità un po’ sospetta che spesso gli adulti riservano ai ragazzini quando vogliono conquistare la loro simpatia.

Pubblicato in Genetliaci, Anniversari, Necrologi, Commemorazioni e Ricordi, Scritti cittadini (2008) di Gianluca Virgilio | Contrassegnato | Lascia un commento

Un bivacco sulle rovine: Ennio Flaiano e l’esperienza del teatro (parte prima)

di Ettore Catalano

Shopping e conoscenza: un piccolo Hamlet

“Non è vero che la facilità delle comunicazioni accresce la capacità di conoscere, o affini la cultura del viaggiatore. Anzi la facilità di trasportarsi da un luogo all’altro ottunde il valore della sorpresa e ci offre come acquisite le conquiste che un tempo si dovevano lungamente desiderare. Il pellegrinaggio non è tanto nel raggiungere la meta, ma nel raggiungerla con quel conveniente lasso di tempo che permetta di agognarla, e di farne veramente lo scopo spirituale del viaggio … Gli aeroporti sostituiscono le cattedrali, gli alberghi le abbazie, e lo shopping la conoscenza”. 1

Ennio Flaiano, in una rapida annotazione datata 1965, così coglieva i segni di quel «naufragio» che aveva già intravisto nella sua collaborazione con Fellini 2, condensando nella pagina il reticolo immaginativo del viaggio e la folgorante occasionalità di un passaggio che non accresce conoscenza, bensì ne annulla e soffoca, in chiave di ingegneria turistica, il potenziale di sorpresa produttiva. Flaiano, col distratto raccoglimento e la lucida mancanza di progettualità della sua scrittura «satirica», sembra toccare l’aggrovigliata contraddittorietà di una società che sta vivendo la rivoluzione dell’informazione e l’ansia angosciosa di una rapida perdita di centro, la velocità della diffusione delle notizie («Si sa tutto di tutto»3) e l’ignoranza per quanto poi ci accade quotidianamente, donde la noia e la tristezza, l’amaro sapore di una conquista che ci ricaccia sempre, per dirla con lo stesso Flaiano, nella «nostra stanza, la cuccia dove i problemi ridiventano insolvibili». 4

Ed è certo singolare l’impasto di gusto per la scoperta e di diffidenza «umanistica» di un intellettuale come Flaiano, che si è sempre occupato dei nuovi linguaggi artistici (il cinema, il teatro), con una curiosità acuta e tagliente, se non si coglie quel pessimismo di fondo che anima la scrittura di Flaiano e la configura forse come uno degli osservatori più ricchi da cui guardare al processo di deperimento storico della forma letteraria ed ormai all’esaurito suo slancio protagonistico, almeno secondo quelle scansioni che avevano in- augurato il primo tempo della società di massa in Italia. 5

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Il mio geco è ben sveglio…

di Eugenio Imbriani

Ma tu non dovresti essere a nanna? Ormai è autunno avanzato. Guarda, mi risponde il geco: intanto non fa ancora freddo, da mangiare si trova, il giaciglio è pronto, ma non ho nessuna voglia di mettermi a dormire. Siete troppo divertenti.

Pensavo che le accuse a Youssef Siher di aver organizzato i disordini del 17 ottobre dopo che erano già avvenuti avessero raggiunto le vette del surreale: sono state superate, però, dal commento di Giorgiamadrecristiana che, dopo aver definito vergognosa la scarcerazione del suddetto, per giustificare l’uscita fuori luogo (fuori dal vaso, diciamo), ha aggiunto di aver sbagliato, nella sua dichiarazione, solo il tempo di un verbo; nemmeno fosse all’asilo: domani mi hai rubato il temperino. E Tajani, orsetto saltellante garantista: Siher è stato colto in flagranza di reato (ricordo che sul simbolo del suo partito c’è ancora il nome del defunto pregiudicato Berlusconi). Adesso, dopo la sconfitta di Trump: mai stati trumpiani, per carità, dichiara l’orsetto nascondendo dietro la schiena il cappellino MAGA. E la madrecristiana? E Salvino (al singolare, uno è già abbastanza)? Sollevandosi da posizione prona: in fondo non siamo mai stati buoni amici, lo abbiamo fatto, con sofferenza, nell’interesse della nazione. E quegli altri ministri che dopo aver votato la manovra di bilancio raccontano di non sapere che erano stati pesantemente decurtati i fondi per i rispettivi settori: hanno sbagliato anche loro il tempo, non del verbo, ma del voto.

Dai, è bellissimo, come si fa ad andare a dormire?

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Inchiostri 194. Gli aeroplani e Kafka

di Antonio Devicienti

Nel settembre del 1909 Franz Kafka, assieme ai fratelli Max e Otto Brod, a Montichiari, nei pressi di Brescia, assiste con trepidante entusiasmo  a una competizione internazionale di volo.

Sono anni pionieristici per l’aviazione, l’eroe è Louis Blériot, reduce nel luglio di quell’anno dalla prima trasvolata della Manica.

Kafka e gli amici giungono al campo di volo, è sollevato Franz, che temeva di essere in ritardo, perché vede il cielo ancora sgombro di velivoli volanti.

Lo scrittore si aggira tra gli hangar, legge i nomi degli aviatori, ne osserva gli aeroplani, il gran daffare dei meccanici, riconosce nella folla aristocratica e borghese che, come lui, è lì piena di curiosità, anche D’Annunzio e Puccini, ma, soprattutto, attende di vedere gli aeroplani decollare.

Lo scrittore osserva il campo di volo che gli appare come uno spazio enorme e vuoto  marcato soltanto, in lontananza, dall’asta segnavento: l’essere umano è ai suoi primi tentativi di volo e tutto (i motori da oliare e da regolare, le ali da sorreggere e spingere fino alla catapulta per il decollo, i comportamenti talvolta eccentrici dei piloti) tutto è nuovo ed eccitante.

Kafka scrive un resoconto che apparirà pochi giorni dopo sul quotidiano praghese di lingua tedesca Bohemia e che, riletto adesso, sembra trasformarsi in uno dei primi testi letterari che si accorsero di come la modernità stesse accelerando il proprio passo apprestandosi a cambiare radicalmente la vita delle persone – non per caso pochissimi anni dopo la giornata bresciana Karl Rossmann inizia il suo viaggio in nave verso l’America, catapultato in una modernità non sempre benevola e accogliente; sto parlando naturalmente del primo romanzo (rimasto incompiuto) di Kafka noto col titolo datogli da Max Brod Amerika – mentre gli aeroplani nel cielo di Brescia trasmettono entusiasmo e ottimismo, la bella luce italiana illumina la pagina kafkiana, la spinge in spirali ascendenti che seguono i primi voli, i primi velivoli meccanici capaci di vincere la gravità.  

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Zibaldone salentino (extrait 29)

di Gianluca Virgilio

« Trouver la manière de tuer le plus grand nombre d’humains dans le moins de temps possible ». C’est le célèbre début de l’Introduction à Science de la législation, 1780, du philosophe napolitain Gaetano Filangieri. « Quels sont les seuls sujets dont se soient occupés les souverains européens ces derniers temps ? Un arsenal formidable, une artillerie nombreuse, une troupe bien aguerrie. Tous les calculs, qui ont été examinés en présence des princes, n’ont été menés qu’en vue de la résolution d’un seul problème : trouver la manière de tuer le plus grand nombre d’humains dans le moins de temps possible. » La mise en italique est de l’auteur. Filangieri conclut sa pensée par ces mots : « La perfection de l’art le plus funeste à l’humanité nous révèle sans aucun doute un vice dans le système universel des gouvernements » (in Illuministi italiani Tomo V Riformatori napoletani, a cura di Franco Venturi, Riccardo Ricciardi Editore, Milano – Napoli, 1962, pp. 661-662).

Environ 250 années ont passé depuis ce temps-là, mais il semble que rien n’ait changé. Au contraire ! Les systèmes de destruction ont augmenté démesurément et l’industrie militaire s’est employée à perfectionner « l’art le plus funeste à l’humanité », l’art de la guerre. « Le vice des gouvernements » est toujours le même et rien n’autorise à penser qu’il puisse être corrigé. On peut mesurer par là à quel point la pensée philosophique qui vise à réformer les coutumes humaines est un horizon lointain, toujours inaccessible, et que par conséquent son ambition de se muer en action est vouée à l’échec. Mais il ne vaudrait sans doute pas la peine de vivre dans un monde privé de cet horizon !

***

Refoulement. Mes élèves me demandent un débat en classe, mais ils ne veulent pas parler de la guerre, ils sont saturés des grands discours qu’on en fait dans les médias et les réseaux sociaux.

– D’accord, dis-je, et de quoi voulez-vous parler ?

– De nous, de notre avenir, de nos aspirations, de notre vie, répondent-ils.

Et tout à coup, je ne sais plus si c’est moi qui me trompe en considérant la guerre comme le principal problème de notre époque, ou bien si mes élèves réagissent ainsi par autodéfense, pour éviter de penser à ce fléau qui pourrait annuler leur avenir, dans une sorte de refoulement qui, au moins dans l’immédiat, leur permet de faire des projets en continuant à vivre normalement la vie de tous les jours.

***

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La cultura dei Lumi per comprendere il mondo attuale

di Pasquale Guaragnella

Antonio Genovesi

Nei giorni scorsi il “Nuovo Quotidiano di Puglia” ha dato ampio risalto alle proteste degli agricoltori per gli alti costi dell’energia e all’intervista al Presidente del Consorzio DOP di Terra d’Otranto, il dottor Giovanni Melcarne, che ne ha dilucidato le cause. L’agricoltura ha – e si spera possa averlo in futuro – un ruolo primario nella Regione: un <deposito> senza uguali di risorse umane e di lavoro, che configura il paesaggio pugliese e ne disegna l’identità <storica>.

Identità storica. Tre secoli or sono era ben consapevole del ruolo decisivo dell’agricoltura nelle maglie dell’economia meridionale il più cospicuo degli illuministi pugliesi: il salentino Giuseppe Palmieri, autore di un’opera dal titolo emblematico, <Riflessioni sulla pubblica felicità relativamente al Regno di Napoli>. Nella voce <Agricoltura> più significativo era l’epilogo, riguardante i nostri territori dalla Terra d’Otranto alla Capitanata: “La natura (…) ha assegnato ad ogni regione un’attitudine particolare a certe produzioni e certe arti. Si avanza più secondando la natura (…) che non forzandola a concederci ciò che non ha voluto”. Diceva Palmieri di non forzare la natura di un territorio: e i doni della terra pugliese erano (e sono) l’olivo, la vite, gli ortaggi. Per questo era severo verso ogni grande proprietà assenteista, laddove lui, grande proprietario, aveva recato alle campagne notevoli innovazioni.

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Un delizioso libricino di Daniele Giancane

di Gerardo Trisolino

Questo delizioso libricino di Daniele Giancane, Cielo e terra. Diario di un poeta, pubblicato da Genesi Editrice 2016,  conferma la predilezione di Giancane verso il genere diaristico, di cui aveva già dato prova con Un anno dopo l’altro, uscito nel 2008 con La Vallisa di Bari, sua creatura editoriale insieme all’omonimo gruppo di poeti e alla rivista.

Nel contempo Giancane confessa la sua fedeltà alla poesia, un genere che ha la prevalenza nella rilevante mole della sua produzione letteraria, che supera un centinaio di testi. In genere si tratta di libretti della stessa dimensione di questo, rapidi e densi, comunicativi e affabulanti. Giancane crede ancora nella capacità dialogica della scrittura, nella sua potenzialità mimetica. Tutto sommato è una predisposizione democratica: l’autore depone la sua aureola e coinvolge il lettore su aspetti comuni dell’esistenza e dell’esperienza quotidiana. Condizione preliminare è naturalmente un linguaggio semplice, una serie di riflessioni apparentemente scontate, ma capaci di penetrare nell’essenza delle questioni.

È il caso di quest’opera, che riesce a mettere in crisi tante certezze, che riflette specularmente (ma non speculativamente) la liquidità della condizione personale e intellettuale odierna.

Va dato atto a Giancane della sua strenua resistenza letteraria, che nasce dal convincimento che, dopo la crisi delle ideologie e dei massimi sistemi, solo la poesia riesce a dare un senso autentico all’esistenza. Una ipotesi romantica? Sicuramente. Ma almeno testimonia la fede assoluta che Giancane riserva alla poesia, di cui confessa d’essere un devoto e disinteressato officiante. È risaputo, infatti, che i poeti non si arricchiscono vendendo i loro libri, che hanno tirature minori rispetto ad altri generi e un pubblico di nicchia. Ma si sa che le “verità” e il fascino della poesia non sono misurabili in termini di mercato.

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Marcello Toma, Copia della Danae di Klimt


Olio su tela, 74,5×80 cm, 2026.
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Sull’illegalità della nascita dello stato sionista d’Israele

di Maurizio Nocera

Gioiamo per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a NAVANETHEM (Navi) PILLAY, magistrata sudafricana, già giudice della Corte Penale Internazionale.

L’idea di fondare uno Stato sionista di Israele nacque nella Società delle Nazioni (oggi ONU) il 29 novembre 1947 (seduta n. 128, presenti 57 Stati, Risoluzione 181: piano di spartizione della Palestina in due Stati indipendenti (uno ebraico e l’altro arabo) più un regime speciale per Gerusalemme. Fino a quel momento la Palestina si trovava sotto protettorato britannico. In quella terra il nome Israele non esisteva.

Votarono a favore 33 Stati: Australia, Belgio, Bielorussia (RSS), Bolivia, Brasile, Canada, Cecoslovacchia, Costa Rica, Danimarca, Repubblica Dominicana, Ecuador, Filippine, Francia, Guatemala, Haiti, Islanda, Liberia, Lussemburgo, Nuova Zelanda, Nicaragua, Norvegia, Paesi Bassi (Olanda), Panama, Paraguay, Perù, Polonia, Svezia, Sudafrica, Ucraina (RSS), Unione Sovietica, USA, Uruguay, Venezuela.

Votarono contro 13 Stati: Afghanistan, Arabia Saudita, Cuba, Egitto, Grecia, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Siria, Turchia, Yemen.

Si astennero 10 Stati: Argentina, Cile, Cina, Colombia, El Salvador, Etiopia, Honduras, Messico, Regno Unito, Jugoslavia.

Assenti (Siam, oggi Thailandia)

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Lettera 44 47. Quella conoscenza liquida di cui forse non resterà niente

di Antonio Errico

Ormai si è fatto tutto così friabile, così degradabile, così deperibile. Anzi, come si dice alterando la metafora di Zygmunt Bauman, si è fatto tutto liquido. Le ideologie sono liquide. L’economia, l’informazione, la comunicazione, le teorie, i metodi, le storie, la Storia, i sentimenti, le ragioni, le passioni: si è fatto tutto liquido. Si è fatta liquida la vita. Ancora Bauman: Vita liquida. Ma a volte mentre si galleggia nell’oceano di liquidità, accade di sentire, più o meno inconsciamente, il bisogno di un salvagente di solidità: di un qualche riferimento che non si frantumi rapidamente, di certe condizioni che non si trasformino continuamente. Di una certezza su cui confidare, di una qualche consapevolezza che possa servire ad evitare lo sprofondamento nella liquidità. Insomma, si sente il bisogno di capire se esiste una maniera di salvarsi. Anche la conoscenza si è fatta liquida e – forse- sente il bisogno di solidità.

Una conoscenza liquida è suggestiva. Una conoscenza solida è necessaria. La conoscenza liquida svapora, si dissolve, lascia un vuoto. È come se non ci fosse stata mai.

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Magnifica humanitas – Maglie, 5 novembre 2026

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Raffaele Nigro ovvero la mia idea di letteratura

di Ettore Catalano

Ettore Catalano e Raffaele Nigro

Secondo Luis Sepulveda, la maggiore ambizione di uno scrittore dovrebbe essere quella di dare voce a chi non ha voce, rammentandosi che la scrittura è memoria che si incide a lettere di fuoco nel tessuto opaco della storia e delle infinite storie che nascono dal cuore e dall’intelligenza di chi scrive.

La responsabilità etica e il talento estetico devono procedere uniti, pena una dissociazione profonda che renderebbe menzognere le parole e la letteratura un parco giochi privo di necessità e incapace di rispondere a un semplice perché: perché scrivo? perché leggo?

Uno scrittore di ormai lungo corso, cresciuto fra le interrogazioni estreme di Dostoevskij e il fascino del cantastorie, sa bene quel che voglio dire e lo ha espresso nei momenti più alti della sua vicenda letteraria inventando fascinosi fantasmi e distruggendo insieme i presupposti stessi di una  storia letteraria fondata su scontati e attardati parametri di un sud lamentoso e incapace di positività.

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“I vulnerabili”, l’ultimo mega romanzo del ciclo “Gli speranzosi” di Luigi Di Seclì

di Roberto Orlando

      Esistono romanzi che narrano storie fantastiche, ma che a livello letterario risultano poco significativi; e ci sono romanzi che raccontano l’esistenza di persone normali, storie che sembrano banali, ma che nascondono percorsi di vita, che equivalgono a piccoli tesori dell’esistenza umana. Si possono scrivere dei mediocri romanzi su delle vite straordinarie, mentre le vite più silenziose, marginali, se analizzate con affetto, compassione e grande cura, possono produrre uno straordinario patrimonio letterario. A questa seconda categoria appartiene senza ombra di dubbio il romanzo dello scrittore taurisanese Luigi Di Seclì I vulnerabili (Amazon Italia Logistica, 2026, pp. 552, uro 20), l’ultimo del ciclo “Gli speranzosi”, dopo i mega romanzi “Le Dodici fatiche di Ercole” (1986), “I Dieci Comandamenti” (1994), “Le Dieci Piaghe d’Egitto” (2001), “Il Diluvio Universale” (2017).

     L’opera è strutturata in dieci “libri”, a loro volta suddivisi in diverse brevi “inquadrature”, autentici quadretti d’ambiente e di vita.

     Il protagonista si chiama Ludovico Ludovici, da identificare con lo stesso autore, uno scrittore-protagonista che affronta cautamente e pacatamente le vicissitudini di una vita ordinaria e normale senza nulla di particolarmente speciale; che trascorre le giornate abitudinariamente, meditando, scrivendo e vendendo le sue opere letterarie porta a porta avvalendosi anche dell’aiuto di altra persona; che vive in un tranquillo e sperduto paese di provincia, in una modesta ma accogliente casa popolare, nel tepore degli affetti domestici, con l’instancabile fattiva moglie Apollonia, che si diletta anche a leggere testi narrativi, che l’autore inserisce in alcuni capitoli del romanzo. Gli altri personaggi sono le figlie, che lavorano al nord, con cui ha un rapporto idilliaco, e un’umanità di esulati, di invisibili, ma che hanno la forza di chi lotta per la propria dignità, giustizia e libertà contro il potere e le avversità della vita.

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Annie Magnier-Gamet, Années d’apprentissage

Di prossima pubblicazione.
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Il futuro ha un cuore antico

di Franco Martina

Non fu tranquilla in sede costituente la formulazione di quello che sarebbe stato l’articolo 9, relativo al paesaggio e ai Beni culturali. D’altra parte era una novità la ‘costituzionalizzazione’ di una simile materia. C’era il solo esempio della Repubblica di Weimar. Una personalità come Riccardo Lombardi, per esempio, si opponeva a inserire “piccole cose” in un documento solenne quale la Costituzione del Paese. Fu la tenacia di Concetto Marchesi, alla fine, a farlo accogliere, il 30 aprile 1947, come art. 29 relativo ai “Rapporti etico-sociali”. Ma il 20 dicembre era diventato l’art. 9 e quindi inserito tra i Principi fondamentali della Carta. L’aspetto più pregnante dell’art. 9 riguarda il suo testo. Fu merito di Emilio Lussu, e del suo convincimento per il decentramento politico-amministrativo come inscindibile forma di democrazia, a convincere l’Assemblea che non lo Stato dovesse ‘vigilare’ su monumenti storici e naturali del Paese, bensì che fosse compito della Repubblica la ‘tutela’ del paesaggio, del patrimonio storico e artistico della nazione. La Repubblica non lo Stato; tutela non vigilanza. Una formula bellissima per la sua semplicità. Un esempio per gli altri Paesi. Una formula che ha mostrato di possedere una forza dilatativa, che ha spinto, nel 2022, a aggiungere due nuovi, importantissimi, commi. E altri sicuramente se ne aggiungeranno.

Torna in mente questa storia leggendo Ambienti, sviluppo sostenibile e patrimonio storico-culturale. Studi e riflessioni sulle manifatture storiche: l’ex cartiera di Fermignano, a cura di Davide Pietrini e Ciro Elio Junior Saltarelli (Urbino University Press, 2026 ). Il libro raccoglie e sviluppa i risultati di un seminario di lavoro su un tema specifico relativo a “Ambienti e città. La cultura della gestione delle acque può aiutare lo sviluppo sostenibile?”, svoltosi il 25 settembre 2025 presso l’Ex Cartiera di Fermignano (Pesaro-Urbino), oggi Ex Lanificio Carotti”. Un tema che si è, evidentemente, allargato. Prendendo l’avvio dalla prospettiva storiografica impostata dagli studi di Giorgio Pedrocco, che ha dismesse, i quartieri operai, le miniere abbandonate, i sistemi ferroviari, i canali industriali e le infrastrutture energetiche non sono meri relitti di un’epoca conclusa, bensì forme materiali attraverso cui le società contemporanee continuano a costruire conoscenze sulla storia del lavoro, delle trasformazioni industriali, della de-industrializzazione e della trasformazione dei territori”.

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Le piume e la foresta

di Ferdinando Boero

[Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo un estratto del libro di Ferdinandso Boero, Le piume di Darwin. Perché la vita non si lascia ridurre a una formula, Laterza, 2026]

Ne L’Origine delle Specie Darwin spiega la differenza tra fisica e biologia con la metafora delle piume che dà il titolo a questo libro. Eccola qui: “Gettate in aria una manciata di piume, e tutte dovranno cadere al suolo secondo leggi definite. Ma come è semplice questo problema se confrontato con l’azione e la reazione delle innumerevoli piante ed animali che hanno determinato, nel corso dei secoli, i numeri proporzionali e i tipi di alberi che ora crescono su quelle vecchie rovine indiane!” Con questa metafora Darwin voleva farci capire non solo la differenza tra caduta di un corpo e crescita di una foresta, ma che le scienze della vita devono misurarsi con cause multiple, tempi lunghi, interazioni complesse — non con condizioni ideali e predizioni certe.

Le leggi definite sono quelle della fisica, Darwin si riferisce a Galileo e Newton. Le loro leggi sono predittive. La gravitazione universale prevede che la terra, di massa superiore rispetto alle piume, le attiri verso di sé, facendole cadere al suolo. L’intuizione di Newton, dovuta alla mela che gli cade in testa, attirata dalla terra, formalizza l’esperimento di Galileo, con i gravi che cadono dalla torre di Pisa. Darwin riconosce la validità di questa branca della conoscenza, ovviamente. Ma continua con “ma come è semplice questo problema” e lo confronta con lo sviluppo di una foresta, un fenomeno biologico-ecologico. Il numero di azioni e reazioni che portano alla foresta che Darwin sta ammirando dalle antiche rovine di un tempio pre-colombiano gli suggerisce un’intuizione paragonabile a quella della mela di Newton e gli suggerisce la genesi di una foresta, attraverso innumerevoli fenomeni che avvengono nel corso dei secoli.

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I resti di Babele 84. Vittorio Pagano, la ricerca delle parole nella profondità della memoria

 di Antonio Errico

Per quanto tempo visse, Vittorio Pagano impastò i suoi giorni con quelli di una città: con la sua anima felice, ferita, disperata, leggera come la cresta di un’onda, sanguinante come un rimorso infossato nel cuore. Ne assorbì il dolore bruciante; si confrontò con la sua umile arroganza, la sua nobile miseria, con i segreti, i riti, i miti, le voci delle ombre, il pianto delle statue, il silenzio dei viventi, il sonno dei morti.  È una città a Sud, quella di Vittorio Pagano: a Sud del Sud. Lecce. Città che si deforma e poi riprende forma. Che si decompone e poi si ricompone. Che si sfarina e poi si ricompatta. Sempre perduta e sempre ritrovata. La città che batte come il cuore, che fiotta come il sangue. La città dell’alba, della notte. Che muore ad ogni istante e ad ogni istante risorge. Città come realtà e come figurazione. In queste due condizioni si addentra Mitologie del Sud. Cartografia poetica di Vittorio Pagano, edito da Musicaos a cura di Simone Giorgino, di cui ha scritto su questo giornale Vincenzo Maruccio, rilevando come questo libro si inserisca in un contesto di studi “che ha valorizzato il Novecento salentino-pugliese liberandolo dalle angustie strettoie della perifericità e mettendolo in contatto con la letteratura italiana ed europea”.  Pagano aveva l’ansietà della visione: far apparire le cose che non si vedono, provocare la loro epifania, evocare figure sprofondate nella memoria, o maturate nella fantasia, far riaffiorare quello che è sommerso, come per salvarlo dallo sfacelo dell’oblio.

Lui sapeva bene che le creature che non sono – non sono più – restano vicine, si rifugiano in qualche parte di noi, per non essere abbandonate, per non abbandonarci, per farsi sentire ancora e per sentirci ancora respirare la vita che hanno respirato.

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La morte e le esequie solenni di Eleonora Duse, icona internazionale del teatro

di Rocco Orlando

     Eleonora Duse si ritirò dalle scene nel 1909, convinta di aver concluso la sua carriera; tuttavia, durante la prima guerra mondiale, l’attrice perse quasi tutti i suoi risparmi a causa di investimenti sbagliati e della svalutazione monetaria in Germania dove aveva depositato gran parte dei suoi guadagni. Nel 1921, a 63 anni e con la salute già gravemente compromessa da problemi polmonari, fu costretta a tornare a recitare unicamente per ragioni economiche. Benito Mussolini, compreso il valore propagandistico della Duse, le propose un vitalizio di Stato per meriti artistici e si offrì di coprire tutti i suoi debiti. Eleonora Duse rifiutò fermamente l’offerta in quanto accettarla significava legare il proprio nome alla propaganda del regime fascista e farsi “liquidare” dalle scene come un momento del passato. La Duse rispose che preferiva guadagnarsi da vivere lavorando sul palcoscenico finché le forze glielo avessero permesso, piuttosto che accettare quella che Matilde Serao definiva una “irrisoria pensione” o un aiuto condizionato dal potere politico. Nel celebre articolo di Matilde Serao su “Il Giorno” del 29 aprile 1924 “Perché Eleonora Duse è morta in America” fu messo a nudo questa ipocrisia: la Duse confidò alla Serao che in Italia non trovava più né teatri né il giusto sostegno, mentre dall’estero riceveva offerte dignitose e lucrose. La Duse partì per gli Stati Uniti il 16 ottobre 1923 dal porto di Southamputon nel Regno Unito imbarcandosi sul transatlantico Olympic della White Star Line (la nave gemella del Titanic) e arrivò a New York il 23 ottobre.

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Inchiostri 193. Il Deserto della Giudea secondo Lorand Gaspar

di Antonio Devicienti

Temo che il nome di Lorand Gaspar (1925-2019), uno dei più interessanti poeti di lingua francese del Novecento, sia quasi sconosciuto in Italia.

Intorno al 1990 egli scatta questa foto del Deserto della Giudea – Lorand Gaspar è medico chirurgo (ha esercitato negli ospedali di Gerusalemme, Betlemme e Tunisi), poeta appunto, e fotografo, ama la gente che incontra e quella che, nell’esercizio della professione, cura; parla correntemente l’ebraico e l’arabo, studia entrambe le lingue oltre che quelle antiche (ed estinte) della regione, ma estende i suoi interessi anche alle lingue e alle culture moderne e antiche dell’Egitto e della Mezzaluna fertile; quando può percorre gli spazi del Vicino Oriente, ne scrive, li fotografa.

Quest’inchiostro ha scelto una fotografia (Gaspar preferisce il bianco e nero) che probabilmente sa dire moltissimo della sua predilezione per gli spazi aperti e vasti del deserto, luogo che, come la pagina che attende la scrittura, non è affatto né vuoto, né sterile, né silenzioso, ma incredibilmente colmo di vita.

Lo sanno bene da generazioni che vi si sono avvicendate per millenni coloro che vivono nel deserto, che ne attendono la fioritura dopo la pioggia, che lo percorsero e lo percorrono, che lo rispettano.

Lorand Gaspar guarda con occhio non di colonizzatore, ma di uomo libero tra uomini liberi, ascolta e vede la sapienza di spazi di vertiginosa antichità.   

«Ce que cherche ma parole sans cesse interrompue, sans cesse insuffisante, inadéquate, hors d’haleine, n’est pas la pertinence d’une démonstration, d’une loi, mais la dénudation d’une lueur imprenable, transfixiante, d’une fluidité tour à tour bénéfique et ravageante. Une respiration» in Sol absolu et autres poèmes, Gallimard

“Quel che cerca la mia parola sempre interrotta, sempre insufficiente, inadeguata, affannata, non è la validità di una dimostrazione, di una legge, ma la messa a nudo di un bagliore inafferrabile, lancinante, di una fluidità di volta in volta benefica e devastante”.

Pubblicato in Inchiostri di Antonio Devicienti | Contrassegnato | 1 commento