1899 – Minacciosa ingerenza del comandante dei regi carabinieri d’Ugento nelle elezioni amministrative di Taurisano

di Roberto Orlando

Luigi Lopez y Royo (foto del 1893).

     Domenica, 9 luglio 1899, presiedute dal pretore di Ugento Michele Guastamacchia, si tennero nel Comune di Taurisano, in un clima estremamente teso e ‘fratricida’, le elezioni parziali amministrative per il rinnovo di otto consiglieri. Gli elettori iscritti assommavano a 269 (su una popolazione di 3.100 abitanti), invece i votanti furono 183. La base elettorale (unicamente maschile) era censitaria: potevano quindi votare solo quei cittadini che pagavano annualmente almeno 19,8 lire di tasse, oppure anche nullatenenti se si dimostrava di aver superato l’esame di terza elementare. Per tutti era richiesta la maggiore età, fissata a 21 anni. 

     Vinse il partito popolare guidato da Luigi Lopez y Royo (1858-1916) fu Nicola e di Giuseppina Colona, mentre lo schieramento sconfitto era capitanato dal minore dei fratelli Lopez y Royo, Alessandro (1863-1950).

     Risultarono eletti: Duca Giovanni Lopez y Royo (1844-1910), fratello di Luigi e di Alessandro, rieletto con voti 142; Vincenzo Antonio Notarpietro (1857-1916), maniscalco, rieletto con voti 122; Marco Luigi Preite, pizzicagnolo, rieletto con voti 130; Vincenzo Ciurlia, calzolaio, nuovo eletto con voti 128; Oronzo Stasi, rieletto con voti 123; Pantaleo Manco (1869-1936), agricoltore, rieletto con voti 111; Luciano Preite, fabbro-ferraio, nuovo eletto con voti 129; Vito Rizzello, falegname, rieletto, con voti 66.

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Salento a inchiostro di china: Regina tra due mari. Lecce Antica e nuova e il suo territorio

di Daniele Capone

 Scriveva Cesare Brandi nell’introduzione al celebre resoconto del suo itinerario attraverso la Puglia: «Un libro dedicato a una regione, in cui non si voglia offrirne né la guida né la storia, può facilmente cadere in un colloquio privato, al quale sia indiscreto convitare il lettore. E non nego che tale possa essere il pericolo di questo libro, se non ambisse a proporsi come il modo stesso di rivelarsi della Puglia a chi la ricerchi nella sua antica umanità, nel suo antichissimo aspetto, nelle sue sorprendenti e inattese fioriture artistiche».[1]

 Il famoso storico dell’arte, accattivante scrittore, nel suo lavoro si proponeva di costituire un filtro alle «candidature varie che di se stessa pone la Puglia a chiunque la percorra né con occhio distratto né col cuore altrove»[2]. Egli, al pari di Piovene, era uno degli ultimi della lunga serie di viaggiatori inglesi, irlandesi, francesi, tedeschi che dalla fine del XVIII agli inizi del XX secolo si erano spinti sino a Lecce. Alcuni di costoro sono noti a un vasto pubblico, in quanto editori come Congedo, Capone, Adda e altri hanno pubblicato le loro opere di viaggio, un tempo assai lette nei loro paesi d’origine (era l’epoca del grand tour che ha prodotto capolavori letterari: si pensi al Viaggio in Italia di Goethe e ai libri di Stendhal dedicati a Roma, Firenze, Napoli)[3]. Questi, al pari di Piovene, visitando Lecce, restarono affascinati non dai singoli – innumerevoli – interessantissimi monumenti, ma soprattutto, mi azzardo a dire, dall’aura poetica che si respira nella città antica, che negli anni Cinquanta-Sessanta, a differenza di quella di oggi, era abbastanza scrostata, ingrigita, corrosa, sostanzialmente degradata.

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I sepolcri di Giulio Ariosto, Guido da Lozzo, Costanza d’Este, della famiglia Bebi o Bibi, di Aicardino e Alvarotto degli Alvarotti nel complesso della Basilica di S. Antonio di Padova

di Rocco Orlando

     Zaramella scrive: “Uu cumulo di pietre coperte di malta, è l’aborto di un sepolcro mai costruito. Avevano buttato lassù un po’ di pietrame, poi ricoperto di calce, con la prospettiva di edificare lassù, in alto, un bel monumento a Giulio Ariosto, figlio del figlio di Ludovico Ariosto, quindi nipote del sommo poeta ferrarese. Ma il poeta dell’Orlando Furioso era già morto da vent’anni, morirono pure i genitori di Giulio e poi anche i nipoti, e il cumulo di pietre rimase”.

     Il Gonzati riporta la seguente epigrafe:

“IULIO ARIOSTO/ PATRIA FERRARIENSI/ LEPIDIS ATQUE INCORRUPTIS/ MORIBUS ADULESCENTULO/ NOMINE AVITO SATIR CLARO/ VIRGINIUS PATER AD TEMPUS FILIO/ III NON. OCT. MDLIII /VIX AN. XIII MENS. V DIES XVI (A Giulio Ariosto, originario di Ferrara, adolescente di costumi graziosi e innocenti, abbastanza famoso per il nome del nonno, il padre Virginio al figlio secondo l’opportunità. Il 5 ottobre 1553. Visse 13 anni,  5 mesi, 16 giorni).

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Perché il taglio alle accise è uno strumento sbagliato per ridurre l’inflazione

di Guglielmo Forges Davanzati

Trentaquattro anni fa, è stata abolita in Italia una delle principali misure di tutela del potere d’acquisto delle famiglie – l’indicizzazione dei salari, la cosiddetta “scala mobile”. Questo meccanismo, in vigore dal 1945 al 1992, garantiva l’adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi. Il suo superamento fu motivato alla luce della convinzione che rappresentasse uno dei principali fattori di propagazione della “spirale prezzi-salari” degli anni Settanta, e quindi dell’elevata inflazione di quel periodo.

Il 1992 è stato un anno cruciale nella storia recente dell’economia italiana. Dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’URSS, si scelse di far entrare la nostra economia nella nuova fase della globalizzazione con un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni e fondato sulla sistematica riduzione della domanda interna e sulla moderazione salariale.

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L’illusione della pace?

di Valeria Caputo

“Se è un dovere, e insieme una fondata speranza, realizzare una situazione di diritto pubblico… allora la pace perpetua… non è un’idea vuota.”

Immanuel Kant

Come scrive Norberto Bobbio, nell’introduzione a L’età dei diritti (1990), “il riconoscimento e la protezione dei diritti dell’uomo stanno alla base delle istituzioni democratiche moderne. La pace è a sua volta il presupposto necessario, per il riconoscimento e l’effettiva protezione dei diritti dell’uomo nei singoli stati, e nel diritto internazionale”. Gli orrori quotidiani a cui assistiamo in questo frangente dissestato e impervio della nostra esistenza, ci ha fatto dimenticare, o quasi, di tre termini indispensabili della vita condivisa e associata, ossia diritti, democrazia e pace.

Con i venti di guerra che soffiano impetuosi da più parti, la necessitas di una pace universale e perpetua diviene quanto mai urgente, qui e ora; occorre far leva sulla responsabilità collettiva (l’umanità come base comune), ma anche e soprattutto sulla responsabilità individuale, in cui ogni attore e protagonista della scena mondiale è tenuto a preservare non solo la propria vita, ma anche quella dell’intero genero umano.

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Manco p’a capa 309. Alex Zanardi ovvero l’ostinazione a vivere fino in fondo

di Ferdinando Boero

Ho conosciuto Alex Zanardi, sono stato ospite in una sua trasmissione: E se domani (2010-2011). Mi invitò per parlare di meduse e di scienza dei cittadini. Non era su una sedia a rotelle, camminava normalmente. Le protesi fanno miracoli. Quello che mi colpì fu la sua stretta di mano. Dopo l’incidente del 2001, in cui aveva perso le gambe, si era dedicato agli sport paralimpici, di cui diventò campione mondiale. Correva con una bicicletta a propulsione manuale, e quindi mani e braccia erano superallenate. Si sentiva. Girava per lo studio sfoggiando un sorriso radioso, ed era molto preparato. Si era ben studiato gli argomenti su cui avrebbe intervistato gli ospiti. Ci pensano gli autori, lo so, ma non sembrava uno che aveva “imparato la poesia a memoria”. Sembrava che l’avesse scritta lui. Niente auto-commiserazione. Noi ospiti eravamo un po’ rigidi. Non sai mai come comportarti con qualcuno che ha subìto menomazioni gravissime. Fai finta di niente? Ho un amico cieco che, ogni volta che ci incontriamo, mi dice: ciao Nando, che piacere vederti! E io lo prendo in giro, perché è cieco e non mi può mica vedere… Ci facciamo sonore risate. Ma lo faccio perché so che lui mi lancia un’esca. I neri d’America non sono contenti se li chiami nigger (negro) ma tra loro spesso si apostrofano chiamandosi nigger. Loro possono. Noi no. Idris, il comico nero che imperversò per qualche tempo a Quelli del calcio, in un’occasione si riferì a sé stesso come negher. Lui poteva.

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Nel niente

di Paolo Vincenti

Il tempo non raddoppia una vita;

quando scende l’oblio,

come un nero sudario,

le parole non dette,

gli abbracci imbarazzati

si perdono nel niente,

diventano niente.

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Antonio Stanca, Universum A-60


13-12-2004, olio su MDF, cm 80,2 X 80,2.
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Citazioni 37. Eh, caro Gianni…

“Eh, caro Gianni – gli dicevo a Celati un giorno che eravamo in treno per Milano – cosa speravamo dalla vita? Beh, la ricchezza non ci avevamo mai sperato, cioè lui e Gillian avevano sperato a un certo punto in un biliardo di sterline, che dovevano venire dalle speculazioni del fratello di Gillian, un biliardo, una cifra con quindici zeri, che avrebbe cambiato tutto il quadro dell’esistenza, ci facevano sopra dei sogni, di comprare una grande casa vicino al Po per ospitare tutti i loro amici, che però quei soldi non sono mai arrivati, perché già solo la parola biliardo faceva ridere, come un eccesso non enumerabile, da fiaba di Aladino e le Mille e una notte. Ma è meglio così, che non sia arrivato, perché la ricchezza è un lavoro, e un lavoro poco piacevole, far la guardia ai soldi se no te li succhiano da tutte le parti, non è un bel lavoro, come non è un bel lavoro la politica, guardarsi a destra e a sinistra, da amici e nemici, per galleggiare, non ci siamo portati. La soddisfazione vera è lasciare qualche seme, come dice Platone, che possa continuare a germogliare; beh i semi magari sono i suoi libri, di Celati, che continuano a vivere e parlare di lui; anzi, sono pezzetti della sua anima, con cui si può continuare a dialogare. Io me li tengo cari, nella prima edizione che ho letto. Siamo esseri fatti di parole, e le parole non muoiono. I libri sono porticine. Ne apri una, e dietro c’è Celati che parla, poi la richiudi, e per un po’ stai lì mesto, anche se c’era da ridere. Invece chi ha molti soldi si affanna per niente, e quando muore, muore per sempre.”

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia, Quodlibet, Macerata 2026, pp. 181-182.

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Mussolini e D’Annunzio, l’intreccio di due smisurate ambizioni

di Gianluca Conte

Tra i rapporti più complessi, controversi e affascinanti della storia italiana del Novecento vi è, senza alcun dubbio, quello tra Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio. Due figure di straordinaria forza carismatica, accomunate dalla vocazione alla grandiosità, al culto della parola, al disprezzo per la mediocrità borghese (perlomeno a parole!) e al sogno di un’Italia nuova, potente e imperiale. Il loro sodalizio, oscillante tra ammirazione e rivalità, tra alleanza e diffidenza, plasmò in maniera decisiva sia la cultura politica che l’estetica del potere nell’Italia del primo dopoguerra.

Un elemento interessante da mettere subito in rilievo è che tra i due non si trattò mai di un’influenza a senso unico; difatti, D’Annunzio forgiò un linguaggio e una ritualità politica che Mussolini assorbì e trasformò in strumento di governo; ma fu il futuro Duce a saper capitalizzare politicamente ciò che il Vate aveva seminato nell’immaginario collettivo. Studiare il loro rapporto significa comprendere le radici profonde del fascismo italiano, un movimento che nacque anche dalla fusione di letteratura e politica, di mito e violenza.

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Storia delle istituzioni politiche nel passaggio dalla monarchia alla repubblica e rinascita dei partiti politici – Galatina, 7 maggio 2026

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Cartolina postale 13. Al Maestro Edmond Jabès, Parigi

di Antonio Devicienti

Maestro,

nello scriverLe mi rivolgo anche, se mi è consentito esprimermi così, al Suo Ebraismo che è accogliente e ascoltante e amorevole.

Sono, questi, anni molto amari e bui.

Poiché il Suo Ebraismo subisce ed esperisce costantemente l’esilio, la sottrazione, la mancanza, la distruzione, il disprezzo e mai, mai restituisce il disprezzo, la distruzione, la mancanza, la sottrazione, l’esilio, ma sempre, sempre ribadisce ascolto e accoglienza, pietas e compassione, cosmopolitismo e ospitalità, per questo vengo a cercarvi rifugio e conforto.

Grazie al suo Ebraismo, Maestro, mi lascio permeare dal deserto che, svuotandola, colma la mente di amore per il vivente, sfoglio il libro del mondo udendovi risuonare migliaia di lingue, milioni di storie, imparo la sacra necessità del dialogo.

Una casa fatta delle lettere dell’alfabeto, ogni lettera chiamata a comporre parole di speranza e di fratellanza; una casa fatta di memoria, ma che non alberga odio né risentimento; una casa nomade e poliglotta. Una casa di nomi, tanti e diversi.

Un Sinai che apre all’altro, varco verso l’incontro.

Una Gerusalemme costruita di pietre che si colorano d’oro al sole e che risuona di molte lingue – e diverse.

Un Cairo dirompente di libri e di voci.

Una Parigi approdo e nuova partenza – perché si parte sempre di nuovo ogni volta che la penna tocca il foglio e ricomincia a scrivere…

[A. D.]

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Presentazione di Gerardo Trisolino, Rosario Jurlaro intellettuale eclettico e scrittore della civiltà contadina – Francavilla Fontana, 8 maggio 2026

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Marcello Toma, Sansevieria cilindrica


Olio su compensato, 35×25 cm, 2021.
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Lettera 44 31. Nella profondità della memoria si ritrova il senso delle storie

di Antonio Errico

Una volta, in una conferenza sul “Futuro della memoria” tenuta al Salone del libro di Torino, Umberto Eco ha detto che con il suo eccesso di informazioni “il web rappresenta una cultura che non ha messo niente in latenza e che a volte ci impedisce di capire”. Non solo. Nessuno ci può garantire che i supporti informatici di cui facciamo uso abbiano la stessa capacità e la stessa durata della carta.  Noi oggi possiamo ancora leggere libri di secoli; possiamo consultare archivi fotografici che ci restituiscono frammenti di passato e ci consentono di ricostruire un’immagine intera di quel passato attraverso la ricomposizione dei frammenti. Possiamo rovistare nei cassetti e ritrovare appunti su piccoli fogli di block notes ingialliti, con l’inchiostro forse un po’ stinto ma comunque decifrabili, o consultare i giornali di un’epoca e ricostruire una storia attraverso la cronologia, lo sviluppo degli eventi, le vicende dei personaggi. Possiamo anche – ancora – confidare nella memoria di un uomo e nella sua parola che tramanda il sapere. Ma le immagini  e i testi depositati in un floppy disk solo qualche anno fa, sono documenti quasi preclusi perché la tecnica ha prodotto macchine di un livello che esclude il livello inferiore.

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15 maggio 1913: inaugurazione a Casarano di una delle prime centrali elettriche della Provincia di Terra d’Otranto

di Roberto Orlando


Casarano, prospetto dello stabilimento “Luigi Capozza” con la Centrale Elettrica (foto anni Venti del Novecento).

     Il 15 maggio 1913, con una sontuosa cerimonia, venne inaugurata a Casarano la Centrale Elettrica “Luigi Capozza”, dal nome del promotore dell’iniziativa; centrale diretta dall’elettrotecnico Leopoldo Vandroux.
     Il Vandroux è una figura storica legata all’imprenditoria elettrica a Casarano, noto come capo meccanico, gestore dei contatori e dei i motori elettrici, nonché addetto alla vigilanza dell’intera rete elettrica, fungendo da punto di contatto per le installazioni private, le cui tracce documentali si trovano, oltre che nell’Archivio Storico Comunale di Casarano, anche nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma, collegato a registri e documenti dell’epoca fascista. 

     Alle caratteristiche della Centrale e allo svolgimento della cerimonia di inaugurazione dedicò ampio spazio la stampa salentina dell’epoca, in particolare i settimanali La Provincia di Lecce (a. 19, 18 maggio 1913) e La Democrazia (a. 13, 27-28 luglio 1912).

     La Centrale elettrica di Casarano, considerata la potenza del macchinario, fu sufficiente non solo alle esigenze sempre più crescenti dell’illuminazione pubblica e privata, ma anche ai bisogni industriali della fiorente cittadina del Basso Salento.

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Sullo stato della lingua italiana

di Antonio Prete

Negletta, priva d’odore, la lingua.

Scialba, gracile, sterpo di ramaglia,

fiamma sì fioca che pare s’estingua,

incerto  balbettio, accenno,  faglia

.

che lacera del pensiero la tela.

Ignora i gradi del sentire, come

l’azzurro svari nel giorno, non svela

né declina il dominio ampio del nome.

         .

Prigioniera della trionfante imago,

perde grazia, precisione, finezza,

si stempera nell’inerte, nel vago,

.

non dispiega del mondo la bellezza,

si versa in pioggia di twit, d’essemmesse,

in assenza del quia e del necesse.

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Manco p’a capa 308. In politica una “bella immagine” non basta!

di Ferdinando Boero

Silvia Salis mi piace molto come sindaca della mia città: non sopportavo che Genova, medaglia d’oro della Resistenza, e sempre in direzione ostinata e contraria rispetto alle tendenze politiche dominanti, fosse governata da giunte di destra. Salis appartiene alla sinistra e, fino ad ora, ha compiuto scelte di sinistra: appoggio alla flottilla e ai metalmeccanici, e altre cose che appartengono alla simbologia di sinistra. Tenta di mettere ordine nei conti del trasporto pubblico ma non ha avuto il tempo di dimostrare doti di gestione di una città. È presto, deve capire, circondarsi di persone competenti e fidate (prima di tutto competenti) e temo che dovrà fare scelte spiacevoli per la città, la capitale mondiale del mugugno.
Per una certa tradizione simbolica della sinistra, la sua estetica molto curata, elegante e mondana contrasta con l’idea di sobrietà e distanza dal lusso. La celebrazione del suo ultimo compleanno ha richiamato modelli di successo e visibilità pubblica più tipici di altri mondi politici: un linguaggio simbolico che può risultare ambiguo rispetto alla cultura politica a cui fa riferimento.
Le sue dichiarazioni di non voler rappresentare lo schieramento di sinistra alle prossime elezioni suonano come una sorta di “state sereni” per i tre segretari (più uno, perché Fratoianni e Bonelli sono sempre in coppia) dei principali partiti dello schieramento. Dice di non volersi candidare, ma poi dice che, se glielo chiedessero, ci penserebbe, ma non con le primarie.

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Presentazione di Angelo D’Ambrosio, Tutt’altre storie – Lecce, 6 maggio 2026

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La ricerca storica di Angelo D’Ambrosio

di Mario Spedicato

Non è la prima volta che accompagno l’approdo editoriale di una ricerca di Angelo D’Ambrosio, a cui sono legato da una solida amicizia e da una pluridecennale collaborazione accademica; l’ho fatto sempre con una vicinanza umana e scientifica partecipata, avendo condiviso e apprezzato i suoi svariati studi condotti nel tempo fra le pieghe della storiografia d’antico regime (confraternite laicali, clausura religiosa, regimi alimentari e regole monastiche, pratiche e terapie sanitarie). Una testimonianza che anche in questa occasione trova le sue profonde ragioni non solo per le tematiche affrontate, tutte orientate a fare emergere nuovi tasselli cognitivi di una certa originalità in particolari settori della ricerca storica, ma anche per gli interessanti risultati conseguiti, in massima parte frutto dell’assidua confidenza dell’Autore verso le fonti bibliografiche e archivistiche d’epoca, portate a galla e valorizzate abilmente grazie ad una padronanza acquisita con la frequente ‘militanza’ documentale.

In questo pregevole lavoro D’Ambrosio affronta alcuni aspetti riconducibili all’ampio spettro tematico connesso alla lunga e tortuosa storia della medicina che, colta nelle sue dinamiche a stretto contatto con la quotidianità della sopravvivenza umana, non ha mai smesso di coinvolgerci, tirata in ballo inesorabilmente ogni qual volta si è trattato di salvarci la pelle e riguadagnare la salute perduta; il dolore e la paura della sofferenza hanno reso sempre attuale il problema della guarigione, lasciandoci laicamente benevolenti, ogni qual volta siamo riusciti a venirne fuori sani e salvi, sia verso il progresso della scienza, sia verso le prestazioni del medico curante, sia verso le terapie farmacologiche intraprese con successo.

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