di Gianluca Conte

Vergangenheitsbewältigung è una parola tedesca che all’italiano medio farebbe una certa impressione, forse spavento. Significa, approssimativamente, «il lavoro di elaborazione e superamento del passato», e descrive quello che la Germania ripete a sé stessa da ottant’anni: musei, Stolpersteine incastonati nei marciapiedi davanti alle case da cui furono deportati gli ebrei, gite scolastiche obbligatorie a Dachau o Buchenwald, un intero apparato pedagogico costruito per garantire che «mai più» non restasse uno slogan da sbandierare in qualche occasione ufficiale ma diventasse un riflesso condizionato nazionale. È, con ogni evidenza, il progetto di memoria collettiva meglio finanziato e più esportato del pianeta, tanto da diventare un modello da studiare, quasi un prodotto tedesco di alta precisione, come le automobili o le macchine utensili. Poi arriva il 2026, e in Sassonia-Anhalt un partito la cui sezione locale è stata classificata dai servizi segreti nazionali come «caso accertato di estremismo di destra» viaggia, nei sondaggi, attorno al 40-42%, con una possibilità reale, mai verificatasi dal 1945 a oggi, di guidare un governo regionale tedesco. Non serve nemmeno calcare la mano, poiché il contrasto è evidente. È come se il Paese che ha inventato il vaccino contro il virus del nazismo avesse anche coltivato in vitro una sua variante resistente.























































































