Un porto io conosco

di Augusto Benemeglio

Un porto io conosco

Dove approdò Enea

Figlio di Venere

Si trova fuori mano

Ove i pini marittimi

E gli ulivi hanno il dorso

Piegato dalle tempeste

Alle soglie dei giardini

Grecanici che guardano

Le spoglie d’un angelo

Evaso dal cielo

Che illumina il mare

Con fasci di canone alate.

.

Un porto io conosco

Dove giungono ancora

Viaggiatori senza bussola

Né stelle né verghe

Senza pane né urne.

Si trova fuori mano

Ove una ragazza tacente

(Una sirena bianca

Veloce e cieca)

Discopre le quattro zone

Del cielo in cui precipitano

I moli e le banchine i ponti,

I vicoli e i nuovi pergolati

In bilico sulle lievi serre

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Presentazione di Pasquale Guaragnella, Illuministi meridionali – Galatina, 23 ottobre 2026



Comunicato stampa
 
Presentazione di Pasquale Guaragnella, Illuministi meridionali
Venerdì 23 ottobre 2026, alle ore 18:00, presso la Sala lettura della Libreria Viva, via Liguria 73,  a Galatina, Pasquale Guaragnella, professore emerito di Letteratura italiana presso l’Ateneo barese e attualmente direttore del sito Illuministi Meridionali (www.illuministimeridionali.it/), presenterà il suo ultimo libro intitolato Illuministi meridionali. Indagini su lessico e stili di pensiero, Pàtron Editore, Quarto Inferiore – Bologna 2026.
Gli studi del prof. Guaragnella spaziano dagli autori del Seicento (Sarpi, Galileo, Basile) a quelli dell’Otto-Novecento (Labriola, De Roberto, Pirandello, D’Annunzio, Ungaretti, Sbarbaro, Vittorini, Fenoglio), passando per il Settecento, il secolo dei lumi, a cui ha dedicato nel 2015 il volume dal titolo “È delle parole, quel che dei colori”. La ragione retorica da Giambattista Vico a Gaetano Filangieri (Franco Angeli).
L’opera presentata, Illuministi Meridionali, costituisce dunque un ritorno, o meglio una continuazione, della riflessione di Guaragnella sui temi relativi all’età dell’Illuminismo. Essa raccoglie studi perlopiù già editi in volumi collettanei degli ultimi quindici anni, dal 2010 al 2024, che ora appaiono ricomposti in un progetto unitario, un grande affresco del pensiero illuministico meridionale, il cui messaggio non va relegato in un’età remota, il Settecento, ma ha molto da dire ai nostri contemporanei.
Dialoga con l’Autore Gianluca Virgilio. Vi aspettiamo numerosi.
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Il grande scandalo del matrimonio di Luisa d’Asburgo-Lorena, la “principessa bizzarra”, con il pianista e compositore italiano Enrico Toselli

di Rocco Orlando

Enrico Toselli

     Figlio di borghesi di origine nizzarda, Enrico Toselli nacque a Firenze il 13 marzo 1883. “Fanciullo prodigio”, fin dai primi anni di età commosse il pubblico delle sale da concerto grazie ai suoi virtuosismi al piano. In seguito si dedicò alla composizione di facili arie popolari e a soli 17 anni divenne notissimo in Europa e in America, grazie alla romanza “Come un sogno d’or …”

     Nel 1906 conobbe a Firenze la principessa Luisa d’ Asburgo-Lorena, moglie divorziata di Federico Augusto, allora principe ereditario, ma destinato di lì a pochi anni a salire sul trono di Sassonia. Nonostante che la contessa di Montignoso – così Luisa si faceva chiamare- fosse maggiore di lui di 13 anni e madre di sei figli, Toselli ne rimase affascinato. Era una donna bella, piena di vita, che andava riempiendo le cronache europee con le sue stravaganze: si sposarono a Londra nel 1907.

      Fu tuttavia un matrimonio infelice, a causa della irrequietezza di Luisa che era afflitta da una vera smania di viaggiare e andava spostandosi da un angolo all’altro d’Europa, seguita da uno stuolo di domestici e inseguita da citazioni e conti da pagare. Nonostante la nascita di un figlio, Buby, i due si separarono nel 1912. Ispirandosi alla sua unione con Luisa, Toselli scrisse nel 1913 un’operetta dal titolo “La principessa bizzarra” . Tra le sue molte composizioni, per piano e orchestra,  si ricordano un Poema sinfonico ispirato al Fuoco di D’Annunzio e la nostalgia melodica Rimpianto, più  nota come Serenata.

     Gli ultimi anni di Toselli, invecchiato anzitempo e minato dalla tisi, ebbero il conforto dell’unione con Pia Santarini che gli fu compagna affettuosa fino alla morte avvenuta a Firenze il 15 gennaio 1926

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Scritti cittadini 8. Elegia del Teatro Tartaro

di Gianluca Virgilio

[Pubblico qui i miei Scritti cittadini, apparsi su vari fogli locali dal 2003 al 2008 e riuniti in volume presso Santoro di Galatina nell’anno 2008]

Sotto il sole di luglio, implacabile già alle nove di mattina, mi lasciavo trasportare dal mio scooter, divagando da una strada all’altra della città, quando all’improvviso sono stato raggiunto da un forte rumore di motoscavatrice, che mi filtrava di sotto il casco. Ho seguito l’onda martellante che mi ha condotto dinanzi ad uno spettacolo di rovine: a settantatré anni dalla sua inaugurazione, il Teatro Tartaro veniva abbattuto. Pochi sfaccendati e pensionati erano lì davanti, appoggiati alle transenne che impedivano la circolazione delle auto nella strada dove si effettuavano i lavori di abbattimento del Teatro di Galatina.

I proprietari, dunque, si erano decisi finalmente a togliere di mezzo quel rudere inutile ormai da molti anni! Ho fermato lo scooter. Ecco venire giù un calcinaccio con il suo ferro semiarruginito, una trave che opponeva una forte resistenza divelta da un’abile mossa del manovratore, e polvere levarsi dalle macerie, ecco la scavatrice spostarsi sul declivio della massicciata per posizionarsi meglio in funzione di una nuova fase del lavoro. La gente andava su e giù, lungo il passaggio lasciato libero per i pedoni, a debita distanza dai lavori in corso, volgendo uno sguardo distratto alla caduta dei massi di tufo, squarciati dal grande punteruolo della scavatrice.

Pare che la nuova costruzione conterrà anche una piccola e comoda sala cinematografica, non come quella che c’era prima, che alla fine del film ti faceva male il sedere per via di quelle sedie di legno troppo dure.

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Manco p’a capa 333. La vita non si lascia ridurre a una formula

di Ferdinando Boero

Negli ultimi mesi si parla sempre più spesso di un progetto ambizioso: costruire un gemello digitale dell’oceano, un Digital Twin of the Ocean capace di riprodurre in tempo reale le dinamiche fisiche, chimiche e biologiche dei mari del pianeta. L’idea, sostenuta da agenzie spaziali, istituti oceanografici e dall’Unione Europea, è affascinante: un oceano virtuale che assorbe dati da satelliti, boe e sensori per restituire previsioni su correnti, temperature, acidificazione, produttività e perfino sulla distribuzione delle specie.
Dietro l’entusiasmo tecnologico, però, si nasconde un problema antico. Chi costruisce questi gemelli digitali sa che i dati fisici e chimici dell’oceano – temperatura, salinità, correnti, nutrienti, ossigeno – sono oggi enormemente più ricchi, sistematici e continui di quelli sulla biodiversità marina. Possiamo simulare con grande accuratezza la fisica e la chimica di un tratto di mare; sappiamo molto meno bene quali organismi lo abitano e come interagiscono fra loro. Un gemello digitale dell’oceano rischia così di essere perfetto nella componente fisica e cieco in quella biologica: una fotografia nitidissima di un ambiente di cui non conosciamo bene gli abitanti. È un problema antico in veste nuova, che riguarda l’intero rapporto fra biologia e matematica.

Antonino Zichichi, fisico e divulgatore, ha scritto che una teoria priva di una formulazione matematica rigorosa resta fuori dalla scienza; per questo l’evoluzione, incapace di predire “il valore esatto dei tempi” del proprio corso, non sarebbe scienza. La premessa non è nuova: già Kant, nel 1786, sosteneva che in ogni dottrina della natura c’è tanta scienza quanta matematica vi si trova; la battuta, spesso attribuita a Lord Kelvin, secondo cui esiste solo la fisica e il resto è “collezione di francobolli”, esprime la stessa gerarchia fra scienze “dure” e scienze “molli”.

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Alberto Buttazzo tipografo artista leccese

di Maurizio Nocera


Foto tratta da www.quiSalento.it del 7 ottobre 2026.

Tutte le sere, nella città dove vivo, sono piacevolmente obbligato a fare minimo tre o quattro chilometri di strada a piedi. La salute prima di tutto.

E tutte le volte, una delle strade obbligate che percorro è quella che s’imbuca da Porta San Biagio per poi dirigersi verso Piazza Sant’Oronzo e i suoi dintorni. Subito dopo la Porta c’è via dei Perroni e, appena prima della straordinaria chiesa architettonica di San Matteo, si trova la Tipografia del Commercio di Antonio e Alberto Buttazzo. Scrivo Antonio perché egli fu, assieme a suo padre Umberto, nel 1926, il fondatore della nota azienda, nata come Tipografia “La Teatrale” per via della passione dei Buttazzo per il teatro; e dico anche Alberto (Lecce, 1939-2023) in quanto figlio del primo e, successivamente, colui che ha retto l’azienda fino al 16 marzo 2023. Di questa importante azienda tipografica leccese, nel 2010, è stato editato un libro – Antonio Buttazzo, tipografo leccese (Milella) – che fa la storia della ditta e, in un portfolio, pubblica alcuni degli straordinari manifesti da essa stampati soprattutto nelle occasioni delle feste patronali, i santi Oronzo, Giusto e Fortunato.

Il motivo della prescritta descrizione è dovuto al fatto che quasi tutte le sere, passando da lì vicino, mi fermavo nella tipografia un po’ per salutare e un po’ anche per ammirare sulle sue pareti gli straordinari prodotti tipografici, alcuni dei quali risalenti alla prima metà del XX secolo.

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Le drammatiche dimostrazioni studentesche di Lecce per le celebrazioni del Natale di Roma del 21 aprile 1915 (quarta parte)

di Roberto Orlando

(continuazione)

Educatorio Provinciale V. E. diretto dalle Marcelline (foto del 1901).

     Gli studenti leccesi delle scuole superiori deliberarono di rientrare nelle rispettive scuole pubblicando il seguente comunicato: “Gli alunni di tutte le Scuole secondarie di Lecce, colpiti nel più profondo del cuore della tragica fine del loro caro compagno Giuseppe Semeraro, ringraziano commossi della fraterna solidarietà i loro compagni di tutte le Scuole d’Italia.

     Elevano un grido di protesta contro le violente repressioni di manifestazioni ispirate agli alti ideali della Patria;

ma consci dei loro doveri verso la Famiglia e sovratutto verso la Patria che in quest’ora ha bisogno della concordia di tutti i suoi figli;

     serbando nell’animo il ricordo del loro amato condiscepolo; deliberano di riprendere gli studi, in attesa che l’opera della Giustizia assodi la responsabilità e non lasci invendicata la morte del Giovanetto”.

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Girolamo Comi: l’uomo e il poeta secondo Donato Valli, Carmelo Indino e Enrico Minerva

di Gerardo Trisolino

La bibliografia comiana si arricchisce di due nuovi titoli, usciti a distanza di un mese l’uno dall’altro: Chiamami maestro. Vita e scrittura con Girolamo Comi di Donato Valli (Manni, pp. 104, euro 13) e Girolamo Comi. Uomo di ogni giorno, curato da Carmelo Indino e Enrico Minerva (Lupo, pp. 186, euro 13).

Due pubblicazioni speculari che ci restituiscono un ritratto privato del poeta di Lucugnano, la sua dimensione umana, i suoi rapporti con i compaesani. Su tutto predominano le preoccupazioni che lo assillarono particolarmente nell’ultimo periodo della sua esistenza, quando si sentì perseguitato più che dal demone della poesia da quello dei debiti e dell’insolvenza finanziaria, dopo il tracollo di avventate iniziative imprenditoriali, come l’apertura di un oleificio. E trovò conforto solo nella fede, che aveva ritrovato nel ‘33, dopo la dissipata giovinezza in Svizzera e in Francia.

Sulla scorta del tuttora inedito Diario di casa che Comi aveva iniziato a scrivere a partire dal 18 ottobre 1958 e che giunge fino a qualche mese prima della morte, avvenuta il 3 aprile 1968, Valli penetra sommessamente e con pudore tra le pieghe dell’interiorità comiana, indaga sugli umori e sulle riflessioni che il barone-poeta affidò ai fogli di quei quattro quaderni manoscritti, annotati più per finalità consolatorie personali che editoriali. Il riscontro di ciò che egli vi scrisse ce lo fornisce lo stesso autore, che oltre ad essere il suo più grande studioso e ammiratore ne è stato anche il testimone più fedele: la sua amicizia con il poeta risale al ‘47, appena terminato il primo liceo al “Palmieri” di Lecce.

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Manco p’a capa 332. Digger: i fili che reggono la realtà

di Ferdinando Boero

Digger, di Alejandro González Iñárritu, divide la critica. C’è chi lo trova eccessivo e volgare; per altri è un capolavoro di recitazione e di sostanza. Dipende dal modo in cui lo si guarda. Se inteso come una rappresentazione realistica della crisi ambientale, è evidentemente assurdo; ma tutto cambia se lo consideriamo una rappresentazione della nostra incapacità di riconoscere l’assurdità della realtà.

Digger Rockwell, un irriconoscibile Tom Cruise, è un ricco petroliere texano, volgare, arrogante e convinto che il mondo debba continuare a funzionare secondo le sue regole.

Digger è quello che scava e Rockwell evoca Rockefeller. John Goodman è Trump. Il mondo va verso la catastrofe, ma lui è preoccupato per il suo cancro al culo, e ministri e consiglieri si raccolgono in preghiera attorno a lui, come succede nella realtà americana. Le espressioni facciali di Trump non sono molto diverse da quelle di Goodman: molte delle cose che consideriamo esagerate sono già realtà, e la recitazione segue questa logica.

Trump diffonde immagini generate dall’intelligenza artificiale di se stesso travestito da papa e video in cui bombarda con la cacca i suoi oppositori. È stato rimproverato a Iñárritu di non conoscere la misura, ma siamo sicuri che la realtà non abbia ormai superato la misura della farsa?

Il film, a un certo punto, smette di permetterci di attribuire tutta la colpa ai potenti.

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Viktorya

di Salvatore Carachino

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In due cinema di Verona si proiettava per alcuni giorni in prima visione il film Viktorya. Storia di una giovane donna ucraina immigrata nella città scaligera. Cast con nomi famosi e con la rivelazione della giovane attrice nei panni della protagonista. In tutti i turni le sale si riempivano e si faceva la fila. Il film era tratto dal racconto di Giorgio Dalben, veronese, docente di lettere al liceo, un quarantenne che tra pacchi di temi da correggere si provava anche lui a scrivere. Assurgeva così ad una qualche notorietà nella sua città in genere più propensa a eventi di breve durata che alla lettura.  

   Giorgio aveva scelto il Panorama, un locale rinomato sui primi rilievi collinari della città, per portarvi a cena il gruppo di una decina di persone tra regista, attori e tecnici. Sarebbe stata una festa per quello che si profilava un successo del loro lavoro, essendo uscite anche recensioni entusiastiche. Solo telefonando per la prenotazione pensò che avrebbe potuto incontrare la cameriera ucraina Anna Pavlova, non più vista da circa quattro anni. Era stato con lei in confidenza molto avanzata sì da avere ascoltato più volte del difficile rapporto con il marito, Ivan, che allo scoppio della guerra era ritornato in patria. Lei era andata a lavorare in un paese della provincia. Era l’ispiratrice del racconto nel quale diventava Vittoria mentre il protagonista maschile manteneva, quasi confessione autobiografica, il nome dell’autore.

   Ad un primo momento di entusiasmo alla notizia che si sarebbe girato Viktorya era subentrato in lui un profondo sconforto. Il suo nome era ignorato negli articoli di lancio usciti sulla stampa. Avrebbe voluto essere presente sul set nei tempi di disimpegno da scuola, ma gli avevano fatto capire che non aveva nulla da suggerire per la interpretazione dei suoi personaggi. Nelle brevi occasioni in cui sentiva recitare si convinceva che si portasse avanti un’altra storia, con altri sentimenti e che del suo scritto restassero solo nomi e luoghi. Non poco sconcertato all’idea che attore e attrice nei ruoli dei protagonisti provassero le scene passionali anche fuori del set.

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Il sogno dell’amico gechetto

di Eugenio Imbriani

Il mio amico gechetto mi ha confidato un sogno. L’autunno è per i gechi il tempo della riflessione, non fa ancora abbastanza freddo ma hanno già trovato un posticino riparato in cui mettersi a dormire e trascorrere l’inverno. Se le sono godute le notti estive, rimpinzandosi di zanzare e madonnelle, tra accesi innamoramenti e messa al mondo di eredi colorati. Il sogno, dice, è che gli stati europei si mettano d’accordo e inviino una spedizione militare alla Casa Bianca, con aerei e paracadutisti, come al cinema, rapiscano Trump (con la complicità di Melania, ovvio) e lo richiudano nella parte più alta della Tour Eiffel. Lui ne sarebbe addirittura contento, perché penserebbe di trovarsi in una degna succursale della Trump Tower, poi si lamenterebbe perché non troverebbe spazio adeguato per il salone delle feste. A quel punto Putin e Netanyahu smetterebbero di fare i gradassi. Io ho un sogno, mi dice, citando King. Va bene, non si realizzerà. Intanto, si sta leggendo la riforma elettorale della Meloni (concilia il sonno). Dopo i primi approcci al testo, mi spiega che secondo lui sul piano costituzionale non regge, ma è stata tessuta con tanti di quei nodi che la consulta sarà a lungo impegnata a scioglierli, e quasi certamente il suo parere arriverà dopo le elezioni, che avverranno quando deputati e senatori avranno cumulato il tempo utile per avere diritto al vitalizio, cioè quattro anni e mezzo di legislatura (lavorate, comuni mortali, fino a sessantasette anni e oltre, se ce la fate); ragion per cui il parlamento potrebbe venir eletto con una legge anticostituzionale, come peraltro è già successo. Sui dettagli della legge mi dirà poi qualcosa. Mi ha anche comunicato un dubbio: fermo restando che dall’altra parte stanno in alto mare, siamo proprio sicuri che Tajani (o Marina, meglio) e Salvini siano così contenti di indicare le Meloni come nuovo presidente del consiglio? Per ora la scelta sembra scontata, ma già dicono che vorrebbero votare in autunno, mentre Giorgia madre cristiana ecc. parla della tarda primavera e candida la sorella in cinque collegi come capolista. Vedremo.

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Lettera 44 44. Intelligenza artificiale e scienze umane per una cultura della civiltà

 di Antonio Errico

Tutti conoscono la favola dei tre porcellini, o quasi tutti. Però chi non la conosce dovrebbe farsela raccontare. Perché può sempre servire. Per esempio: può servire nel rapporto con l’intelligenza artificiale.

Filippo Gazzola è professore ordinario di Analisi Matematica al Politecnico di Milano. In un’intervista a  Fanpage ha detto che gli studenti di oggi  usano l’intelligenza artificiale come scorciatoia e in futuro non sapranno gestirla. È come la favola dei Tre Porcellini: chi cerca di evitare la fatica si salva oggi solo grazie al porcellino saggio, ma tra vent’anni, quando si troveranno soli davanti al “lupo cattivo”, non avranno gli strumenti per difendersi. Probabilmente non sono molti i modi per difendersi dal lupo che può diventare cattivo. Probabilmente uno dei pochi modi consiste nelle forme di sviluppo del pensiero creativo che a questo punto della Storia e della civiltà non può fare a meno di confrontarsi e integrarsi con l’universo della tecnologia, determinando situazioni e condizioni di corrispondenza, di prossimità, di reciprocità, di interscambio costante, strutturale. E’ necessario, indispensabile, vorrei dire anche vitale, che la corrispondenza e la reciprocità abbiano come presupposto e come finalità, una dimensione  educativa, formativa. Non c’è alternativa alla formazione, all’educazione. Fuori da queste due condizioni, si ha il sospetto che esista solo la deformità culturale. O la barbarie.

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Ghazal

di Antonio Prete

Dal  gran falò del tempo ora lampeggia

la tua parvenza che m’è ancora scheggia.

.

Sorvolano meteore la tua pelle

e nei tuoi occhi rosseggiano stelle.

.

Sei neve, turbine, sferza di vento

che brucia pur se il desiderio è spento.

.

Di me sinopia e ordito, sei l’assenza

che ride e bacia e profuma d’essenza.

.

Acerbo punto, lettera odorosa,

amore perso in una nebulosa.

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Noi, viandanti tra le ombre

di Valeria Caputo

“Io amo l’ombra come amo la luce. Perché esistano la bellezza del volto, la chiarezza del discorso, la bontà e la fermezza del carattere, l’ombra è necessaria, quanto la luce. Esse non sono avversarie: anzi, si tengono amorevolmente per mano”.

F. Nietzsche, Il viandante e la sua ombra, 1879.

*

In Umano, troppo umano, pubblicato nel 1879, F. Nietzsche introduce la figura del viandante che cammina nella notte, emblema dell’uomo libero, dello spirito nomade che si avventura nel mondo, tra le illusioni della verità e una realtà ricca di imperfezioni e fallaci speranze, dialogando con la sua ombra, compagna fedele e testarda del suo viaggio di conoscenza.

Nell’attuale contesto sociale, ipercinetico e tendente al perfezionismo oltremisura, l’ombra, l’errore e l’inciampo devono essere letti non come limiti invalicabili per il progresso e per la realizzazione di sé, bensì come viatico privilegiato, corsia preferenziale per una conoscenza delle cose e del mondo, nella loro realtà più vera, un invito a rallentare per gustare il panorama della vita.

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Presentazione di Rosario Scrimieri, Storia urbanistica di Galatina – Galatina, 10 Ottobre 2026

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La Tipografia del Commercio e il suo ultimo tipografo – Lecce, 10 ottobre 2026

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Manco p’a capa 331. In mare non ci sono alberi

di Ferdinando Boero

Se si parla di contrasto al cambiamento climatico, spesso si propone di piantare alberi, aumentare il verde urbano, riforestare: tutte cose utili. Gli alberi assorbono anidride carbonica, producono ossigeno, fanno ombra e, attraverso l’evapotraspirazione, contribuiscono a ridurre le temperature locali. Piantarli a terra è certamente una buona idea. Ma in mare non ci sono alberi.

Può sembrare una battuta, ma non lo è. L’oceano copre circa il 71 per cento della superficie del pianeta e, a differenza delle terre emerse, non è una superficie: è un volume, con una profondità media di quasi quattro chilometri. Costituisce più del 90 per cento dello spazio abitato dalla vita, ha assorbito più del 90 per cento del calore in eccesso accumulato nel sistema Terra a causa del riscaldamento globale e assorbe una parte consistente dell’anidride carbonica che immettiamo nell’atmosfera. Nell’oceano avviene inoltre circa la metà della produzione primaria del pianeta.

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Quell’inquietudine che ha nutrito il pensiero di Franco Cassano

di Rosaria Tarantino

Ricerca, lentezza, tradizione, marxismo: concetti apparentemente distanti che nel pensiero di Franco Cassano trovano un profondo legame. A unirli è quell’inquietudine che ne ha nutrito la riflessione, consentendogli di affrontare la vita con coraggio, quello necessario per divenire e essere sé stessi.  Il libro di Franco Cassano L’inquietudine del pensiero, curato da Pasquale Serra ed edito da Laterza, permette di individuare tale legame e comprendere come l’inquietudine sia il presupposto stesso della ricerca che rende impossibile la fine del viaggio e il godersi seduti il bottino conquistato. È un’inquietudine nata dalla consapevolezza di avere ancora qualcosa di importante da fare, che fa inorridire davanti alla ripetizione e fa sentire ancora vivi, differendo così la morte. La ricerca a cui l’autore guarda ha delle caratteristiche ben precise: non può farsi solo a tavolino o in biblioteca, deve sentire il fascino della normalità, richiede pazienza e la libertà dal ricatto dell’attualità. La ricerca vuole la curiosità infinita verso l’altro e tanto entusiasmo verso l’ultima idea quanto se n’è avuto per la prima, rifugge dalla retorica e procede per sottrazione fino a giungere all’essenza. La ricerca è vita e richiede una mobilità intellettuale, che non esclude né la sicurezza nata dalla ripetizione né la possibilità di altre soluzioni pragmatiche in grado di soddisfarla. Se, infatti, la molteplicità delle prospettive da un lato può creare un sentimento di insicurezza, a cui segue, talvolta, una chiusura che compromette la ricerca, minandone la libertà di pensare e il rapporto con la verità, dall’altro smilitarizza le appartenenze simboliche, consentendo di rendere il mondo più vasto, più abitabile, potenzialmente in grado di far coesistere i diversi. Molte scelte di Franco Cassano sono consequenziali a quell’inquietudine che lo ha sempre investito sul piano personale, portandolo a rompere con l’universo dell’impegno politico e ad intraprendere un nuovo percorso di fronte alle crepe e agli scricchiolii del marxismo.

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Le drammatiche dimostrazioni studentesche di Lecce per le celebrazioni del Natale di Roma del 21 aprile 1915 (terza parte)

di Roberto Orlando


Lecce, ex Liceo convitto Palmieri.

(continuazione)    

Appena venne informato della drammatica morte dello studente Giuseppe Semeraro, il parlamentare leccese Vito Fazzi telegrafò subito all’on. Antonio Salandra, Ministro dell’Interno, la seguente comunicazione.

     “A S. Eccellenza Ministri Interni – Roma

     Con animo commosso invoco Eccellenza Vostro provvedimento assodare eventuale responsabilità per suicidio avvenuto in carcere del giovanetto Semeraro Giuseppe arrestato mentre svolgevasi dimostrazione studenti inneggianti alla patria.

     Provvedimenti Eccellenza Vostra daranno legittima soddisfazione per tragico fatto che ha colpito una rispettabile famiglia ed ha profondamente costernato gentile generosa anima questa popolazione. Ossequi. Deputato: Fazzi”.

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Incontro con Giovanni Pellegrino e le sue storie e idee controverse

di Anna Stomeo

Venerdì 9 ottobre 2026 alle ore 19.00 a Martano (Lecce) in via Marconi 28 al Centro Culturale tò Kalòn di Itaca Min Fars Hus, incontriamo l’amico Giovanni Pellegrino da Zollino, storica figura di operatore della cultura popolare e di tecnico-inventore di strumenti e attrezzi nel mondo artigianale e contadino del Salento. “Guru”, come ci è sempre piaciuto definirlo, dell’operare alternativo di tanti salentini e di tante salentine di generazioni successive alla sua, che lo hanno considerato un punto di riferimento inderogabile.

Cooperante, per vocazione e professione, in quello che, una volta chiamavamo Terzo Mondo, dove, sin dagli anni Settanta del secolo scorso, collaborando con l’Associazione-Ong Ricerca e Cooperazione, Giovanni ha svolto un importante lavoro di sussidio e di supporto tecnologico in numerose comunità economicamente svantaggiate, aiutandole nella costruzione di macchinari e di nuove tecnologie produttive.

Scopritore e valorizzatore ante litteram delle tradizioni popolari salentine sommerse, come la Festa del Fuoco, reinventata e riconsegnata ai salentini già nel 1978, il Carnevale Popolare di Zollino e poi della Grecìa Salentina, nel 1980, con Uccio Caldarazzo, amico, quest’ultimo, di oltre vent’anni di scoperte, di invenzioni e di sempre nuove aggregazioni. Tr tra cui i famosi “Martedì allu puzzu” e la Festa dell’Emigrante, organizzata a Zollino come «esperimento di riaggregazione in una piccola comunità toccata dall’emigrazione», mettendo a confronto «chi è partito e chi è tornato con chi è rimasto».

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