Sospesi

Bisogna fare attenzione all’aggettivo volgare “sospeso”, che, in questo caso, non indica una situazione di temporanea permanenza nello stato presente, ma una situazione ineluttabile, chi è sospeso nel Limbo non lo è a tempo, ma per sempre, come avverte il Buti[2]. Il Vate ritorna sull’argomento anche nel canto XIX del Paradiso. Perché Dio, che è somma giustizia, si chiede il poeta, danna in eterno le anime che non hanno avuto la fede anche se queste sono state degli uomini giusti, onesti, dagli integri costumi morali? Ancor peggio, come possono essere destinati alla dannazione coloro che, non per propria colpa, non hanno conosciuto la parola di Dio e quindi non hanno potuto avere la fede, come per esempio i bambini morti senza battesimo? Come si accorda con l’idea della giustizia divina la condanna degli infedeli? E come possono essere esclusi dalla salvezza gli spiriti magni? Dante pone il suo angosciante dubbio all’Aquila: “Un uom nasce a la riva de l’Indo [cioè nell’Oriente, al di là dei confini del mondo allora conosciuto], e quivi non è chi ragioni di Cristo né chi legga né chi scriva [è appunto il tema della mancata evangelizzazione delle terre sconosciute che emergerà prepotente in occasione della scoperta dell’America]; e tutti suoi voleri e atti buoni sono, quanto ragione umana vede, sanza peccato in vita o in sermoni. Muore non battezzato e sanza fede: ov’è questa giustizia che ‘l condanna? ov’è la colpa sua se ei non crede?”[3]. E l’Aquila risponde che è impossibile per la mente umana penetrare nella profondità dei decreti divini che trascendono la nostra capacità intellettiva, sicché “Quali son le mie note a te, che non le ‘ntendi, tal è il giudicio etterno a voi mortali” (vv. 97-99). La giustizia divina è un mistero che non si dischiude alla limitata capacità teologica di Dante e dei dotti come lui; la veduta dell’uomo è troppo corta per arrivare così lontano e al tempo stesso la misericordia divina è così infinita e misteriosa che si rivelerà compiutamente solo con il Giudizio Universale quando il lume della Grazia potrà, per vie inaccessibili alla nostra comprensione, giungere anche alle anime dei giusti che vissero fuori dalla fede e apparentemente esclusi dal dono della Rivelazione.

Tuttavia noi oggi, senza addentrarci nella complessa esegesi dantesca, quando pronunciamo i famosi versi citati in esergo, lo facciamo, sia pure impropriamente, intendendo una situazione di sospensione, di incertezza, di vigile attesa o ubbiosa indeterminatezza. Mi è successo qualche tempo fa, quando attendevo per un giorno o l’altro, il mercoledi o il giovedi della settimana successiva, la fissazione di un appuntamento dal Notaio per un importante rogito, per cui non potevo programmare alcunché per quelle due giornate. E sì che altri importanti impegni incalzavano, fra cui un incontro lavorativo nella sede della Regione a Bari già rinviato da molto. Sono stato colto da un vago senso d’ansia, come uno smarrimento al quale l’agenda[4] non poteva porre rimedio. Si fosse trattato di un lieto evento, avrei fatto mio l’aforisma di Ephraim Lessing “L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, ma si trattava di attendere una più che concreta, prosaica, banale, burocratica incombenza. Dunque, “calma e gesso”, dovevo farmi una ragione dell’attesa (per fortuna non di Godot). A differenza degli spiriti magni, non mi sono rivolto al Cielo, non ho sospirato come per gli insoddisfatti “desiri”, ma ho tirato avanti a testa bassa fino a quando la telefonata della segreteria del Notaio ha fugato ogni dubbio indicandomi precisamente giorno e ora dell’appuntamento. A quel punto ho ripreso in mano la mia vita “sospesa” e attraverso un affannoso planning[5], ho finalmente riempito le due pagine bianche dell’agenda. 


[1] Citato da Natalino Sapegno, in Dante, La Divina Commedia Paradiso, a cura di Natalino Sapegno, Scandicci (Firenze), La Nuova Italia, 1988, p. 45, nota 45.

[2] Ibidem.

[3] Dante Alighieri, Paradiso, XIX, vv.70-78.

[4] Rigorosamente cartacea, per somma disdetta di colleghi e amici più giovani e soprattutto più digitali; e mentre quelli derubricano la mia abitudine a malvezzo o prassi da boomer, io celio, elevandola a vezzo d’artista.

[5] Ah il nostro inglese quotidiano…, ma per carità non chiamatemi business man, come nella canzone di Ditonellapiaga!

Questa voce è stata pubblicata in Prosa e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *