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Una nuova collana dell’Editore Manni: Antonio Prete presenta La pantera profumata
Pubblicato in Avvisi locandine e comunicati stampa, Video e audio
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Citazioni 38. Un filare d’alberi è infinito?

“Che strana domanda: “È pensabile un filare d’alberi senza fine?”! Quando si parla di un “filare d’alberi senza fine”, quello che si intende avrà pure una connessione con le esperienze che si chiamano “vedere un filare d’alberi”, “contare gli alberi di un filare”, “misurare un filare d’alberi”, ecc. “Possiamo pensare un filare d’alberi infinito?” Certo, se abbiamo stabilito cosa si deve intendere co queste parole; cioè, se abbiamo posto un collegamento tra questo concetto e tutte quelle cose: tutte quelle esperienze che per noi determinano il concetto di filare d’alberi.
Qual è nell’esperienza il criterio del fatto che un filare d’alberi è infinito? Poiché da questo vedrò come tale affermazione è da intendere. Oppure non mi dai nessun criterio del genere; ma che ne faccio allora del concetto “filare d’alberi infinito?”? Cos’ha mai a che fare questo concetto, diciamo con quello che negli altri casi chiamo filare d’alberi? Oppure intendevi in fondo in fondo soltanto: un filare d’alberi enormemente lungo?!”
Ludwig Wittgenstein, Osservazioni filosofiche, Einaudi, Torino 1981, p. 269.

Pubblicato in Citazioni
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I resti di Babele 71. Antonio Prete, il demone dell’analogia: letteratura e memoria come esperienza
di Antonio Errico

Ogni libro di Antonio Prete è un’avventura di esplorazione nell’universo dei testi: delle storie che essi custodiscono, di memorie, sentimenti, emozioni, concetti, linguaggi, suggestioni. Ogni suo libro è analisi profonda, ermeneutica serrata, interpretazione come un corpo a corpo con i linguaggi, con le parole, lucidissimo scandaglio delle profondità di un verso. Ma non di rado, anzi spesso, ogni suo libro richiama – evoca – un’immagine d’infanzia, l’eco di una voce che canta nel meriggio fra le foglie di tabacco, un trasalimento, una fantasticheria, riflessi di colori. Richiami, rinvii, echi, percezioni, suggestioni, attraversano sempre la scrittura di Prete. Perché il gesto della mano che scorre sul foglio richiama e sintetizza la conoscenza, l’esperienza, l’emozione di tutta una vita, tutte le letture, le proprie scritture. Ogni sua interpretazione è sempre un viaggio che orienta lo sguardo ora sul paesaggio testuale ora su un particolare del paesaggio; lo sguardo osserva, scruta, indaga, discerne, individua l’elemento che di quel paesaggio si costituisce come condizione unica, irripetibile, essenziale. Parte da lì, da quella irripetibilità, e tesse riferimenti provenienti da sfere diverse del sapere, raduna testi e autori, li chiama a testimoni delle sue rappresentazioni del pensiero. Antonio Prete ha origini a Copertino, tra gli ulivi e il santuario della Grottella, tra il mito di Giuseppe Desa, il frate asino, il santo dei voli, e il desiderio del mare, tra racconti di madre e sapori di fichidindia. Da anni vive in altri luoghi; ha insegnato letterature comparate all’università di Siena. Dice che la comparazione è sguardo che accetta la mobilità del punto di osservazione, che sa dislocarsi, decentrarsi, farsi obliquo, simultaneo, essere sguardo sull’altro ma anche dell’altro.
Pubblicato in I resti di Babele di Antonio Errico, Letteratura
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Mostra Figurazioni e astrazioni del possibile – Milano, 15-29 maggio 2026
Pubblicato in Avvisi locandine e comunicati stampa
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Al lotto
di Paolo Vincenti

Miniatura di Francesco Botticini, che raffigura le costellazioni del cielo boreale e i segni dello zodiaco.
A maggior danno, il ricordo
riapre la ferita
e il numeretto uscito
non è mai il tuo;
giocare le sorti
è il tempo più sprecato
e tu,
un tentativo fallito.
Presentazione di Giuseppe Gabriele Rocca, L’Umano Tecnologico – Torino, 14 maggio 2026

Abstract libro
L’umano tecnologico di Giuseppe Gabriele Rocca riflette sul rapporto tra essere umano, tecnologia e intelligenza artificiale attraverso l’analisi sociosemiotica di alcuni testi significativi della cultura contemporanea. L’idea di fondo del libro è che le narrazioni – siano esse fiction o factual – sono luoghi privilegiati in cui una cultura elabora valori, prospettive e visioni del mondo. Fondamentale, in questa visione teorica, è il concetto di narrazione, da intendere come un modo di organizzare logicamente la realtà.
Pubblicato in Avvisi locandine e comunicati stampa
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C’erano milioni d’uccelli
di Augusto Benemeglio

Lago Alimini. Paesaggio lungo le sponde (2 giugno 1956).
(foto da http://sast.beniculturali.it/index.php/teca-digitale…)
C’erano milioni d’uccelli
Agli Alimini
Che allagavano l’aria di canti
E leprotti gioivano pei prati
Vanamente inseguiti
Da mute di cani
E vagavano donnole e volpi
Tra rocce squamate
Insino al mare
Tra ininterrotte cortine
Di dune e siepi d’azzurro
In un gran concerto
Di trombe e di conchiglie
E l’urlo gioioso dei fiori
Tutto s’accordava all’oro
Danzante del primo autunno
Che – avanzando mite
Sulle piume degli ultimi
Acini di luce – apriva
Nuovi sipari di silenzi.
Manco p’a capa 310. La natura non è il paesaggio
di Ferdinando Boero

Ho suggerito al senatore Alberto Maritati, che ne fu primo firmatario, una proposta di modifica dell’Articolo 9 della Costituzione. Gli feci notare che il paesaggio non è la natura e che tra i nostri valori fondanti ci dovrebbero essere anche la biodiversità e gli ecosistemi. La proposta fu pubblicata ma ci volle tempo, a seguito di una proposta-fotocopia, perché fosse accettata.
Il paesaggio è una percezione estetica della natura, vista dal nostro “punto di vista”, una visione antropocentrica non necessariamente pro-natura. La natura può essere un bel panorama, ma può anche essere altro. Purtroppo, la cultura non cambia per decreto, non basta inserire un concetto o due in Costituzione. Per noi la natura continua ad essere un bel panorama. Se l’abbandono delle zone appenniniche e alpine le fa tornare in uno stato “naturale”, è normale che torni la fauna che la nostra presenza assidua aveva sterminato. Ora, nei nostri boschi, ci sono istrici, tassi, cinghiali, caprioli, daini, volpi, faine, donnole, gatti selvatici, sciacalli, lupi, orsi. Si riforma una rete alimentare costituita da vertebrati anche di grosse dimensioni. Cinghiali, lupi e orsi possono essere pericolosi per la nostra incolumità e quella dei nostri animali. L’abbondanza dei cinghiali è stata una buona opportunità per i lupi che, assieme alla peste suina, hanno molto ridimensionato la consistenza di questi maiali selvatici. Cinghiali e maiali appartengono alla stessa specie: Sus scrofa, ma ai maiali abbiamo dato un nome supplementare: Sus scrofa domesticus. Anche cane e lupo sono la stessa specie: Canis lupus, e abbiamo dato un nome supplementare al cane: Canis lupus familiaris. Abbiamo addomesticato specie che permangono anche allo stato selvatico.
Pubblicato in Ecologia, Manco p’a capa di Ferdinando Boero
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Marcello Toma, Porta ligure (41)

Pubblicato in Arte, Artisti contemporanei galatinesi
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Presentazione di Francesco Coluccia, Ti regalo un viaggio – Galatina, 12 maggio 2026

Pubblicato in Avvisi locandine e comunicati stampa
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“Rosario Jurlaro intellettuale eclettico e scrittore della civiltà contadina” di Gerardo Trisolino
di Ettore Catalano

Il titolo del libro che stasera presentiamo, il libro di un amico sull’opera di un altro amico, non potrebbe essere differente da quello che Dino Trisolino ha pensato dopo una affettuosa e io dico parlante dedica “ A “Nunzia e Rosario insieme per l’eternità”: ROSARIO JURLARO INTELLETTUALE ECLETTICO E SCRITTORE DELLA CIVILTA’ CONTADINA.
Il primo capitolo è una opportuna testimonianza confidenziale sull’uomo e sul bibliotecario e a me pare davvero giusto che un’amicizia umana e intellettuale come quella tra Gerardo Trisolino e Rosario Jurlaro sottolinei con forza l’elemento umano di un sodalizio intellettuale che ha conosciuto, nel corso dei tanti anni, episodi importanti, come la monografia del 2020 che Trisolino dedicò alla narrativa di Jurlaro, uno dei campi in cui si esplicitò il talento straordinario di Rosario. Quella monografia, intitolata tra antropologia e letteratura. La narrativa di Rosario Jurlaro la presentammo Bianca Tragni e io a Francavilla la sera del 7 settembre 2020 e si trova rifusa in sintesi in questa testimonianza e costituisce per me la trama culturale della nuova fatica letteraria di Trisolino. Era e rimane un contributo denso e importante che sottolineava il rapporto innovativo, rispetto al meridionalismo classico, delle opere narrative che tutti conosciamo e ammiriamo e che io avevo notato e sottolineato nel 2009 nella Letteratura del Novecento in Puglia con le parole che Trisolino inserisce a p. 69 della sua testimonianza: “La ricostruzione della quotidianità dell’universo contadino non approda, tuttavia, al consueto e lamentoso cahier de doléances del meridionalismo classico… Così la concezione agostiniana della vita e dell’uomo che traspare da queste utili pagine si salda con una vigorosa vena etica e sociale che consente pagine gustose, ma soprattutto moralmente risentite e colme di prammatica umanità”. Non mi soffermo oltre su tale aspetto narrativo perché tutto questo risvolto letterario è trattato ampiamente e felicemente nel libro che sto presentando, mi consento soltanto una citazione particolare perché riguarda uno dei contributi che personalmente più ammiro dell’amico Rosario, quella guida artistica dedicata da Electa a Francavilla Fontana, nella quale le vicende storiche della città vengono presentate, da grande storico quale era e rimane, come un affascinante racconto della terra dei suoi avi con queste indimenticabili parole: “Le opere hanno raccontato i luoghi, i giorni racconteranno la storia”, in cui ritrovo tutta l’umanità e la scienza di Jurlaro, uomo di profonda dottrina, ma anche di semplicissimo e affabile tratto umano.
1899 – Minacciosa ingerenza del comandante dei regi carabinieri d’Ugento nelle elezioni amministrative di Taurisano
di Roberto Orlando

Domenica, 9 luglio 1899, presiedute dal pretore di Ugento Michele Guastamacchia, si tennero nel Comune di Taurisano, in un clima estremamente teso e ‘fratricida’, le elezioni parziali amministrative per il rinnovo di otto consiglieri. Gli elettori iscritti assommavano a 269 (su una popolazione di 3.100 abitanti), invece i votanti furono 183. La base elettorale (unicamente maschile) era censitaria: potevano quindi votare solo quei cittadini che pagavano annualmente almeno 19,8 lire di tasse, oppure anche nullatenenti se si dimostrava di aver superato l’esame di terza elementare. Per tutti era richiesta la maggiore età, fissata a 21 anni.
Vinse il partito popolare guidato da Luigi Lopez y Royo (1858-1916) fu Nicola e di Giuseppina Colona, mentre lo schieramento sconfitto era capitanato dal minore dei fratelli Lopez y Royo, Alessandro (1863-1950).
Risultarono eletti: Duca Giovanni Lopez y Royo (1844-1910), fratello di Luigi e di Alessandro, rieletto con voti 142; Vincenzo Antonio Notarpietro (1857-1916), maniscalco, rieletto con voti 122; Marco Luigi Preite, pizzicagnolo, rieletto con voti 130; Vincenzo Ciurlia, calzolaio, nuovo eletto con voti 128; Oronzo Stasi, rieletto con voti 123; Pantaleo Manco (1869-1936), agricoltore, rieletto con voti 111; Luciano Preite, fabbro-ferraio, nuovo eletto con voti 129; Vito Rizzello, falegname, rieletto, con voti 66.
Salento a inchiostro di china: Regina tra due mari. Lecce Antica e nuova e il suo territorio
di Daniele Capone

Scriveva Cesare Brandi nell’introduzione al celebre resoconto del suo itinerario attraverso la Puglia: «Un libro dedicato a una regione, in cui non si voglia offrirne né la guida né la storia, può facilmente cadere in un colloquio privato, al quale sia indiscreto convitare il lettore. E non nego che tale possa essere il pericolo di questo libro, se non ambisse a proporsi come il modo stesso di rivelarsi della Puglia a chi la ricerchi nella sua antica umanità, nel suo antichissimo aspetto, nelle sue sorprendenti e inattese fioriture artistiche».[1]
Il famoso storico dell’arte, accattivante scrittore, nel suo lavoro si proponeva di costituire un filtro alle «candidature varie che di se stessa pone la Puglia a chiunque la percorra né con occhio distratto né col cuore altrove»[2]. Egli, al pari di Piovene, era uno degli ultimi della lunga serie di viaggiatori inglesi, irlandesi, francesi, tedeschi che dalla fine del XVIII agli inizi del XX secolo si erano spinti sino a Lecce. Alcuni di costoro sono noti a un vasto pubblico, in quanto editori come Congedo, Capone, Adda e altri hanno pubblicato le loro opere di viaggio, un tempo assai lette nei loro paesi d’origine (era l’epoca del grand tour che ha prodotto capolavori letterari: si pensi al Viaggio in Italia di Goethe e ai libri di Stendhal dedicati a Roma, Firenze, Napoli)[3]. Questi, al pari di Piovene, visitando Lecce, restarono affascinati non dai singoli – innumerevoli – interessantissimi monumenti, ma soprattutto, mi azzardo a dire, dall’aura poetica che si respira nella città antica, che negli anni Cinquanta-Sessanta, a differenza di quella di oggi, era abbastanza scrostata, ingrigita, corrosa, sostanzialmente degradata.
I sepolcri di Giulio Ariosto, Guido da Lozzo, Costanza d’Este, della famiglia Bebi o Bibi, di Aicardino e Alvarotto degli Alvarotti nel complesso della Basilica di S. Antonio di Padova
di Rocco Orlando

Zaramella scrive: “Uu cumulo di pietre coperte di malta, è l’aborto di un sepolcro mai costruito. Avevano buttato lassù un po’ di pietrame, poi ricoperto di calce, con la prospettiva di edificare lassù, in alto, un bel monumento a Giulio Ariosto, figlio del figlio di Ludovico Ariosto, quindi nipote del sommo poeta ferrarese. Ma il poeta dell’Orlando Furioso era già morto da vent’anni, morirono pure i genitori di Giulio e poi anche i nipoti, e il cumulo di pietre rimase”.
Il Gonzati riporta la seguente epigrafe:
“IULIO ARIOSTO/ PATRIA FERRARIENSI/ LEPIDIS ATQUE INCORRUPTIS/ MORIBUS ADULESCENTULO/ NOMINE AVITO SATIR CLARO/ VIRGINIUS PATER AD TEMPUS FILIO/ III NON. OCT. MDLIII /VIX AN. XIII MENS. V DIES XVI (A Giulio Ariosto, originario di Ferrara, adolescente di costumi graziosi e innocenti, abbastanza famoso per il nome del nonno, il padre Virginio al figlio secondo l’opportunità. Il 5 ottobre 1553. Visse 13 anni, 5 mesi, 16 giorni).
Pubblicato in La Basilica di Sant'Antonio a Padova di Rocco Orlando
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Perché il taglio alle accise è uno strumento sbagliato per ridurre l’inflazione
di Guglielmo Forges Davanzati

Trentaquattro anni fa, è stata abolita in Italia una delle principali misure di tutela del potere d’acquisto delle famiglie – l’indicizzazione dei salari, la cosiddetta “scala mobile”. Questo meccanismo, in vigore dal 1945 al 1992, garantiva l’adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi. Il suo superamento fu motivato alla luce della convinzione che rappresentasse uno dei principali fattori di propagazione della “spirale prezzi-salari” degli anni Settanta, e quindi dell’elevata inflazione di quel periodo.
Il 1992 è stato un anno cruciale nella storia recente dell’economia italiana. Dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’URSS, si scelse di far entrare la nostra economia nella nuova fase della globalizzazione con un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni e fondato sulla sistematica riduzione della domanda interna e sulla moderazione salariale.
L’illusione della pace?
di Valeria Caputo

“Se è un dovere, e insieme una fondata speranza, realizzare una situazione di diritto pubblico… allora la pace perpetua… non è un’idea vuota.”
Immanuel Kant
Come scrive Norberto Bobbio, nell’introduzione a L’età dei diritti (1990), “il riconoscimento e la protezione dei diritti dell’uomo stanno alla base delle istituzioni democratiche moderne. La pace è a sua volta il presupposto necessario, per il riconoscimento e l’effettiva protezione dei diritti dell’uomo nei singoli stati, e nel diritto internazionale”. Gli orrori quotidiani a cui assistiamo in questo frangente dissestato e impervio della nostra esistenza, ci ha fatto dimenticare, o quasi, di tre termini indispensabili della vita condivisa e associata, ossia diritti, democrazia e pace.
Con i venti di guerra che soffiano impetuosi da più parti, la necessitas di una pace universale e perpetua diviene quanto mai urgente, qui e ora; occorre far leva sulla responsabilità collettiva (l’umanità come base comune), ma anche e soprattutto sulla responsabilità individuale, in cui ogni attore e protagonista della scena mondiale è tenuto a preservare non solo la propria vita, ma anche quella dell’intero genero umano.
Manco p’a capa 309. Alex Zanardi ovvero l’ostinazione a vivere fino in fondo
di Ferdinando Boero

Ho conosciuto Alex Zanardi, sono stato ospite in una sua trasmissione: E se domani (2010-2011). Mi invitò per parlare di meduse e di scienza dei cittadini. Non era su una sedia a rotelle, camminava normalmente. Le protesi fanno miracoli. Quello che mi colpì fu la sua stretta di mano. Dopo l’incidente del 2001, in cui aveva perso le gambe, si era dedicato agli sport paralimpici, di cui diventò campione mondiale. Correva con una bicicletta a propulsione manuale, e quindi mani e braccia erano superallenate. Si sentiva. Girava per lo studio sfoggiando un sorriso radioso, ed era molto preparato. Si era ben studiato gli argomenti su cui avrebbe intervistato gli ospiti. Ci pensano gli autori, lo so, ma non sembrava uno che aveva “imparato la poesia a memoria”. Sembrava che l’avesse scritta lui. Niente auto-commiserazione. Noi ospiti eravamo un po’ rigidi. Non sai mai come comportarti con qualcuno che ha subìto menomazioni gravissime. Fai finta di niente? Ho un amico cieco che, ogni volta che ci incontriamo, mi dice: ciao Nando, che piacere vederti! E io lo prendo in giro, perché è cieco e non mi può mica vedere… Ci facciamo sonore risate. Ma lo faccio perché so che lui mi lancia un’esca. I neri d’America non sono contenti se li chiami nigger (negro) ma tra loro spesso si apostrofano chiamandosi nigger. Loro possono. Noi no. Idris, il comico nero che imperversò per qualche tempo a Quelli del calcio, in un’occasione si riferì a sé stesso come negher. Lui poteva.
Nel niente
di Paolo Vincenti

Il tempo non raddoppia una vita;
quando scende l’oblio,
come un nero sudario,
le parole non dette,
gli abbracci imbarazzati
si perdono nel niente,
diventano niente.
Antonio Stanca, Universum A-60

13-12-2004, olio su MDF, cm 80,2 X 80,2.
Pubblicato in Arte, Artisti contemporanei galatinesi
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Citazioni 37. Eh, caro Gianni…

“Eh, caro Gianni – gli dicevo a Celati un giorno che eravamo in treno per Milano – cosa speravamo dalla vita? Beh, la ricchezza non ci avevamo mai sperato, cioè lui e Gillian avevano sperato a un certo punto in un biliardo di sterline, che dovevano venire dalle speculazioni del fratello di Gillian, un biliardo, una cifra con quindici zeri, che avrebbe cambiato tutto il quadro dell’esistenza, ci facevano sopra dei sogni, di comprare una grande casa vicino al Po per ospitare tutti i loro amici, che però quei soldi non sono mai arrivati, perché già solo la parola biliardo faceva ridere, come un eccesso non enumerabile, da fiaba di Aladino e le Mille e una notte. Ma è meglio così, che non sia arrivato, perché la ricchezza è un lavoro, e un lavoro poco piacevole, far la guardia ai soldi se no te li succhiano da tutte le parti, non è un bel lavoro, come non è un bel lavoro la politica, guardarsi a destra e a sinistra, da amici e nemici, per galleggiare, non ci siamo portati. La soddisfazione vera è lasciare qualche seme, come dice Platone, che possa continuare a germogliare; beh i semi magari sono i suoi libri, di Celati, che continuano a vivere e parlare di lui; anzi, sono pezzetti della sua anima, con cui si può continuare a dialogare. Io me li tengo cari, nella prima edizione che ho letto. Siamo esseri fatti di parole, e le parole non muoiono. I libri sono porticine. Ne apri una, e dietro c’è Celati che parla, poi la richiudi, e per un po’ stai lì mesto, anche se c’era da ridere. Invece chi ha molti soldi si affanna per niente, e quando muore, muore per sempre.”
Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia, Quodlibet, Macerata 2026, pp. 181-182.

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