La crocerossina Margherita Kaiser-Parodi era figlia di Giuseppe Kaiser, imprenditore livornese di origini tedesche e di Maria Orlando, appartenente alla celebre dinastia di armatori e industriali della famiglia Orlando. Il padre, Giuseppe Kaiser, ottenne allo scoppio della prima guerra mondiale, l’italianizzazione del cognome, assumendo anche quello della nonna paterna, ovvero Parodi.
Margherita era nata a Roma il 16 maggio
1897, nella città eterna frequentò gli studi e conseguì il diploma di licenza
liceale nella primavera del 1915. Aveva una sorella di nome Olga, che
presumibilmente era nata alla fine del 1898 o inizio del 1899.
Allo scoppio della prima guerra mondiale,
la madre Maria, Margherita, appena diciottenne, e la sorella Olga partirono
insieme come infermiere volontarie della C.R.I. per prestare servizio negli
ospedali di prima linea sul fronte friulano. Furono assegnate alle dipendenze
della Terza Armata comandata dal duca d’Aosta Emanuele Filiberto e destinate
presso l’Ospedale di Cividale del Friuli e poi spostate presso l’ospedale mobile n. 2 di
Pieris vicino a Gorizia.
Per far parte delle Infermiere Volontarie
della C.R.I., un corpo ausiliario delle Forze Armate, le allieve ricevevano una
specifica preparazione teorico-pratica prima di essere inviate nelle zone di
operazione.
Immagino i suoi anni al Cairo,
curiosissimo di ogni volto, di ogni voce, di ogni colore.
Giunto da una lontana provincia
mediterranea, amò la gente del Cairo, ne imparò il dialetto, ne dipinse gli
sguardi.
Occhi, bocche, increspature della
pelle, gl’interessavano gli esseri umani, il loro stare mentre intorno
s’intuisce il brusio della strada o del mercato, la prossimità del deserto.
Forse essere figli di una terra rossa
e di sassi bianchi affioranti, di paesi che prendono luce da due mari, di
cappelle in penombra attorcigliate di flora pietrificata educa a cercare mondi,
a trovarli negli occhi di chi guarda il pittore mentre li dipinge.
[Pubblico qui i miei Scritti cittadini, apparsi su vari fogli locali dal 2003 al 2008 e riuniti in volume presso Santoro di Galatina nell’anno 2008]
Venerdì 27 luglio avevo appuntamento con i miei
amici, come ogni sera, in piazza San
Pietro; un appuntamento solito e tacito, a cui, volendo, ciascuno di noi può
sottrarsi, a seconda delle circostanze e secondo gli umori del momento o se ha
di meglio da fare. E’ qui che ci vediamo per chiacchierare un po’, con la
speranza di vincere così la calura estiva, sorbendo un gelato o una granita; è
da qui che muoviamo a piedi verso la
Chiesa di Santa Caterina o verso piazza Alighieri, per fare
una passeggiata serale stando in compagnia, con la quale rendiamo un’estrema,
forse un po’ patetica, testimonianza alla residua socialità che ci è concessa.
Parliamo della situazione politica locale e nazionale, degli incendi dei
boschi, di arte, del caldo estivo, immaginando, per quanto è possibile, scenari
futuri più o meno apocalittici. Prima di mezzanotte ci salutiamo e andiamo a
dormire, qualche volta contenti per una visione che si sia affacciata all’improvviso
nei nostri discorsi, qualche volta storditi dalle nostre stesse chiacchiere.
Venerdì 27 luglio, dicevo, dopo cena, prendo lo
scooter, con cui solitamente copro la distanza tra la periferia in cui abito e
la piazza, e cerco di raggiungere i miei amici. Invano! Un traffico d’auto più
che mai caotico mi imbottiglia in Corso Porta Luce, un traffico che non riesco
a superare neppure a bordo dello scooter, col quale di norma mi muovo piuttosto
agevolmente nelle strade cittadine. Arrivato nei pressi della pupa, alla mia destra vedo uno
sbarramento, che neanche il G8 di Genova aveva reso più efficiente, una zona
rossa invalicabile come fosse un limite militare, a sinistra una piccola folla
ferma in un luogo dove di solito non sosta nessuno. Cerco un parcheggio per lo
scooter, cioè non un parcheggio regolare, perché in città cose simili non
esistono, e quindi lo scooter puoi parcheggiarlo sul marciapiede, sopra
un’edicola, sul ramo di un albero, dovunque, ma non dentro strisce
regolamentari; cerco un parcheggio, dicevo, non lo trovo, e sono costretto a
lasciare lo scooter in piazza Fortunato Cesari, nello spazio riservato alle
auto. Pazienza, mi dico, farò quattro
passi a piedi. Ma i miei amici, dove saranno?
Ho un rapporto di amore e odio con i miei capelli. Odio, perché sono pochi, per via della calvizie, ed avrei tanto desiderato avere una chioma fluente per portarli lunghi fino a tarda età, come gli eroi del rock o del cinema amati nella mia vita. Invidio chi può permettersi di portare il ciuffo sulla fronte o la coda di cavallo annodata dietro la nuca. Amore, perché il fatto che siano radi li rende più comodi, non necessitano infatti di alcun trattamento particolare e posso, dopo averli lavati, lasciarli asciugare senza utilizzare il phone. Ho scritto e anche ampiamente ironizzato sulla mia calvizie[1] che si manifesta prepotente sulle tempie e nel centro della testa rendendomi “chierico” senza aver preso i voti. La mia tonsura è naturale e non imposta, come appunto ai monaci di alcuni ordini regolari. Nel Medioevo, il termine “chierico” indicava genericamente tutti coloro che appartenevano al clero, dal greco kleros, cioè parte scelta, in quanto separata dal laos, ossia il popolo. Da kleros, appunto clericos, in latino, e chierico in italiano, quindi religioso, e da laos, laico.
«Un pòpulu / diventa pòviru e servu / quannu ci arròbbanu a
lingua / addutata di patri: / è persu pi sempri!» scriveva il poeta e
cantastorie dialettale siciliano Ignazio Buttista. Nasce da questa
consapevolezza il Vocabolario del
dialetto di Francavilla Fontana di Enzo Garganese (Montanaro editore, pp.
660, euro 60), che raccoglie oltre 9000 lemmi,
proverbi, motti, locuzioni, frasi idiomatiche, espressioni polirematiche.
Un prezioso regalo alla città degli Imperiali, una ricerca
lessicale scrupolosa condotta con cura e competenza, che va oltre sia i repertori
generali, come il famoso Vocabolario dei
dialetti salentini di Rohlfs in tre tomi (Congedo, 1976 e 2007), sia le pubblicazioni locali precedenti: da Nu gnuttu t’acqua. Dizionario di termini,
usi, costumi del popolo di Francavilla Fontana di padre Carlo Spina (a cura
di Maria Corvino Forleo, Schena, 2002) a Lu
fusu. Lessico del dialetto di Francavilla Fontana di Giovanni A. Pozzessere
(Ferrarelli & D’Andrea, 2008) e al meritorio Vocabolario di Nniccu Furcedda di Tommaso Urgesi (Cidue, 2017).
L’autore (classe 1944), per molto anni preside di scuole
medie, ha pubblicato opere letterarie in lingua con Schena e Manni. Ma è anche
un qualificato grecista e latinista, nonché uno studioso di lunga data del
dialetto e del vernacolo francavillese (a suo tempo collaborò con Rohlfs).
In una riunione della redazione della rivista «L’Esopo» (1979-2012), in piazza Castello a Milano, il direttore dell’Aldus Club (Associazione Internazionale di Bibliofilia) Mario Scognamiglio (Napoli 1930 – Milano 2014) pose una domanda:
«Chi conosce la storia di Ipazia, la filosofa d’Alessandria d’Egitto?».
Scena muta, poi, a riunione chiusa, dissi a Mario che io conoscevo la vita di quella filosofa. Tornato a casa, scrissi quello che sapevo di Ipazia, glielo inviai con la speranza che l’articolo venisse pubblicato, però così non fu, perché la pubblicazione della rivista finì poco dopo.
Sappiamo che Ipazia d’Alessandria d’Egitto fu la più insigne filosofa dell’età classica, il cui ricordo è giunto fino a noi. Ella è conosciuta come filosofa matematica e ricercatrice delle ragioni della “diversalità” (parola, quest’ultima, non ancora ben definita all’interno del variegato mondo delle parole e delle loro etimologie; comunemente, alla parola “diversalità”, sin da tempi antichi, si è voluto contrapporre la parola “universalità”, l’UNO immanente. Al contrario con la parola “diversalità” si vuole intendere il mondo degli opposti speculari contrapposti (Eraclito): bene/male, alto/basso, brutto/bello, ecc.
Era il 2010, quando andai a vedere il film Agora (regia di Alejandro Amenábar, Spagna 2009) che, con la storia della vita di Ipazia d’Alessandria d’Egitto, mostrava iconicamente l’Inizio della Grande Fine e l’Inizio dell’Inizio della Luce. Il film narra la storia della filosofa più insigne dell’età classica, vissuta intorno al 370-415 d. C. Le sue convinzioni affondavano nel neoplatonismo e nel pitagorismo ma anche nella speculazione dei grandi matematici precedenti la sua epoca. Suo padre, Teone (335 ca. – 405 ca.) d’Alessandria d’Egitto, città fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a. C., era un grande matematico, ma era anche filosofo ed astronomo. Curò la prima edizione greca de Gli elementi (fondamento della matematica e della geometria) scritti da Euclide (IV secolo a. C. – III secolo a. C.) e alcune altre opere di Claudio Tolomeo (Pelusio, 100 d. C. – Alessandria d’Egitto, 168 ca.), in particolare il commento all’Almagesto (trattato astronomico-matematico scritto intorno al 150 d. C.) così pure le Tavole manuali (Cosmografia tolemaica).
Mi piace pensare che si tratti di un
raddoppio di vita: guardare Castro Marina e serbare per sé l’esperienza della
luce sulla scogliera e sul mare, o, invece, restituirla con i pastelli affinché
il proprio sguardo diventi, anche, lo sguardo d’altri.
Mi piace immaginare Casciaro che
sceglie un affaccio dalla scogliera sull’Adriatico, apre un grande ombrello per
proteggersi dal sole (durerà ore il lavoro), aprire la scatola dei pastelli,
cominciare a dipingere mentre Castro Marina laggiù, lontana eppur prossima alla
mente, splende.
Avrà avuto con sé pane e formaggio,
un bottiglione di vino (rosso, forte), nel polso e nelle falangi della mano
occhi e occhi per disegnare e dipingere Castro Marina, il tempo sedimentato
negli scogli bianchi, il tempo sedimentato di Salentino che guarda Castro
Marina, terra (almeno questa, forse) senza rimorsi.
Alla fine del secolo scorso all’interno del dibattito culturale tra scienze economiche, Antonio De Viti De Marco è un esponente di primo piano. Magna pars de “Il Giornale degli economisti”, diretto allora da Ugo Mazzola, egli è l’alfiere della polemica antiprotezionista, la quale in quegli anni è diventata il terreno ideologico comune dell’opposizione, oltre ad essere un programma di azione politica generale, all’interno del quale il problema del Mezzogiorno ha un ruolo di grande importanza. Al De Viti non sfugge che le contraddizioni dello sviluppo capitalistico hanno traversato la vita unitaria del nostro Stato sin dal suo inizio. La sua dottrina antiprotezionista perciò germina dalla constatazione che la rivoluzione industriale, segnando una frattura tra Nord e Sud all’interno del paese e creando le condizioni di una ulteriore concentrazione ed accumulazione di investimenti e di capitali dove la produzione ha ritmi più accelerati, cioè al Nord, finisce col generare dei limiti per la stessa industria in quanto le sottrae il mercato dei consumatori del Mezzogiorno, sempre più indebolito e spossato dalla pressione fiscale, dalla sperequazione tributaria e dal saccheggio monetario.
Teniamo presente che due tendenze dottrinarie emergono sin dal 1887 ne “Il Giornale degli economisti”: 1) una tendenza radicale che mira a rompere il rapporto tra operai ed industriali, insieme interessati al mantenimento dei privilegi e del parassitismo protezionistico; 2) una tendenza conservatrice che è volta, invece, ad imprimere impulsi nuovi allo sviluppo capitalistico, conciliando su basi più democratiche gli interessi dei produttori e quelli dei consumatori, i bisogni dell’agricoltura e quelli dell’industria. L’ esponente più rappresentativo di questa seconda tendenza è proprio Antonio De Viti De Marco per il quale, però, essa può successo a d una sola condizione: che il partito socialista diventi il partito dei consumatori. Al declinare del secolo De Viti è ben introdotto nella cerchia degli intellettuali che contano, Il 1° giugno 1898 è apparso in “Giornale degli economisti” il suo scritto Cause e riforme che ha riattualizzato nella cultura ita liana progressista la questione meridionale. Antonio Labriola ne ha segnalato l’importanza del contenuto a Benedetto Croce, invitandolo ad associarsi al periodico.
La cosiddetta poesia improvvisata, estemporanea, istintiva è un fenomeno
diffuso da tempi immemori in tutte le aree del mondo. Che venisse usata per
mantenere viva la memoria di eventi epici passati, per ricordare una genealogia
o per allietare i momenti di festa con delle gare poetiche, quel che è certo
è che si tratta di un aspetto della vita sociale a cui nessun popolo ha mai
rinunciato.
La poesia improvvisata ha conosciuto
il massimo splendore in Italia nel periodo rinascimentale con temi
prevalentemente arcadici; nei secoli XVIII e XIX si connotò come accademica e
patriottica, assumendo anche una singolare importanza letteraria e sociale. Principalmente
nel XIX secolo tale genere di poesia si caratterizzò con un vasto repertorio
sentimentale, una concezione romantica del poetare. Un gran numero di poeti
improvvisatori si esibiva nei salotti borghesi e nei teatri della penisola,
proponendo temi convenzionali o ispirati alle passioni, agli avvenimenti
risorgimentali dell’epoca, spesso accompagnandosi con la musica.
La toponomastica del Salento è in ordine rigorosamente alfabetico nei nonsense di Salentudine (Marsilio, 2004) della “Galatea”, pseudonimo prediletto di Nadia Cavalera.
Da «nu tata ti Acquarica» a «nu tampagnu ti Miscianu» a «na formicula ti Zullinu»: la rassegna della geografia lirica e onirica, giocosa e ironica della Cavalera attraversa tutto il Tacco, dando un’anima perfino alle cose inanimate («na bbàscula ti Castrignano ti lu Capu», «nu traìnu ti Minervinu», «na fòkara ti Taurisano», «nu rsulu ti Veje»). Salentudine è lo specchio di una intellettuale vulcanica e stravagante, nel senso etimologico del termine. Non è senza ragione che il lungo e sperticato sperimentalismo della poetessa di Galatone (la sua prima raccolta Amsirutuf: enimma risale al 1988, nelle edizioni Tam Tam), quel suo “superrealismo allegorico”, abbia fatto il giro del mondo (ospitandone il lessico) per approdare infine (ma senza tuffi nostalgici) alla subregione natìa, alle prese con il “grado zero della scrittura” rappresentato dal dialetto. Un itinerario tutto votato a travolgere e stravolgere i luoghi comuni, la banalità della scrittura, l’uniformità del ritmo e dello stile, i topoi della lirica cortese e a inventare nuovi linguaggi, seguendo gli influssi della neoavanguardia (si veda, in particolare, Vita novissima del ’92).
Nel suo centralissimo appartamento modenese, in una fugace e improvvisa visita che le feci nel maggio dell’anno scorso, mi colpirono le icone naturali del Salento esposte come opere d’arte: ceppi di vite, tronchi d’ulivi, sterpi, pietre, terra rossa. «Se parlare della ricerca e della sperimentazione del nuovo, nella prospettiva di un discorso di avanguardia ha ancora, oggi, un senso, allora il punto di riferimento ha da essere un’opera come Brogliasso» scriveva Barberi Squarotti nella sua testimonianza critica a quell’opera pluristratificata e a double face uscita nel ’96.
Recensire. Che cosa faccio realmente quando recensisco un’opera? Ne espongo il contenuto ad uso del lettore, certo, ma anche cerco di individuare qual sia il pensiero dell’autore, la sua intenzione, che cosa l’abbia indotto a cimentarsi con quella materia, quali risonanze abbia egli trovato in essa, il perché ultimo dell’opera. L’autore e la sua opera: questo vuol conoscere il lettore. Maestro quel recensore che sappia collocare il libro nel suo contesto, nella sua humus, in una sorta di tradizione. Giusto, tutto giusto. Ma il lettore perspicace saprà andare più a fondo e da una recensione ricaverà nozioni precise sul recensore medesimo, perché una recensione in primis, se non altro perché è fatta di sue parole, dà notizie del recensore, ci dice le sue predilezioni, ci racconta il suo pensiero, ci svela la ragione per la quale si è preso la briga di recensire quel libro e non un altro. Pertanto, una recensione, per essere completa, deve contenere almeno tre cose: notizie sull’opera, sull’autore e sul recensore. Può farlo questo l’IA?
***
L’insegnante ovvero della “carne trita”. Il 20 settembre 2014, durante la lezione/conferenza tenuta a Pordenonelegge, Massimo Recalcati, presentanto il suo L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einuadi, Torino 2014, ha usato questa immagine per raffigurare la condizione attuale degli insegnanti: “… è l’immagine di un film celebre dei Pink Floyd, The Wall, forse ce l’abbiamo tutti in mente, è in gran parte un film sulla scuola. C’è un tapis roulant dove camminano degli allievi in fila indiana e tutti gli allievi finiscono dentro un tritacarne che li trasforma appunto in carne trita. La grande novità rispetto al film di Pink Floyd, The Wall, è che oggi sul tapis roulant non ci sono gli allievi. Oggi sul tapis roulant ci sono gli insegnanti. Sono gli insegnanti destinati a diventare carne trita. Perché il dispositivo li consuma; e perché il dispositivo li consuma? perché la burocratizzazione della scuola ha, come dire, reso le maglie del dispositivo sempre più oppressive, sempre più opprimenti.”
C’è da chiedersi perché l’insegnante è ridotto a “carne trita”; e la ragione è nella possibilità che questa offre di essere modellata e usata a piacimento da chi ha nelle mani le leve del potere (“il dispositivo”). Con la “carne trita”, infatti, si possono fare polpette, polpettoni, polpettoncini, la si può usare per il ragù, per fare gli hanbuger, il moussaka, ecc, come di volta in volta si preferisce. La carne perde la sua forma primeva e prende quella desiderata: così l’insegnante “tritato” può essere utilizzato in vari modi, come animatore, intrattenitore, semplice sorvegliante, accompagnatore, potenziatore, progettatore, tutore, collaboratore, coordinatore, ecc. e, se gli rimane tempo, forza e voglia, gli si farà fare qualche ora di lezione, senza eccedere però… Così opera il “dispositivo” oppressivo di cui parla Recalcati, innestando funzioni diverse nella figura tradizionale dell’insegnante, che la sconvolgono e riplasmano secondo i gusti del momento. Non servono precisamente a questo le cosiddette sempiterne “riforme” della scuola?
La raccolta in versi di Michele Truglia, «Canti catacombali», pubblicato per l’editore salentino Musicaos
di Marco Dotti
A pagina settantuno dei Canti catacombali c’è un disegno. Un fiore tracciato a penna, la corolla ricavata da una spirale ostinata, uno stelo lungo, due foglie, una riga orizzontale a fare da terreno. Sotto il disegno, fra parentesi, una parola: «fiore». È sbarrata.
La pagina viene
dal dattiloscritto originale, che si trova a Lecce, nell’archivio personale
della poetessa Ilaria Seclì. Chi l’aveva battuta, e poi disegnata, e poi
cancellata, si chiamava Michele Truglia. Sul frontespizio aveva scritto un
altro nome, in cirillico: bobok.
Bobok è un racconto
di Dostoevskij del 1873. A prima vista il meno dostoevskiano che abbia scritto,
nessun delitto, nessuna redenzione, soltanto un uomo che in un cimitero sente i
sepolti chiacchierare sottoterra. Bobok è il verso che fa chi non ha ancora
finito di morire. Sotto quel nome, il titolo: Canti catacombali. Sovetskij samizdat, samizdat
sovietico.
Truglia
consegnò il fascicolo a mano, a Lecce, il 20 agosto 2021. Morì a Milano il 30
giugno 2022, cinque giorni dopo aver compiuto quarantotto anni. Il libro, Canti
catacombali. Sovetskij samizdat (pagine 144,
euro 20) esce ora da
Musicaos, editore salentino, per le cure di Simone Giorgino e Luciano Pagano.
Truglia era nato a Cremona nel 1974 e con Giorgino e Pagano aveva firmato nel
2000 Venenum, di fatto un’autoproduzione.
Coordinamento scientifico: Antonio Lucio
Giannone, Simone Giorgino (Università del Salento)
Questa rubrica, che prende il titolo da una frase di Salvatore
Quasimodo contenuta nel suo famoso Discorso
sulla poesia del 1953 («Faremo un giorno una carta poetica del Sud»),
intende prestare attenzione a figure e opere della modernità letteraria
meridionale, nella convinzione che il Mezzogiorno abbia offerto un contributo
alla storia della letteratura italiana che non si può ignorare. Invece,
purtroppo, in questi ultimi tempi, scrittori importanti di origine meridionale,
un tempo anche molto noti, non figurano più nei manuali e nelle antologie.
Anche alcune recenti indicazioni ministeriali hanno escluso quasi tutti gli autori
nati al di sotto di Roma dal canone scolastico, con la conseguenza che gli
studenti delle regioni del Sud rischiano di non conoscere una parte rilevante della
loro storia culturale. Perciò, la rubrica «Carta poetica del Sud», collegata a
«Sinestesieonline», cercherà di porre rimedio a questa grave lacuna, anche nel
tentativo di realizzare almeno in parte l’auspicio di Quasimodo.
Premessa
di Antonio Lucio Giannone
Il primo numero della rubrica «Carta poetica del Sud» è
interamente dedicato a Vittorio Pagano (Lecce, 1919 – ivi, 1979), il cui nome è
ancora poco conosciuto a livello nazionale. Su di lui esistevano, fino a poco
tempo fa, solo i saggi di alcuni critici, legati a Pagano da rapporti di amicizia, come Oreste Macrì,
Donato Valli, Mario Marti, Michele Tondo e Ennio Bonea. Dopo la morte, un
numero della rivista «Pensionante de’ Saraceni» (a. II, n 1, novembre
1985-giugno 1986) gli rese un omaggio con articoli e testimonianze, mentre nel
1996, presso le edizioni Conte di Lecce, vide la luce una raccolta delle sue
prose creative, dal titolo Reportages in
città e altre prose, a cura di Paola Greco, con una introduzione di D. Valli.
Nel 2004, presso Pensa MultiMedia di Lecce, venne pubblicata l’unica monografia
tuttora esistente, dal titolo Vittorio
Pagano l’intellettuale e il poeta (con quattro poemetti inediti), di Nicola
Carducci.