Allegra e le 96 tesi (Atto I)

di Salvatore Carachino

Testo teatrale tratto dall’opera “Allegra e le 96 tesi – Il principe chierico”, QuiEdit, Verona, 2020.

Personaggi: Pietro, Alessandro e Cesare, ingegneri elettrotecnici.

Visitatrici.

Atto I

Sala con arredamento da villetta di campagna. Attraverso grandi vetrate si intravvede un giardino con lampioni accesi nel crepuscolo della sera. Pietro, sui trentacinque, di bell’aspetto, in pantaloni blu di lino e camicia bianca con maniche risvoltate, dopo avere interrotto un brano di musica jazz prende da un basso tavolo una rivista che sfoglia nervosamente.

PIETRO. Guarda l’orologio. E siamo a mezz’ora. I soliti. Quelli si sono persi. Troppo ridere per guardare i cartelli o ricordarsi di avere un navigatore. Fatti così i miei vecchi compagni di liceo e di università. Basta. Non li chiamo più. Saranno di buon umore, felici di rivedermi dopo cinque anni che manco dall’Italia. Volta le pagine. Questo? Cosa scrive? “Cos’è l’illuminismo.” Ditemi cos’è. A volte ritornano. Gli illuministi. Glielo leggo questo articolo al caro ingegnere elettrotecnico Alessandro che ha sempre odiato la filosofia. Lo mortificò il tre preso alla prima interrogazione. – Si portavano i cinici e no che quello mi va a domandare i cirenaici! – Cosa gli va a domandare quel cinico di un professore! Anche tu, caro ingegnere Cesare, cirenaico per indole, ti imbattesti in una versione dal greco che ti demolì. Dioghenes ò kunikos fu per te il canino Diogene. Canino. Ineccepibile. Quel tipo viveva in una botte come un cane. Ah, gli antichi filosofi. Non è chiaro se muovessero sulle piazze dell’antica Grecia anche di sera con luna e stelle. Oggi spreco di luce e spegnimento di luna e stelle. Senti questo come chiama noi altri tecnici delle luci ad un lavoro comune con i filosofi. Legge. Alla sera tutti i grattacieli della metropoli sembrano pagine colorate e drizzate al cielo, squadrate alture fiancheggianti i lunghi viali alberati a tre corsie per senso di marcia. Vai su larghi marciapiedi e sosti davanti alle sfolgoranti vetrine arricchite dai gioielli della modernità. Attraversi un giardino lussureggiante, fiorito di mille luci, con alberi dalle chiome a vampe verdi, rosse, gialle, con rami parati a brillio di trine. Ne mandano il riflesso le acque tremolanti delle vasche disegnate in varie geometrie. In mezzo a queste, su basse piattaforme, statue di grandi uomini, in piedi, seduti: Socrate, Galileo, Voltaire. Lungo i vialetti, ai margini di aiuole altri maestri del pensiero, messi di fronte come intenti a conversare oppure solitari e pensosi, sicché, imbattendoti in alcuni, sale il ricordo dei tuoi vecchi studi. La loro materia in grigio cemento si stacca dal fulgore diffuso, dalle polle di vivissimo azzurro che filtrano alla base di piante e arbusti. Al centro del giardino sta un grande globo di luna arancio che mai tu perdi alla vista. Lo sguardo si incanta davanti alle ardite sovrapposizioni di mattoni di vetro, zollette di zucchero in tutti i toni del rosa, gioco di imitazione delle dimore dell’uomo che svettano vicine e lontane sullo sfondo di un fumoso cielo violaceo. E negli slarghi attrezzati concerti e danze per i pazzi dei divertimenti, per i tentati dalla gioia.

Strombazzi di clacson. Pietro accoglie i due amici. Hanno belle camicie colorate con maniche lunghe. Alessandro è alquanto mingherlino con aria da intellettuale. Cesare è alto, atletico. Esclamazioni. Abbracci.

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