La Fiera di Ortelle, se non è la più antica del Salento, è certamente una delle più sentite e più impegnative dal punto di vista organizzativo. I quattro giorni della festa impegnano fattivamente il Comune, la Pro Loco, le associazioni che organizzano e le aziende che aderiscono. Oggi, lo sforzo comune di amministratori locali e associazioni culturali è quello di recuperare le antiche memorie innestandole sull’innovazione; un passo importante nel senso della valorizzazione e promozione dei prodotti tipici locali è stata l’approvazione da parte del comune di Ortelle del disciplinare che ha introdotto la denominazione “Or-Vi” (acronimo che sta per Ortelle e Vignacastrisi) ai fini della tracciabiltà del Maiale di Ortelle. Secondo questo disciplinare, i contadini di Ortelle e Vignacastrisi si impegnano ad allevare il maiale (un animale di cui è ricco il nostro Salento e che si riproduce con una grandissima velocità) secondo i metodi tradizionali ed anche a prepararlo secondo le ricette di una volta. Le carni consumate durante la festa sono necessariamente garantite e il caratteristico odore del maiale ha una fragranza così forte che, durante i giorni di festa, si spande in un raggio di molti chilometri al di fuori di Ortelle. Sono 150 i capi di maiale che le aziende locali conferiscono alla Fiera e le abili mani delle massaie volontarie e dei cuochi specializzati fanno il resto, per la gioia dei visitatori della cittadina ortellese in quella che si può considerare l’ultima grande festa dell’estate salentina o la prima dell’autunno. Il quartiere fieristico, dove si tiene la Mostra Mercato, ospita aziende da tutto il Meridione d’Italia e l’affluenza dei visitatori è davvero straripante. La Fiera del maiale, che alcuni hanno definito la Oktoberfest nostrana, è una vetrina molto importante per i prodotti locali, ed una vera Mecca per gli amanti della carne di maiale. Come sappiamo, quella della carne suina è tradizione diffusa in tutto il Salento, tanto vero che altre fiere del maiale si tengono in questo stesso periodo: a Miggiano, dove in occasione de “la fera te Miscianu”, il maiale viene offerto arrosto ai numerosi visitatori nel grande spazio espositivo dell’Expo 2000, che accoglie negli stessi giorni la Fiera campionaria di industria, artigianato e agricoltura; a Muro Leccese, con la Festa de lu porcu meu; a Muro il rispetto delle tradizioni impone a tutti gli abitanti di allevare un maialino che poi viene sacrificato, lesso, la vigilia del giorno della fiera (nella quale viene servita la carne lessa o alla brace, e poi salsicce, spiedini, scorsette di maiale, ecc.); a Carpignano Salentino, dove la sagra del maiale si tiene in occasione della Fiera di Ognissanti ed è possibile anche acquistare la carne sia cruda che cotta; nel brindisino, con la sagra del maiale di San Vito dei Normanni, in occasione della festa di San Vincenzo Ferreri, compatrono della città. Carpignano Salentino vanta il primato della più antica festa salentina: la Fiera di Ognissanti risalirebbe addirittura al 900 dopo Cristo ma non esistono documenti a suffragare questo dato, quel che invece è certo è che da sempre la carne servita nella sagra del maiale (la tradizione carpignanese vuole che sia lessa con pepe e sale, arrostita alla brace oppure al sugo con contorni di verdure) è una delle più buone. Ortelle è particolarmente legata al maiale, infatti anche in agosto si tiene una curiosa e gustosissima tre giorni all’insegna dei sapori tipici e delle tradizioni locali. Si comincia il 4 agosto con la Festa della Porchetta Or-Vi: si tratta di una porchetta ottenuta dall’allevamento di maialini locali, che viene trattata con essenze aromatiche e particolari tecniche di cottura, così come si usava una volta, nel forno a legna con cottura lentissima. Il 5 agosto, protagonista è la Pirilla, tipico pane locale, di forma tondeggiante, ottenuto dai resti dell’impasto usato per fare il pane, una delle specialità più caratteristiche della cucina contadina del passato. Il 6 agosto si conclude con la Mostra Mercato delle aziende locali, nel Parco di San Vito, dove sono allestiti gli stand degli espositori. Insomma, al grido “è mortu lu porcu, w lu porcu!”, in queste sagre gli amanti del maiale e tutti i buongustai possono trovare in ottobre pane, anzi carne, per i propri denti.

In questo saggio, vogliamo tracciare un’indagine sulla simbologia del maiale e sulla sua ricezione nell’immaginario collettivo. Forse è un obiettivo troppo alto per le nostre forze, ma procediamo.
Il maiale è legato a Sant’Antonio Abate, vissuto nel IV secolo[3]. Nel nostro Salento, il santo si festeggia in gennaio a Novoli con la grande Focara che è diventata ormai un appuntamento mediatico ancor prima che religioso e folkloristico[4].
Varie le motivazioni che legano il Santo al maiale di cui assume la protezione, prima fra tutte il fatto della tentazione del diavolo che gli apparve sotto forma di maiale[5]. Come sappiamo, Sant’Antonio abate è invocato nella guarigione dal “fuoco di Sant’Antonio”, una malattia, l’herpes zoster, particolarmente insidiosa nell’antichità perché, se non curata, poteva portare anche alla cancrena. A una simile malattia il santo egiziano venne associato sia perché nel Medioevo, dopo la traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli in Francia, nel 1070, gli vennero attribuiti svariati miracoli nella guarigione da questo male, che provocava fortissimi dolori a chi ne era colpito, sia perché nella medicina popolare si usava applicare sulla parte dolente una fetta di lardo, che riporta al maiale, animale sacro ad Antonio abate. Il maiale diviene quindi l’attributo iconografico del santo che anche nell’arte è raffigurato con il maialino accanto, pensiamo al dipinto del Pisanello La Vergine con San Giorgio e Sant’Antonio, del 1442, conservato alla National Gallery di Londra, o al dipinto di Bosch, La tentazione di Sant’Antonio, del Cinquecento, conservato al Museo del Prado di Madrid. Gli ammalati, che si contorcevano negli spasmi del dolore, provavano momentaneo sollievo applicando le fettine di lardo sulla parte interessata, ovvero “infiammata”: infatti, i sintomi dell’herpes erano quelli di una macchia scura, sanguigna, che dava un forte bruciore, da cui “fuoco di Sant’Antonio”. Probabilmente, spiega Franco, nel Medioevo, le classi popolari consumavano più orzo e segala perché erano cereali economici rispetto ad altri ma proprio questi portavano il fungo dell’ergotismo[6]. Alcune persone, guarite da questa malattia, grazie all’intercessione del santo, fondarono l’Ordine degli Antoniani, che nel 1297 divenne un ordine sacro, adottando la Regola di Sant’Agostino. Questi monaci si dedicavano al servizio delle persone malate di herpes zoster e per far questo allevavano grosse quantità di maiali per ricavarne il lardo necessario a calmare i bruciori del male; addirittura avevano il privilegio di poter pascolare le mandrie di maiali anche nelle città e di lasciarle cibare dei rifiuti urbani[7].
In generale nel Medioevo, specie in Francia, la carne di maiale era la più consumata, sia perché l’allevamento del suino comportava meno fatica di quello dei bovini e degli ovini, sia per l’alto contenuto calorico che aiutava i lavoratori[8] ad affrontare il rigido inverno. I maiali venivano uccisi quando avevano un anno e mezzo, in un periodo compreso fra la festa di Tutti i Santi e il Martedi grasso. In quel periodo era più difficile nutrire l’animale e quindi si riteneva più proficuo abbatterlo, anche per la minore presenza di mosche che potessero compromettere la conservazione della carne[9]. “L’importanza del maiale nelle civiltà medievali”, scrive Franco, “la si vede dal fatto che viene rappresentato nel 90% dei calendari italiani e nel 100% di quelli francesi”[10]. Il maiale è presente anche sulle tavole del Paese di Cuccagna. In quel grande sogno del banchetto pantagruelico che è Cuccagna, fra i vari tipi di carne che compaiono sulle abbondanti mense, tre sono di maiale: lardo, salsiccia e prosciutto[11]. Nell’iconografia, il re di Cuccagna, in una versione cinquecentesca, indossava abiti e un mantello di pelle di maiale[12]. In un’incisione del Seicento il re di Cuccagna appare sul dorso di un maiale e in una del Settecento Cuccagna viene localizzata in Porcolandia[13], sicché si può dire che Cuccagna sia la terra del maiale.
Ovviamente la carne di maiale associata al buon vino costituiva il massimo della goduria[14]. Fra la l’estate e l’inizio dell’autunno, molti santi erano invocati a protezione del vino nelle sue varie fasi di produzione: San Vincenzo e San Paolo per la crescita delle vigne, San Gualtiero e San Venerio a protezione dalle malattie delle vigne, San Lorenzo e San Rocco per favorirne la maturazione, San Remigio e San Sergio per la vendemmia, Sant’Eustachio per proteggere i trasportatori di vino, San Martino per proteggere i mercanti di vino e San Nicola a protezione dei bottai. Proprio a San Nicola, 6 dicembre, di preferenza, nel Nord della Francia, si scannava il maiale e se ne cucinavano le prelibate carni, di cui “il midollo, considerato rigenerante, veniva dato ai più anziani; il cuore ai parenti ed agli amici più stretti; il fegato e i polmoni agli altri. Le parti nobili dell’animale venivano lavorate per produrre non meno di sedici diversi tipi di insaccati”[15]. Ancora oggi, nelle famiglie contadine, è invalsa la tradizione di uccidere il maiale come fosse un rito collettivo. «Intorno ad ogni famiglia che ammazza il maiale si riuniscono amici e parenti per dare un aiuto che sarà poi ricambiato. I salumi vengono preparati per i parenti emigrati, i quali spesso tornano nel paese di origine per ammazzare il maiale con tutta la famiglia, per poi tornarsene al Nord con la loro parte di salumi. Così, insieme alla salsa, oggetto di un più importante rituale famigliare […], salami, salsicce, capocolli, ecc. custoditi in una dispensa o mangiati in occasioni speciali ricordano agli emigrati i “vecchi tempi” della famiglia riunita per l’uccisione del maiale, creano un “senso di casa” e mantengono vivo il legame con il luogo d’origine e la rete locale di relazioni parentali e non»[16].
L’importanza attribuita alla carne nel Medioevo era dovuta al fatto che l’uomo è fatto di carne e quindi la carne è il suo alimento naturale. Il maiale era visto come simile all’uomo sia sul piano alimentare -entrambi onnivori-, sia sul piano fisiologico[17]. I primi studi anatomici nell’Alto Medioevo, data la proibizione della Chiesa di vivisezionare i corpi umani, veniva fatta proprio sui maiali. Crombie riporta la più antica opera medievale di anatomia, attribuita a Cofo di Salerno, Anatomia porci, del XII secolo[18].
Ma come si giunge alla connotazione negativa del maiale? Come mai la parola “maiale” e, ancor di più, “porco”, entra nel turpiloquio con funzione insultante, sfottente, nei confronti di un essere umano? Probabilmente ciò inizia con gli Ebrei, è un fatto legato all’antisemitismo. Come si sa, gli Ebrei rifiutano di mangiare carne di maiale. Questa repulsione si potrebbe spiegare con il testo del Vangelo apocrifo dell’infanzia che riporta l’episodio in cui Cristo, irritato con una madre che aveva nascosto i suoi tre figli, li trasformò in maiali. Da allora gli Ebrei non mangiarono più carne di maiale per evitare una simbolica autofagia, perché ad essi pareva di mangiar sé stessi[19]. Per questa particolare caratteristica, i Cristiani, nel loro furore antisemita, cominciarono ad associare gli Ebrei ai maiali. A ciò si aggiungano le leggende nere secondo cui gli ebrei mangiavano i bambini cristiani ed avvelenavano i pozzi. L’uccisione del maiale divenne quindi nell’Europa medievale un sacrificio rituale anche in funzione antiebraica[20].
L’associazione di una persona repellente, negativa con il maiale inizia a livello lessicale nella lingua francese nel 1209 quando la parola porc acquista il significato di persona ingorda, golosa, grossolana e, infine, sporca. Va da sé che la connotazione negativa della parola si generi in un contesto fortemente antisemita[21]. Il maiale viene considerato un animale poco nobile, anzi spregevole, e si crea intorno alla sua figura un atteggiamento di denigrazione che peraltro il maiale condivide con animali del pari negletti come l’asino, il mulo, l’oca e la scimmia. Dice Brant: “Per l’oca il cielo non è stato fatto;/ ma di certo né l’asino né il matto, / né la scimmia, né il porco né il vitello / non entran nel celeste porto bello/ché tutto ciò che appartiene al demonio/ giammai avrà del paradiso il conio/”[22], e nella xilografia a corredo della poesia si vede un matto che entra in una stalla nella quale oche e maiali mangiano in un truogolo mentre l’epigrafe recita: “Chi Dio misericordioso sol suppone / e non ha di sua giustizia la visione / non più d’oca e di porco ha in sé ragione /”[23].
La carne per eccellenza, charnage nel francese antico, era quella di maiale. La carne dava etimologicamente origine al Carnevale, così come quella da levare (secondo una delle più diffuse etimologie del termine, carnem levare) per la Quaresima era sempre la carne del maiale. «Indubbiamente, il maiale continua a simbolizzare gli istinti bassi, la sregolatezza alimentare e sessuale e una generale inclinazione alla trasgressione che trovano nel carrnevale uno spazio, temporale e materiale, di libera espressione», scrive Marano[24]. Al tempo stesso, il maiale «marca l’“atmosfera sensoriale” del carnevale», secondo lo studioso, «[cioè] crea un senso di carnevale o un gusto di carnevale e più in generale un sensescape, un paesaggio sensoriale attivato dal consumo reale e simbolico del maiale», proprio come, lo ricordavamo prima, «il cibo proveniente dalla famiglia costituisce per gli emigrati e gli studenti fuori sede un elemento importante per creare un sense of home o un taste of home, il senso o il gusto di casa»[25]. Durante il Carnevale, tempo di allegria, ogni scherzo vale, ogni cibo vale e a maggior ragione la carne.
Ma al maiale era riservato un destino infausto perché con l’avanzare dell’età moderna sempre di più la valenza simbolica negativa doveva prevalere su quella positiva di animale domestico utilissimo per l’alimentazione. “Porco” doveva divenire uno dei peggiori insulti che un essere umano potesse rivolgere ad un proprio simile. Ed è così anche ai nostri giorni. Sentiamo il termine “porco”, anche nell’accrescitivo “porcone”, infarcire i nostri discorsi quotidiani.
L’accezione negativa del termine che associa l’uomo al porco in via denigratoria riguarda più aspetti: gli eccessi alimentari, potremmo dire l’indulgere al peccato della gola (“mangia come un porco”), la scarsa igiene personale (“fa schifo”, “è un porco”, detto di qualcuno che si lava poco), la fannulloneria che sfocia in neghittosità (“non fa niente tutto il giorno come un porco”), lo sfrenato appetito sessuale (“è un porco” o “una porca” se donna: in quest’ultimo caso, non necessariamente la donna deve essere particolarmente disinibita ma basta che ami cambiare sovente partner perché venga appellata in siffatto modo, rivelando, l’insulto, la sua matrice profondamente maschilista), infine come insulto generico per persone abbiette, poco raccomandabili, losche, inaffidabili. Eppure il maiale, con le sue setole, dà le scope.
Adesso vai dicendo:
“Io non so niente”
Ma hai fatto sempre schifo con la gente
E, mentre ti consola la dolce sposa
Una setola ti spunta sulla pelle rosa
Maiale! Maiale!
Maiale! Maiale!
Maiale! Maiale!
canta Drupi in Maiale, del 1993[26].
L’aggettivo “porco” viene usato, unito ad un sostantivo, per proferire imprecazioni blasfeme: porca miseria, porca l’oca, porco mondo, porca bestia, porca troia, porco cane, porco zio, porca pupazza, ecc., la più grave delle quali riguarda Dio, la Vergine e i vari santi[27].

Marranos erano chiamati in Spagna gli ebrei e musulmani convertiti al cristianesimo sospettati di essere ritornati alla loro religione, e l’aggettivo significa proprio porco, maiale, da una probabile derivazione araba maḥram o muharram, cioè “cosa proibita”, legata al divieto religioso di mangiare carne suina[28]. Dallo spagnolo all’italiano “marrano”, per intendere un vile, un traditore e fellone. Oggi, nel pensiero di una persona mediamente istruita, l’idea dei marranos soperchia la favola dei Tre porcellini, l’idea della bestemmia che affianca al porco il nome di Dio o della Madonna prevale su Peppa pig. Perché? Eppure il nostro suino fornisce un alimento preziosissimo come la carne, e salumi, prosciutti, porchetta, sanguinacci, la sugna, e chi più ne ha più ne metta. Forse perché, a differenza dell’asino, altro animale fortemente bistrattato che però con il suo destino di vessazioni spinge a un moto di naturale simpatia, il maiale è istintivamente antipatico. Il suo grugno -da cui il suo verso “grugnire”- non innesca nessun processo di rispecchiamento, una naturale repulsione spinge l’uomo a prenderne le distanze pur conoscendo le qualità dell’animale e potendone apprezzare l’utilità; il grugno non è inespressivo ma brutto. «Il maiale grufando sul suolo», scrive Marano, «si muove nel mondo basso, nello sporco, nelle acque torbide, vicino agli inferi; per un verso è simbolo degli eccessi di ogni tipo, alimentari e sessuali, ma dall’altro è simbolo di fertilità. Nel corso della storia è stato utilizzato, di volta in volta, a seconda dei contesti e del clima politico e sociale, come simbolo dell’una o dell’altra cosa. In ogni caso, nelle culture contadine al maiale è stato sempre riconosciuto un valore sostanzialmente positivo, mentre le classi “alte” gli attribuivano significati legati al “basso” e al “negativo”, e questo spiega perché nelle società rurali europee (e non soltanto) il maiale si trova spesso al centro di pratiche alimentari che oggi hanno perlopiù un valore simbolico piuttosto che economico»[29]. La porcilaia in una fattoria è tenuta sempre nel posto più lontano dall’abitazione a causa dello sgradevole odore che promana, così il porcaio, in passato, ma anche oggi, è guardato con sospetto; più degli altri allevatori, il governa-porci sconta una certa diffidenza da parte del consorzio umano, se non proprio resistenza nell’accostarsi a lui. Del resto, egli vive in campagna, fuori e lontano dal contesto urbano, in una ideale area di confine, marginale, come al margine si respingono tutti gli elementi estranei al corpo sociale[30]. Il porcaio condivide la sua marginalità con altre figure, come il brigante, il rom, l’extracomunitario, tutti quegli elementi deragliati che abitano le estreme periferie delle metropoli, la campagna, se non la foresta, perché non integrati nella società civile. Certo, il cattivo odore fa la sua parte sebbene esso sia più immaginato che reale, frutto di una distorsione di senso, in quanto l’olfatto trasferisce il cattivo odore dall’animale al suo custode. La masseria, posta com’è lontano dalla cinta urbana, in aperta campagna, fa pensare alla foresta-deserto di Sant’Antonio e San Paolo di Tebe[31], i primi eremiti, divenuti i grandi modelli dell’ideale cristiano dei padri del deserto, come San Pacomio[32]. Gli spostamenti del massaro in città richiamano la vita di San Martino divisa fra la solitudine del deserto di Marmoutier e la sede di Tour di cui era Vescovo[33]. Il deserto era il luogo dell’incontro con il male, Satana, che si incarnava nel maiale, attributo di Sant’Antonio Abate. Ecco, allora, che l’uccisione del maiale da parte del porcaro è figura dell’allontanamento delle tentazioni da parte dei monaci del deserto[34].
Nell’immaginario collettivo insomma il porcello non potrà mai godere della stessa tenerezza che si porta a un cane o a un gatto, della ammirazione estetica per il cavallo, del rispetto per un leone, una tigre, un orso, della compassione verso l’asino, della complicità verso una volpe. Eppure, ascoltando d’estate in alcune feste salentine il suono della cupa cupa, dovremmo ricordare che la superficie del tamburello è ricavata dalla pelle di maiale.
In letteratura è sempre figura del male. Gli orchi alieni protagonisti del romanzo fantascientifico Come servire l’uomo (1950), di Damon Knight, sono mezzi uomini mezzi maiali. In un episodio della serie fantascientifica Ai confini della realtà (È bello quel che piace, del 1960), la protagonista ossessionata dalla chirurgia plastica si ritrova in un mondo futuro sempre deforme in cui i medici sono mostruosi uomini maiale.
Proprio perché il maiale grufola per terra cercando il cibo, a suo maggior disdoro, è stata coniata la locuzione paradossale “quando i porci avranno le ali”, emblematica di una condizione dell’irrealtà, ad esprimere l’impossibilità che si avveri qualcosa cui pure si anela. Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti, è il titolo di un famoso libro del 1976 di Lidia Ravera e Marco Lombardo-Radice, sotto gli pseudonimi di Rocco e Antonia[35]. Il libro, che fu un best seller, era un ritratto molto fedele della sinistra studentesca degli anni Settanta ed il suo approccio al sesso e alla politica, attraverso un linguaggio molto crudo e diretto, che all’epoca suscitò scalpore. Ne fu tratto anche un film nel 1977 con la regia di Paolo Pietrangeli. Al centro del libro, nelle esperienze raccontate in prima persona dai due studenti, è il tema della contraddizione di chi sente di avere ali per poter volare ma non riesce a farlo. In realtà, l’espressione usata in italiano è l’adýnaton “quando gli asini voleranno”, che è equivalente ad altre impossibilia come “alle calende greche”, o “quando nevicherà ad agosto” (per chi abita in pianura nei climi caldi), insomma cose impossibili da realizzarsi. L’espressione deriva dall’inglese “when pigs fly”, appunto “quando i porci voleranno”, e viene dal romanzo del 1952 Pigs Have Wings dello scrittore P. G. Wodehouse[36], che ha ispirato le canzoni dei Pink Floyd Pigs on the Wing 1 e 2 e Pigs (Three different ones) nell’album Animals, del 1977. Gli uomini sono naturalmente dei porci, secondo David Cooper in La morte della famiglia, e le istituzioni umane sono parimenti dei porcili o mattatoi per i porci. Rifacendosi al detto popolare su citato, lo scrittore dice che forse i porci hanno davvero delle ali ma sono invisibili oppure noi non le vediamo perché ciò significherebbe che qualsiasi cosa potrebbe accadere e anche l’impossibile diventare possibile, e noi siamo spaventati da ciò. Allora siamo tutti “porci con le ali”: per alcuni queste ali invisibili possono manifestarsi in qualsiasi momento, per altri invece esse non appaiono e non gli permetteranno mai di prendere il volo[37].
Esiste una città dei maiali, soprannominata “Porkopolis”, ed è negli Stati Uniti: Cincinnati vanta il primato negli States nell’allevamento di maiali fin dal tardo Ottocento. Esistono statue di maiali ovunque e non si può ritornare da una visita alla città senza un gadget del simpatico maialino (anche se ciò è motivo di dileggio da parte delle città vicine dell’Ohio, tutto il mondo è paese). C’è addirittura una maratona, “Flying Pig Marathon”, che si tiene dal 1999[38].
Il maiale, anche detto verro nelle fonti classiche (propriamente il maschio da riproduzione) dà le braciole, le cervella arrostite, i pezzetti al sugo, eppure è visto come abietto, sudicio, più come merce che come essere vivente; e anche ingrato: “Dare le perle ai porci”[39], dal Vangelo secondo Matteo[40], significa offrire cose di grande valore o far del bene a chi non lo merita e ci fa venire in mente il famoso dipinto Le perle ai porci, di Peter Bruegel il Giovane. Al femminile, si dà della “scrofa”, per offesa, ad una donna corpulenta o grassa.
E così
anche al termine di questo pezzo, il maiale finisce allo spiedo nei ritrovi del
gozzoviglio e nella crapula della grande
bouffe, o ancora, sua celebrazione e al tempo stesso condanna, alla brace,
ad Ortelle e nelle tradizionali sagre del maiale che si tengono in tantissimi
luoghi d’Italia.
[1] Il prof. Angelo Lazzari mi riferisce che il documento, che attesta chiaramente l’esistenza della fiera è senza dubbio l’Apprezzo dello Stato della Contea di Castro, allestito dal Regio Ing. Camerale Gioacchino Magliano, che nel 1780 aveva avuto incarico dal Regio Fisco di attendere alla valutazione dei beni e delle risorse della stessa Contea in vista di attivare il bando per la sua vendita. Tra le carte documentali del Magliano sono inserite anche le copie degli atti relativi alla Platea regia del 1664, attuate da Nicola Granato nel 1785. Tavola delli luoghi, Terra, e Casali del Contado di Castro fatta lì 1664, in Angelo Lazzari, Castro Diocesi e Contea in Provincia d’Otranto, Lecce, Edimanni,1990, p. 47-50. La su richiamata Platea, allegata in copia negli atti di vendita della detta Contea nel 1781, fu redatta da Gregorio Gallo de Acugna nel 1664-65 come aggiornamento dei dati riportati nella Platea del 1542-49 in quanto “li Territori redditizi a detta Comital Corte sono passati a persone, le quali non stanno descritte et annotate in Inventario fatto di quelle, pure di Ordine Regio nell’anno 1542”. Apprezzo dello Stato della Contea di Castro– Ortelle 1780-1785, in Angelo Lazzari, Palazzi storici nel territorio di Ortelle e Vignecastrisi, Castiglione, Giorgiani, 2025, p. 18. Della Platea del 1542, insomma, non abbiamo alcuna notizia, se non la citazione nei documenti inserita nella Platea del 1664.
[2] Questa ricorrenza laica nei vari documenti è denominata mostra, fiera e paniere di San Vito.
“Vi è la Congrecaz.ⁿᵉ dell’Immacolata con una Confraternita, senza veste, mà si stà esercitando; e fuori del paese risiede la Cappella di S. Vito, dove la quarta Domenica di Ottobre si solennizza la sua festa, ed una Fiera con intervento, e concorso di molta gente.
Le sud.ᵉ Vittovaglie, qualora qualche Citt.ⁿᵒ né hà per vendere le porta nel Mercato del Poggiardo, e l’oglio si vende a Mercadanti di Otranto, o in Gallipoli, e che in esso Feudo si fa un Paniere, che chiamasi il Paniere di S. Vito; il terreno è atto alla Semina delle Vittovaglie fol. 144 at.ᵒ P.mi Voluminis acta appretii.
Gl’Animali poi si portano a vendere nel Mercato del Poggiardo, nella Terra di S. Pietro in Galatina, Maglie ed in altri Mercati, e che in essa Terra si solennizzano trè Feste, S. Giorgio, S. Anna, e S. Fortunato collo sparo di Mortali, e Messa Cantata. Si fa parim.ͭᵉ un Paniere la quarta Domenica di Ott.ᵉ, che dicesi di S. Vito, e vi concorrono de’ For.ʳͥ, e si comprano, e si vendono diverse merci, Vittovaglie, ed Animali, né il Barone vi esercita veruno particolare dritto, per d.ᵒ Paniere ut fol. 141 d.ͥ p.mi Voluminis”.
Biblioteca De Gemnis (BGBA), Platea della Contea e Stato di Castro, Bari, B, 21/1, 1777-1778, f. 137. Ringrazio Angelo Lazzari per avermi fornito queste preziose informazioni.
[3] La fonte più importante sul Santo eremita è la Vita di Antonio, scritta da Anastasio di Alessandria. Vita di Antonio, a cura di Gerard Johannes M. Bartelink, trad. it. di Pietro Citati e Salvatore Lilla Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori Editore, 1974.
[4] Per una ricognizione di massima, si vedano i densi volumi di studio: Sant’Antonio Abate e il fuoco della santità» Atti del Convegno di Studi (Novoli, 12-13 gennaio 2007), a cura di Dino Levante, Novoli, Bibliotheca Minima, 2008; «Da Oriente a Occidente: Sant’Antonio Abate e il Monachesimo» Atti del II Convegno di studi (Novoli, 12-13 gennaio 2009), a cura di Dino Levante, Novoli, Bibliotheca Minima, 2010; Il «Fuoco di Sant’Antonio» in medicina. Atti del III Convegno di studi (Novoli, 15 gennaio 2011), a cura di Dino Levante, Novoli, Bibliotheca Minima, 2012.
[5] Si veda: Sant’Antonio Abate, a cura di F. Craffa, A. Rigoli, M. C. Bosi, in Bibliotheca Sanctorum, Roma, Città Nuova, 1962, Vol. II, coll. 106-136.
[6] Hilàrio Franco Jr, Nel Paese di Cuccagna. La società medievale tra il sogno e la vita quotidiana, con Introduzione di Jacques Le Goff, Roma, Città Nuova, 2001, p. 76.
[7] Ivi, p. 77, con riferimento a A. Chaumartin, Le mal des ardents et le feu de Saint-Antoine, Vienne-la-Romaine, 1946, pp. 80-83, cit. in Hilàrio Franco Jr, Nel Paese di Cuccagna, cit.,p. 201.
[8] I laboratores della celebre tripartizione della società feudale in laboratores, oratores e bellatores.
[9] Hilàrio Franco Jr, Nel Paese di Cuccagna, cit.,p. 75.
[10] Ibidem.
[11] Ibidem.
[12] Riferito da Martin Cieco di Lucca, Il Trionfo di Cuccagna, 1888, vv. 39-40, p. 401, in Hilàrio Franco Jr, Nel Paese di Cuccagna, cit.,p. 77.
[13] Immagini riportate da F. e C. Sluys, Le pays de Cocagne, in «Problèmes. Revue de l’Association Générale des Etudiants en Médecine», n. 77, 1961, pp. 10, 44, in Hilàrio Franco Jr, Nel Paese di Cuccagna, cit.,p. 77.
[14] Consumare carne di maiale e vino, secondo la tradizione celtica, dava accesso all’eternità. Hilàrio Franco Jr, Nel Paese di Cuccagna, cit.,p. 111.
[15] Ivi, p. 75.
[16] Francesco Marano, Il maiale e (è) Carnevale, in Maschera e Cibo. Il Carnevale e il Mediterraneo, a cura di Pietro Sisto e Piero Totaro, Palermo, Museo Pasqualino, Edizioni Museo Pasqualino, 2024, p. 286, che rimanda a Lia Giancristofaro, Tomato Day. Il rituale della conserva di pomodoro, Milano, Franco Angeli, 2012, cit. in Ivi, p. 291.
[17] Hilàrio Franco Jr, Nel Paese di Cuccagna, cit., p. 86.
[18]A. C. Crombie, Historia de la ciencia: de San Augustin a Galileo, Vol. I, Alianza, Madrid, 1974, p. 155, riferito da Hilàrio Franco Jr, Nel Paese di Cuccagna, cit.,p. 87, nota 9 e p. 201.
[19] Hilàrio Franco Jr, Nel Paese di Cuccagna, cit.,p. 87.
[20] Ibidem.
[21] Come spiega Franco, appoggiandosi a Dictionnaire historique de la langue francaise, a cura di A. Rey, 2 Voll., Paris, Le Robert,1992, II, p. 1580, in Hilàrio Franco Jr, p. 87 e p. 198.
[22] Sebastian Brant, Della tracotanza verso Dio, in Idem, La nave dei folli, Con incisioni di Albrecht Durer, Milano, Spirali, 1984, p. 39.
[23] Ivi, p. 38.
[24] Francesco Marano, Il maiale e (è) Carnevale, cit., p. 284.
[25] Ivi, p. 287
[26] Guardare il relativo video in cui, secondo un inveterato stereotipo, al maiale sono accostate le facce dei più importanti leader politici del tempo.
[27] Sulla bestemmia, l’analisi linguistica condotta da Fabio Loiodice, Lascia stare i santi. Bestemmie, eufemismi, creatività linguistica, in Altre Modernità, Università degli Studi di Milano, pp. 264-278 https://riviste.unimi.it/index.php/AMonline/article/download/12956/12166/38413
[28] https://www.treccani.it/vocabolario/marrano1/
[29] Francesco Marano, Il maiale e (è) Carnevale, cit., p. 286, con riferimento a Idem, Maiali per i discendenti. Simboli e relazioni nella festa del maiale, in «Archivio di Etnografia», n. 1, 1999, pp. 31-46, in Ivi, p. 291.
[30] Cfr. Massimo Montanari, Porci e porcari nel Medioevo. Paesaggio economia alimentazione, Bologna, Museo di San Marino di Bentivoglio, Cooperativa libraria Universitaria Editrice Bologna, 1981.
[31] Cfr. San Girolamo, Vite di Paolo, Ilarione e Malco, trad. e commento di di G. Lanata, Milano, 2009.
[32] Per la Vita di Pacomio: La vie latine de saint Pachome, traduite du grec par Denys le Petit, a cura di J. Van Cranenburgh, Bruxelles, 1969; Pacomio e i suoi discepoli: regole e scritti, a cura di Lisa Cremaschi, Comunità di Bose, Magnano, 1988.
[33] Sulpicio Severo, Vita di Martino, a cura di Elena Giannarelli, Milano, Fabbri Editori, 1997. Cfr. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale, a cura di Francesco Maiello, Bari, Economica Laterza, 1983, p. 12.
[34] Si veda: Paolo Vincenti, L’asino in corpo. Sesso e pazienza tra monaci e santi nel Medioevo, in «Palaver», Università del Salento, vol. 14, n. 2, 2025, pp. 89-102 e, ampiamente rimaneggiato, in L’asinello lemme lemme … 2. La percezione dell’asino fra Alto e Basso Medioevo, in Idem, Re, dotti, guerrieri e viaggiatori. Saggi di storia medievale, Lecce, Capone Editore, 2026, pp. 195-202.
[35] Rocco e Antonia, Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti, a cura di Lidia Ravera, Marco Lombardo-Radice e Giaime Pintor, Roma, Savelli, 1976.
[36] P. G. Wodehouse, Pigs Have Wings, U.K.,Everyman, 2000. Cfr. https://www.borderliber.it/porci-con-le-ali-sciortino/
[37] David Cooper, La morte della famiglia, Trad. it. di C. Costantini Maggioni, Torino, Einaudi, 1991.Richiamato anche nella quarta di copertina di Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti, cit.
[38] https://365cincinnati.com/big-pig-gig/
[39] Che è anche il titolo di un album dei geniali Elio e le storie tese.
[40] Matteo, 7,6.





































































