Buon compleanno, prof. Giannini!

a cura di Gianluca Virgilio

Pietro Giannini

Ho chiesto al prof. Pietro Giannini, classe 1945, di rilasciarmi un’intervista in occasione del suo ottantesimo compleanno (19 agosto).

Caro Prof. Giannini, tu sei nato proprio in coincidenza con la fine della guerra e hai vissuto la tua infanzia e prima giovinezza nel dopoguerra. Ci puoi dire come in quegli anni (diciamo i tuoi primi dieci anni) si svolgeva la vita a Galatina, almeno per ciò che ricordi del tuo ambiente familiare e sociale?

Ho vissuto i miei primi anni (e, per la verità, anche molti dopo) in campagna, in uno di quei ‘giardini’ che vengono ricordati come insediamenti rurali tipici della campagna galatinese (“li sciardini” o “le sciardine”), immediatamente fuori la città, costituiti da una casa circondata da un più o meno vasto appezzamento di terreno, adibito per lo più a coltivazioni di ortaggi e tabacco in primavera-estate e a verdure in autunno-inverno. Una vita possiamo dire contadina, cui partecipavano attivamente mio padre e altri parenti insieme ai quali vivevamo, non molto io se non per il periodo estivo quando collaboravo a ‘infilare’ il tabacco e qualche volte in autunno quando aiutavo a ‘gettare’ le piantine delle varie verdure (cicorie, finocchi, cavolfiori, verze ecc.) nelle fossette dove venivano trapiantate dalle “ruddhre” per crescere nelle piante che poi venivano vendute al mercato ortofrutticolo (senza peraltro grande guadagno). Per il resto dell’anno io ero lasciato libero di studiare perché, come si diceva, “andavo bene a scuola” e mio padre non voleva che fossi distolto da questa attività che, nelle sue intenzioni, doveva liberarmi dal pericolo di dover fare il contadino come lui. Cosa che si è puntualmente verificata. E del suo appoggio in tutto l’arco della mia vita non lo ringrazierò mai abbastanza. C’è una legge segreta per quale i genitori cercano di realizzare nei figli quello che non sono riusciti a realizzare nella loro vita; e forse questa motivazione ha guidato il comportamento di mio padre. Eravamo una piccola famiglia (oltre a me e mio padre, mia madre e mia sorella), ma vivevamo contenti di quello che avevamo, tra i le pratiche religiose esercitate presso la chiesa di Santa Caterina e i pasti frugali consumati sulla unica ‘tavola’ di casa, che serviva anche come scrivania dei miei studi. Non molti contatti con la città, se non per le feste religiose (in particolare quella di San Pietro) e, più tardi, per la passeggiata domenicale lungo gli ‘anelli’ della piazza Alighieri. Per il resto consumavamo (io e i miei cugini che frequentavano assiduamente la casa del nonno e degli zii) gli svaghi entro il perimetro del ‘giardino’ arrampicandoci sugli alberi per raccogliere frutti (in particolare fichi) o giocando con qualche palla (anche fatta di carta) o combattendo con armi realizzate lavorando il cartone o il legno oppure improvvisando competizioni agonistiche nei campi quando questi erano stati sgombrati dalle piante di tabacco. Libri, pochi, se non quelli scolastici; l’unica lettura ‘stravagante’ era “Famiglia cristiana” a cui a partire da un certo momento fummo abbonati, e alla cui lettura ricordo intenti sia mio padre che mia madre.

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