di Gianluca Conte

Carl Spitzweg, Il povero poeta (Der arme Poet), 1839, olio su tela, 36×45 cm,
Neue Pinakothek, Monaco di Baviera.
«Pay the writer»
H. Ellison
«Serious art deserves serious support»
T. Morrison
Un’idea «romantica», diffusissima e decisamente resistente, afferma che l’arte dovrebbe essere gratuita. Non nel senso che debba essere accessibile a tutti – il che sarebbe un obiettivo nobile e condivisibile – ma nel senso che chi la produce non dovrebbe aspettarsi un compenso. L’artista, il poeta, lo scrittore, il musicista, sarebbero figure che operano per pura vocazione, spinti da una fiamma interiore che non ha bisogno di essere alimentata dal denaro. Anzi, il denaro corromperebbe quella fiamma. La retribuzione apparrebbe quasi una volgarità, un chinarsi alle logiche del mercato da parte di chi dovrebbe starne fuori o, per meglio dire, al di sopra, guardandolo dall’alto in basso.
Quest’idea, per quanto abbia il sapore della purezza, è in realtà profondamente ingiusta e, come vedremo, storicamente infondata. Ma c’è qualcosa di ancora più interessante da sottolineare, cioè il fatto che si tratti di un’idea borghese, nel senso più forte e critico del termine, poiché nasce da una visione del mondo che separa il lavoro creativo dal lavoro tout court, relegando l’artista in una dimensione quasi sacrale e, di fatto, economicamente marginalizzata.
È il «mito del dono», che impera ovunque si parli d’arte; un mito che vorrebbe rappresentare la più alta tensione artistica, ma che in realtà si rivela essere un’ideologia travestita da ideale.




































































