Il compleanno di Serena

Negli ultimi tempi non correva più il rischio di incontrare Placido, che si era ritirato nel suo paesino sui colli sopra Ancona, e non tornava più ad Urbino. Serena sapeva che qualche mese dopo la fine della loro relazione Placido era stato colpito da una forma abbastanza grave di esaurimento nervoso, e ne soffriva molto rivedendo le strade che aveva percorso o i luoghi che aveva frequentato insieme a lui negli anni precedenti.

Baldelli la guardò con quel sorriso bonario che giaceva sempre sul suo volto, e le disse che avrebbe voluto ballare con lei al ritmo di una mazurca.

– Sei matto! – le disse Serena ridendo, e Baldelli era matto davvero, universalmente riconosciuto come il matto di Urbino, ma non si arrabbiava se glielo dicevi: era una matto pacifico.

– Vuoi ballare? – ripeteva Baldelli, e Serena lo sorpassò veloce, scansandolo e confermando decisa: – Sei matto!

Baldelli era un mendicante cencioso perennemente ubriaco che si aggirava per le strade e nelle piazze per tutto il giorno. Lo potevi vedere appoggiato a un tiglio in Piazzetta delle erbe, tra i piccioni, dividere con loro un pezzo di pane, o suonare la fisarmonica in Piazza Duomo, seduto sulla scalinata della chiesa, con accanto un bottiglione di bianco, mentre gli passavano davanti frotte di studenti di ritorno dalle lezioni e turisti con la testa per aria nella buona stagione. Così fino a tarda notte, quando si ricoverava sopra un vecchio materasso nei pressi di Porta Mercatale, da dove al mattino un vigile lo allontanava, perché quel sudiciume non costituisse motivo di scandalo per i visitatori della città d’arte, che proprio lì scendevano dai pullman. Viveva della carità pubblica, suonando la fisarmonica.

Iniziava così per Serena un’altra giornata. Con i suoi amici avrebbe fumato e bevuto fino a stordirsi, attendendo al circolo studentesco l’ora della fila a mensa, a mezzogiorno e a sera; avrebbe giocato a carte al Little Bar durante un pomeriggio lungo e insensato, e poi forse sarebbe andata al cinema; infine, a notte fonda, qualcuno le avrebbe dato un passaggio in macchina fino a casa, nel folto del castagneto. Furio, ancora sveglio, l’avrebbe accolta con un sorriso: mai un rimprovero, mai un litigio, Furio era la bontà in persona.

Le parole di Baldelli avevano prodotto uno strano effetto nell’animo di Serena. Le sembrava ora di vedere chiaramente nella sua vita: aveva seguito Furio solo perché le lasciava tutta la libertà che voleva, e perché lui, come diceva, l’amava molto. Ma poteva ella saperlo? Per saperlo veramente avrebbe dovuto a sua volta amare, e lei non amava Furio, come non aveva amato Placido, e se ne era accorta dopo una relazione durata tre anni tra mille litigi. Ora voleva amare, e con tutto l’abbandono di cui fosse stata capace, dimenticando se stessa, le proprie ragioni, il mondo intero. Si accorgeva adesso, costeggiando la fabbrica del Palazzo Ducale, nei pressi delle Segreterie, mentre i piccioni spiccavano il volo ai suoi piedi, che la precarietà della sua vita e quel senso di incompiutezza che avvertiva dentro di sé, erano proprio dovuti a questo difetto delle sue relazioni affettive, che ne risultavano contraffatte e compromesse. Il matto di Urbino, invece, le aveva chiesto di ballare, e glielo aveva chiesto con una semplicità e una naturalezza di cui lei non era mai stata capace nelle relazioni con gli uomini. Le sembrava stranamente che un uomo quella mattina per la prima volta le avesse chiesto di fare l’amore e lei stessa, contro ogni diniego, finalmente fosse stata davvero disposta ad acconsentire.

Scese verso il Pincio e si sedette su una panchina sotto gli ippocastani ancora spogli per l’inverno. La giornata era veramente luminosa. Pensò a lungo alla sua vita, a tutto il tempo che aveva sprecato nell’assurda difesa della sua immaturità di donna, ai rapporti falsi che aveva intrattenuto con persone che lei non amava e che probabilmente non l’avevano amata. Poi fu stufa di se stessa, dei suoi pensieri, e si disse che, se vita nuova doveva essere, essa doveva cominciare subito. Così si alzò dalla panchina e andò nella biblioteca di Scienze politiche. Ricercò il libro dell’esame che doveva sostenere, e si mise a studiare come non faceva da mesi, concentrandosi sulle pagine che leggeva e non pensando a nient’altro. Passò lì tutto il giorno del suo compleanno, facendo pausa solo a pranzo e a cena. Alla fine provava la contentezza che segue immancabilmente un lavoro compiuto con dedizione, dimenticando se stessi. Pensò che avrebbe dovuto amare così come quel giorno aveva studiato, con la stessa intensità e con lo stesso abbandono. Non aveva voglia di andare a casa, e non si sentiva neppure stanca. Si recò invece in discoteca, e molto presto, appena la discoteca ebbe aperto, perché voleva festeggiare il suo compleanno, e ballò a lungo, da sola, anche quando la pista era vuota. Non aveva bevuto né fumato alcunché e si sentiva lucida e fresca; aveva la chiara e piacevole sensazione di avere finalmente capito qualcosa di importante e che la sua vita stesse solo allora per cominciare.

Poi arrivarono studenti e altri giovani dai paesi vicini, e riempirono le sale. Serena stava ancora ballando, quando le si avvicinò un uomo. Ballarono a lungo, guardandosi negli occhi senza parlare, e poi andarono via insieme.

Quella notte e le notti seguenti Serena non tornò più nella casa del castagneto sulla strada di Bocca Trabaria. Ripassò solo il mattino del giorno dopo, per riprendere i libri e le sue cose e dire addio a Furio.

[1999]

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